Editoriali
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Editoriale: religione e violenza

La religione ha bisogno di una continua purificazione da possibili deviazioni e da incrostazioni politiche e ideologiche; di non lasciarsi fagocitare dalle forze demoniache che si annidano sempre dentro ogni pretesa di assolutizzazione delle verità e dei propri apparati religiosi o politici.

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Editoriale: religione e violenza

La Pasqua di quest’anno è stata segnata dalla strage di cristiani mentre nelle loro chiese stavano celebrando la festa della risurrezione di Cristo. Nello Sri Lanka, sette kamikaze di un gruppo terroristico hanno provocato esplosioni in chiese e alberghi frequentati da turisti, provocando circa 300 morti, tra i quali 37 stranieri, e un numero imprecisato di feriti. Si tratta, ancora una volta, di forme di estremismo politico e pseudo religioso. L’arcivescovo della capitale Colombo, card. Ranjith, oltre ad aver fatto sospendere tutte le funzioni religiose del giorno di Pasqua, ha dichiarato che soltanto gli animali si comportano in questo modo, chiedendo nel contempo ai suoi concittadini di non farsi giustizia da soli e invitandoli alla pace e all’armonia. Purtroppo, lo Sri Lanka non è l’unico Paese a maggioranza buddista o indù o musulmana (i cristiani sono solo il 7%) dove si perpetuano violenze sui cristiani mentre sono raccolti in preghiera. Basti pensare agli attentati avvenuti in Pakistan, nelle Filippine, in Iraq, in Egitto e altrove.

 

Ambivalenza della religione

E’ evidente che quello in atto nelle varie parti del pianeta, è un conflitto non solo religioso, ma anche sociale e politico e, più in generale, culturale, che ha come conseguenza la violenza e la strage di persone innocenti, perché appartengano ad altri gruppi religiosi ed etnici.

La religione, ogni religione, è certamente una potente forza morale e spirituale che riesce a motivare e a rinnovare la vita degli uomini. Essi, infatti, hanno bisogno di un orizzonte di senso e di un riferimento trascendente entro cui collocare la loro vicenda umana, soprattutto il loro bisogno di liberazione di salvezza; qualcosa o qualcuno che, in un ordine di cose superiore, funzioni da motore e da stimolo nei momenti cruciali che possono sconvolgere la vita, sostenendo la speranza.

La religione, però, porta in sé anche una certa ambiguità o ambivalenza: infatti, può degenerare in forme integraliste e radicali che, prima o poi sfociano, in nome di Dio e della propria verità, nell’odio e nella violenza, con il loro strascico di distruzione e di morte.

Per questo essa ha bisogno di una continua purificazione da possibili deviazioni e da incrostazioni politiche e ideologiche; di non lasciarsi fagocitare dalle forze demoniache che si annidano sempre dentro ogni pretesa di assolutizzazione delle verità e dei propri apparati religiosi o politici.

 

La libertà del vangelo

Bisogna dire che i cristiani e le potenze che si dichiaravano tali, non sono stati esenti dalla pretesa di imporre il loro credo religioso con la forza; di assoggettare i popoli con la spada e la croce. Nella storia è successo anche questo. Certamente più per motivi economici e di potere che religiosi. La religione, semmai, ha avuto il torto di essersi lasciata abbagliare e di essersi prestata al gioco delle varie potenze.

Eppure, va detto con estrema chiarezza, ogni forma di violenza o di costrizione non ha niente a che vedere con il Vangelo e la difesa dei valori cristiani. La buona novella di Gesù e la sua verità sulla vita dell’uomo e sulla storia, non possono essere diffusi e difesi e ad ogni costo e con ogni mezzo ma, semplicemente, annunciati e testimoniati, fosse anche con il martirio. Come fece nel corso della sua vita il Maestro il quale, oltre a subire una ingiusta e violenta condanna, senza per questo invocare in suo soccorso una “legione di angeli”, sempre si proponeva e mai si imponeva; e a coloro che chiamava o volevano seguirlo, indicava solo la via della croce, del perdere la vita per ritrovarla, e per questo diceva sempre “se vuoi…”.

L’autentica fede cristiana non può mai violare la libertà e la dignità delle persone. Il cristianesimo non si accontenta soltanto di essere accogliente e tollerante verso tutti: queste cose, direbbe Gesù, le fanno anche i pagani. Sceglie la logica della misericordia e dell’amore, senza condizioni o pretese di essere compreso e ricambiato; sceglie il perdono, convinto per fede e per esperienza, che questa sia l’unica strada per disarmare l’odio e la vendetta e di ricostruire nuove relazioni tra le persone e i popoli.

Questo stile evangelico, se deve valere verso i non credenti o le altre religioni, a maggior ragione dovrebbe valere anche dentro la Chiesa, che è tenuta a vivere e a testimoniare il mistero della comunione. Purtroppo non sempre è così.

 

Le nostre divisioni

A volte ci sono divisioni e tensioni tra coloro che, contestando anche il Papa e i sacerdoti perché ritenuti “tiepidi” (per alcuni, sono persino eretici), rivendicano e vorrebbero imporre a tutti tradizioni e norme spesso ritenute verità intoccabili e “non negoziabili”; e coloro invece che, insieme ai loro pastori, si pongono in dialogo con il mondo contemporaneo, sempre più laico e pluralista, liberi dalla pretesa di imporre le loro convinzioni etiche e religiose ed evitando, nelle legittime manifestazioni e iniziative che pur promuovono a difesa dei valori fondamentali della persona, della famiglia e della società, di lasciarsi strumentalizzare da ideologie o lobby politiche di qualsivoglia.

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