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Editoriale: la moda di sproloquiare sui social

Oggi si usano con molta impudenza i social media. Di fronte al video muto e distaccato di un tablet o dello smartphone, molti si sentono autorizzati a scrivere tutto quello che passa loro per la testa, anche le peggiori stupidità e offese verso altri.

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Editoriale: la moda di sproloquiare sui social

Com’era da aspettarselo, ha suscitato un putiferio la inqualificabile frase che un’insegnante d’arte ha postato su Facebook a commento della notizia del carabiniere ucciso a coltellate a Roma da parte di un giovane americano: "Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza", ha scritto la sciagurata. Espressione che fa trasecolare anche chi è più avvezzo di altri a sentire stupidità e sproloqui di ogni genere. Per inciso va detto che il trentacinquenne vice brigadiere Mario Cerciello Rega, sposato da un mese, oltre che svolgere con dedizione e passione il suo servizio di carabiniere, dal 2009 era impegnato anche come volontario per la delegazione romana dell’Ordine di Malta, distribuendo pasti ai senza tetto e alle persone in difficoltà nelle stazioni. Era una persona da tutti riconosciuta come buona e generosa.

Accortasi della scemenza scritta e sotto l’incalzare delle veementi reazioni apparse subito sui social, l’insegnante ha cercato di giustificarsi arrampicandosi sugli specchi: prima ammettendo e scusandosi: "Ho commesso un errore gravissimo, me ne sono resa conto appena ho cliccato su invia, ma ormai il danno era fatto; ho scritto una cavolata… senza nemmeno pensare alla vedova e a chi voleva bene al vice brigadiere”; poi, invece, negando di essere stata lei a scrivere il post.

Ecco dove sta il problema: la nostra è stata catturata e fregata dalla rete; il post, scritto sotto i fumi dell’emotività e forse di qualche risentimento verso gli agenti dell’ordine pubblico, le è scappato via grazie a un semplice click. A quel punto la frittata era fatta e le scuse e le giustificazioni successive sono servite a poco, perché le parole che pronunciamo e, soprattutto, quelle che scriviamo, hanno sempre un loro peso e vanno per questo soppesate e controllate. “Verba volant scripta manent” dice la sapienza latina: “Le parole volano, gli scritti rimangono". Come se non bastasse, un’altra professoressa, di diritto, sotto un post di Salvini, ha commentato la foto dell’arrestato: “Cari agenti della forze dell'ordine quando è necessario e non vi è altra scelta un colpo in testa al reo, come fanno in ogni altro Paese".

 

L’uso distorto dei social

Purtroppo oggi si usano con molta disinvoltura i social media. Di fronte al video muto e distaccato di un tablet o dello smartphone, molti si sentono autorizzati a scrivere tutto quello che passa loro per la testa o sale dalla pancia, anche le peggiori stupidità e offese verso altri; cose che, almeno per il momento, non si rischierebbe mai di dire direttamente in faccia all’interessato. Si preferisce sparare protetti dallo schermo, da un improbabile e illusorio anonimato, sentendosi forti e coraggiosi come un leone che può azzannare impunemente chiunque.

Purtroppo viviamo nella società e nella cultura dell’emotività e delle sensazioni, le quali condizionano sempre più coloro che mai hanno esercitato un controllo e una disciplina sui propri impulsi e sulle passioni. Molti ormai sono convinti che quello che sentono dentro debba essere sempre esternato e abbia diritto di cittadinanza, in nome di una libertà di espressione che può passare sopra a ogni verità e buon senso e persino alla morte di una persona.

Sappiamo bene quanto possano essere destabilizzanti i fiumi di whatsapp che, con grande disinvoltura, vengono messi in circolo soprattutto negli ambienti scolastici ed educativi. Parole scritte d’istinto, frutto di indecifrabili e indefinibili emozioni, che possono fare del male fino a squalificare e demolire agli occhi di tutti persone dabbene, che si prodigano con onestà e senso del dovere.

 

La politica deve educare e non istigare

Ci sono politici e personalità di rilievo pubblico sempre presenti sui social che, grazie al supporto di esperti di comunicazione, intervengono su tutto e su tutti, postando anche bugie grossolane, fake news, contro avversari e concorrenti, pur di avere un qualche beneficio politico, economico o mediatico. Sembra ormai che un politico, per poter valere qualcosa, debba sempre esporsi in pubblico; mostrare la sua faccia, simpatica o meno che sia; incitare all’odio e magari offendere l’avversario gettando melma sul ventilatore della denigrazione.

Quando, però, una persona che ha responsabilità politiche offende, dileggia e demolisce impunemente l’avversario, postandolo al pubblico ludibrio, allora vuol dire che qualcosa si è spezzato nell’equilibrio della civile convivenza e della vera dialettica. Chi ha delle responsabilità pubbliche deve impegnarsi per educare al rispetto e alla concordia degli animi e non istigare alla divisione.

La radicalizzazione dello scontro politico in atto nel nostro Paese non può giustificare mai l’uso di qualunque mezzo pur di ottenere il consenso. Certi atteggiamenti e certe violenze verbali o mediatiche sollecitano la gente alla emulazione e a comportarsi in modo altrettanto libero e spregiudicato, senza alcun rispetto per le regole e per le persone. Di questo passo temiamo che si possano davvero creare le condizioni per una sorta di “mutazione genetica” dei comportamenti e del buon animo della gente, con conseguenze non prevedibili per il Paese.

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