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Editoriale: forza e debolezza della democrazia

Le elezioni francesi hanno “azzoppato” il presidente Emmanuel Macron. Non ha avuto nemmeno il tempo di godersi il successo elettorale che lo ha portato per la seconda volta all’Eliseo, che nel giro di due mesi si è trovato senza maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale (245 seggi su 577). La democrazia può sorprendere e anche rovesciare le precedenti scelte politiche di un determinato Paese. Rimane, però, un valore irrinunciabile che non possiamo mettere sullo stesso piano di altre forme autocratiche o dittatoriali.

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Editoriale: forza e debolezza della democrazia

Le elezioni francesi hanno “azzoppato” il presidente Emmanuel Macron. Non ha avuto nemmeno il tempo di godersi il successo elettorale che lo ha portato per la seconda volta all’Eliseo, che nel giro di due mesi si è trovato senza maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale (245 seggi su 577). Un vero terremoto politico, con la strepitosa vittoria della destra di Marine Le Pen (che passa da 8 a 89 deputati) e quella più prevedibile dell’alleanza fra quattro raggruppamenti di sinistra guidata da Jean-Luc Melenchon (133 seggi). Ora, anche Parigi ha una Assemblea “all’italiana”, suddivisa in quattro blocchi (quello guidato da Melenchon, il centro di Macron, l’estrema destra di Le Pen e la destra repubblicana gollista), come se fosse uscita da un sistema elettorale proporzionale.

Si può ben dire che, nel giro di pochi anni, il nuovo partito politico “La Republique en marche” fondato da Macron nel 2016 (una specie di “terza via piglia tutto”, centrista, liberale ed europeista) comincia già a segnare il passo a vantaggio degli schieramenti tradizionali destra-sinistra. Il Presidente francese non è riuscito a prendere la maggioranza assoluta, nonostante la coalizione “Ensemble” in cui con i macronisti c’erano anche alcuni altri partiti centristi e, quindi, “sua arroganza” dovrà questa volta scendere a patti con altri.

Se teniamo conto che in Germania il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz deve governare destreggiandosi tra i Verdi e i Liberali (e per questo definito “sor tentenna”) e che in Italia Mario Draghi guida una larga ed eterogenea coalizione, sempre in bilico e “sotto elezioni”, si capisce allora come la guida e la rappresentanza dell’Europa sia nelle mani dei leader dei tre principali Paesi fondatori della Ue come Macron, Olaf Scholz e Mario Draghi, che sono di fatto “azzoppati”.

 

Democrazia nonostante tutto

La democrazia può sorprendere e anche rovesciare le precedenti scelte politiche di un determinato Paese. Rimane, però, un valore irrinunciabile che non possiamo mettere sullo stesso piano di altre forme autocratiche o dittatoriali (le cosiddette “democrature”), come quella di cui dispone Vladimir Putin (ma anche il turco Erdogan). Tuttavia la modifica per via democratica degli equilibri politici nei singoli Paesi dell’Unione può condizionare di molto le scelte e le politiche comunitarie.

Pensiamo, ad esempio, alla posizione dell’Europa nei confronti della Russia. Sappiamo bene che l’aggressione di Putin all’Ucraina ha ricompattato i nostri Paesi in una certa unità di scelte e di vedute (sanzioni, invio di armi, ecc.). Il recente viaggio di Macron, Draghi e Scholz a Kiev è stato un segnale chiaro ed eloquente che ci ha fatto ben sperare non solo per l’Ucraina ma anche per il futuro dell’Europa. Eppure siamo anche coscienti che le democrazie dei nostri Paesi faticano a esprimere linee politiche chiare e sul lungo periodo, perché dipendono dai partiti e dai loro risultati elettorali. Ne avremo una riprova con il nuovo Governo di compromesso (o di minoranza) che riuscirà a mettere su Macron, ma anche con l’evoluzione dei partiti italiani in agitazione e movimento in vista delle elezioni del prossimo anno, alcuni dei quali escono ringalluzziti dai risultati delle Amministrative e più forti dalla vittoria della destra antieuropeista francese.

 

Putin e le debolezze dell’Europa

C’è davvero il rischio, come auspica Vladimir Putin, che l’Europa si disarticoli e si divida ancor più a causa della incalzante crisi economica, della recessione e del fluttuare delle nostre democrazie, continuamente soggette a spinte nazionalistiche e populistiche. Di sicuro, la nuova debolezza politica di Macron e le altrettanto evidenti crepe politiche di Italia e Germania, renderanno più debole l’intera Ue nei confronti di Putin e degli Stati Uniti. Il quale Putin, non perderà certo l’occasione per alimentare e sfruttare queste nostre debolezze.

Saranno pure esagerate, ma non così peregrine le affermazioni dell'ex premier ed ex presidente della Russia Dmitri Medvedev, secondo il quale la Ue potrebbe dissolversi prima che arrivi il tempo in cui l'Ucraina vi possa entrare a far parte, mentre l’eventuale default della Russia, dovuto alla guerra e alle sanzioni comminate dall’Occidente, porterebbe anche al default e alla fine dell’Europa.

 

Relatività dei sistemi elettorali

Il test francese conferma che non c’è un sistema elettorale sul quale poter fare affidamento per avere più stabilità di un quadro politico rispetto a un altro. Tanto che, in Germania, il proporzionale con soglia di sbarramento ha costretto, prima, la Merkel a fare una “grande coalizione” tra democratico cristiani e cristiani sociali (bavaresi) da una parte, e i socialdemocratici dall’altra e ora Scholz a una coalizione più debole tra socialdemocratici, Verdi e Liberali. In Francia, invece, è caduto il mito del modello maggioritario semi-presidenziale (con doppio turno) inventato da De Gaulle come garanzia di stabilità, mentre in Italia siamo eternamente in ricerca del modello elettorale “perfetto” che garantisca la governabilità.

La democrazia è così: le cose possono cambiare nel giro di qualche anno a motivo del “sentire” degli elettori e, come è avvenuto in Francia, per l’alto astensionismo. Tuttavia è proprio questa democrazia “fragile” e incompiuta che garantisce una sostanziale unità, prosperità e libertà dei singoli Paesi e dell’intera Europa.

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