Editoriali
stampa

Editoriale: Un dono insidiato dagli idoli

Nell’omelia della messa crismale di giovedì santo papa Francesco si è rivolto ancora una volta a noi preti, ricordandoci che essere sacerdoti è una grazia, un dono molto grande fattoci dal Signore

Parole chiave: messa crismale (8), papa francesco (839), sacerdoti (98), idoli (2)
Editoriale: Un dono insidiato dagli idoli

Nell’omelia della messa crismale di giovedì santo papa Francesco si è rivolto ancora una volta a noi preti. Molti, forse, hanno colto solamente quell’insistente richiamo a non cedere a certi idoli che possono insidiare l’autenticità e la fecondità del nostro ministero, togliendo spazio alla presenza in noi della Trinità per concederlo - sono parole dure - al demonio. I tre idoli di cui ha parlato il papa sono la “mondanità spirituale”, che può portare un prete a diventare un pagano clericalizzato, e poi quel “pragmatismo dei numeri” unito a un “funzionalismo” che spinge facilmente verso la ricerca del risultato, alla vanagloria per quanto realizzato e, alla fine, a entusiasmarci “più per la tabella di marcia che per il percorso” da compiere.

Penso che il lungo cammino sinodale voluto da Francesco per tutta la Chiesa voglia proprio educarci a compiere con pazienza quel percorso “dal basso all’alto” evitando la tentazione della fretta e del voler rispettare la tabella di marcia, perché un cambio di mentalità, sia personale che ecclesiale, sulla linea della sinodalità, e una conversione spirituale e pastorale, esigono tempi lunghi e di evitare la tentazione “funzionalista” del prendere le scorciatoie.

Il salario del Signore
Sarebbe, però, ingeneroso fermarci a questi richiami del Papa soprassedendo a tutta la prima parte della sua omelia nella quale ci ricorda che essere sacerdoti è una grazia, un dono molto grande fattoci dal Signore, il quale provvederà egli stesso a pagarci il salario con la moneta del suo Amore e del perdono, ossia con la sua amicizia incondizionata.

Sono parole per noi preti rigeneranti e di grande speranza. Soprattutto in questa stagione ecclesiale nella quale siamo tentati dallo scoraggiamento, dal sentirci impotenti verso quella cultura e quelle proposte di vita del mondo che spesso confondono noi preti e tanti fedeli; dalla delusione per i risultati spesso molto modesti. Lavoriamo e ci spendiamo molto ma, alla fine, i conti o i numeri non tornano. Pur non cadendo negli idoli del pragmatismo e del funzionalismo pastorale, tuttavia non siamo indifferenti alla sfida dei numeri e all’impoverimento spirituale delle comunità cristiane. A chiunque è lecito chiedersi dove si sia sbagliato, quali nuovi percorsi si dovrebbero intraprendere per dare voce e forza al Vangelo, quali rami secchi tagliare della nostra pastorale e quali nuovi germogli innaffiare con maggior determinazione e fiducia.

L’amicizia con Gesù
Il Manzoni scriveva che “una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto”.

Il Papa ricorda che per un prete non c’è salario maggiore o ricompensa, nel suo ministero, dell’amicizia con Gesù. Non c’è persona più importante nella quale cercare consolazione nei momenti di debolezza e di delusione pastorale che Gesù. L’amicizia con Gesù, però, deve essere cercata, custodita e curata, altrimenti lentamente può anche dissolversi per lasciar posto ad altre amicizie, molto più umane che, al momento, possono apparire come più consolatorie e gratificanti.

Per molti di noi preti l’amicizia con Gesù risale ai tempi della prima giovinezza, quando siamo stati conquistati dal suo sguardo e da quelle sue parole che davano senso e prospettiva alla nostra vita. E’ a quell’amicizia che dobbiamo continuamente riandare e che dobbiamo custodire bene nella memoria e nel cuore. La verità di un’amicizia si vede dalla perseveranza nell’ordinarietà della vita e della missione. Guai se fossero i successi nel ministero o la considerazione che possiamo trovare nei superiori a farci sentire più amici di Gesù. Sarebbe un’amicizia fragile e illusoria, perché legata alle soddisfazioni o al riconoscimento da parte della gente o di chi conta.

Fiuto e coraggio
Nel discorso fatto agli adolescenti, convenuti lunedì scorso a san Pietro (tra loro un bel gruppo di trevigiani accompagnati dal nostro Vescovo), Francesco ha raccomandato loro di non perdere quel “fiuto” che consente a un giovane di cogliere le cose importanti, i valori da vivere e i percorsi da intraprendere. Ma anche il coraggio di rischiare e di buttarsi.

Sono, diceva il Papa, lo stesso fiuto del giovane apostolo Giovanni, il discepolo che Gesù amava, che intuì subito che quella persona sulla riva del lago che chiedeva loro di gettare le reti dall’altra parte, era il Signore risorto e, al tempo stesso, il coraggio di Pietro che senza indugio si è gettato in acqua per raggiungere il Maestro.

L’amicizia e la quotidiana frequentazione di Gesù consentono anche a noi preti di riconoscere, pur tra le difficoltà pastorali e in mezzo alla nebbia che avvolge questo nostro tempo, il Maestro e intuire le nuove vie sulle quali egli ci chiede di addentrarci, ma anche il coraggio di metterci ancora una volta in gioco e gettare le reti dall’altra parte della barca.

Tutti i diritti riservati
Editoriale: Un dono insidiato dagli idoli
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento