Editoriali
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Il Papa parla, ma non solo ai cardinali...

In occasione della investitura dei venti nuovi cardinali Francesco è andato al sodo e, senza giri di parole, ha ricordato ai nuovi porporati che “chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia

Parole chiave: Papa Francesco (643), cardinali (11)
Il Papa parla, ma non solo ai cardinali...

Anche questa volta le parole del Papa hanno fatto centro e sono state riprese da tutti i media. In occasione della investitura dei venti nuovi cardinali Francesco è andato al sodo e, senza giri di parole, ha ricordato ai nuovi porporati che “chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche quella che potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa”, auspicando che “il popolo di Dio possa sempre trovare in noi la ferma denuncia dell'ingiustizia e il servizio gioioso della verità” e un cuore magnanimo secondo la misura di Cristo.

Tutti hanno avuto parole di plauso per il Papa. Come è accaduto in altre circostanze, ad esempio con il discorso rivolto alla Curia romana in occasione degli auguri natalizi, riguardante le quindici “malattie” che minacciano coloro che ricoprono certi incarichi nella Chiesa e dalle quali è necessario liberarsi.

Anche in quella circostanza molti hanno gioito e forse, per un noto processo proiettivo, hanno subito pensato a quanti “degenti” potrebbero esserci nei palazzi vaticani, oppure a qualche curiale o prelato a loro noti, particolarmente ambiziosi e “malaticci”.

Fingendo distrattamente di non capire, che il Papa, ogni Papa, coglie l’occasione di dover parlare ad alcuni affinché intendano tutti. Niente di più vero ed efficace del detto: “parlare a nuora perché suocera intenda”. Purtroppo, spesso, suocera o nuora che sia, cioè ognuno di noi, preferisce “fare orecchio da mercante” e pensare agli acciacchi del vicino di casa.

Nessuno può chiamarsi fuori

A volte nella Chiesa (ma anche nel mondo), al di là di un apprezzamento più o meno sincero, non sempre esente da un po’ di gelosia e dal complesso dell’uva acerba, permane in filigrana una certa qual riserva, se non proprio un giudizio negativo, verso coloro che prestano servizio nei posti di governo e nelle istituzioni. Dimenticando, o forse pensando di esserne immuni, che nella Chiesa, tutti i preti, parroci o vicari o insegnanti che siano, nel servizio a cui sono chiamati, esercitano una autorità, alla quale, volenti o no, sono connessi anche rispetto, considerazione e persino qualche beneficio e privilegio; autorità che per le decisioni che si devono prendere (dover dire dei si e dei no), può anche essere considerata dai fedeli, soprattutto dai collaboratori e da coloro che non credono, una forma di potere.

Dunque, sulle affermazione perentorie del Papa circa l’inaccettabilità di ogni ingiustizia e sul dovere di svolgere “con grande diligenza e fedeltà” i compiti ai quali si è chiamati nel servizio ecclesiale, sia suocera che nuora dovrebbero fare un serio esame di coscienza e non solo chi è in Vaticano o nelle varie curie disperse per il mondo.

Umiltà e mansuetudine

Posso convenire che sono un po’ anacronistici certi titoli ecclesiastici e certe onorificenze che ancora permangono nella Chiesa del dopo Concilio. Qualcuno è anche molto critico e magari  giudica in modo poco benevolo coloro che hanno cercato o anche solo accettato tali riconoscimenti o incarichi. I problemi però che il Papa solleva nei suoi discorsi vanno oltre e in profondità. Prendono spunto dal conferimento di un titolo o da una particolare circostanza per indicare uno stile di vita e una spiritualità che dovrebbero essere assunti per poter esercitare bene nel ministero il particolare incarico ricevuto.

Alla fine bisognerebbe che colui che è investito di un servizio e di autorità nella Chiesa, cercasse sempre di vivere le virtù dell’umiltà, della mitezza e della mansuetudine, in una parola, nello spirito delle beatitudini. Un cammino per molti di noi faticoso e accidentato, sia per il peccato che ci fa deviare anche dalle migliori intenzioni, sia a causa di una natura a volte indomabile. In ogni caso, a fronte di qualche buon risultato e di vite esemplari per umiltà e nascondimento, rimane sempre poi il rischio che, evitata o contenuta la vanagloria mondana, si cada nell’orgoglio spirituale, malattia assai pericolosa che, secondo il monaco sant’Evagrio Pontico, arriva solo dopo aver domato e distrutto i difetti più appariscenti.

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