Editoriali
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Il presepio e le battaglie ideologiche

Ogni anno ritorna la polemica sull’allestimento o meno del presepe nelle scuole. Ultima, in ordine di tempo, quella legata alla scuola primaria di Zerman, con l’intromissione a gamba tesa della politica. I simboli della fede si difendono anzitutto vivendo ciò che rappresentano, come ci ricorda papa Francesco nella sua bella lettera apostolica dedicata al presepe.

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Il presepio e le battaglie ideologiche

Ogni anno ritorna la polemica sull’allestimento o meno del presepe nelle scuole. Ultima, in ordine di tempo, quella legata alla scuola primaria di Zerman, con l’intromissione a gamba tesa della politica. A volte si possono capire le difficoltà in cui incorrono tanti insegnanti, in particolare quelli di religione, consapevoli di trovarsi ogni anno a dover camminare su una polveriera, la cui miccia è spesso accesa dall’esterno.

La polemica si è ulteriormente rinfocolata per le presunte dichiarazioni “possibiliste” e poco “categoriche” del nostro vescovo Michele verso coloro che non fanno il presepe. Egli ha semplicemente detto che il presepe è un segno profondo di fede e di umanità; che è molto importante ma, che al tempo stesso, non può essere imposto: “A me dispiace quando questo segno profondo della mia fede non viene accolto, ma bisogna accettare le scelte degli altri”, ha dichiarato.

Purtroppo, come sempre più spesso accade, sui social sono apparsi alcuni commenti sarcastici e sguaiati. Evidentemente la difesa di una tradizione è per certa gente molto più importante del rispetto che si deve alle persone, soprattutto quando queste sono pastori della Chiesa. Sappiamo bene che certe reazioni inconsulte e spesso violente contro papa, vescovi e preti, nascono dal rifiuto di ogni apertura e dialogo con la modernità e con le altre religioni, perché questo viene ritenuto un “tradimento” della fede e della vera Chiesa di Cristo.

Purtroppo, queste sono visioni e posizioni così perentorie che sono impossibili un confronto e un dialogo sereni, tanta è la sicumera e la violenza verbale che le accompagnano.

Va detto, però, che certe visioni laiciste, con derive anticlericali, riguardo le tradizioni e la cultura cristiana, sono a volte così speciose e intransigenti, da provocare in tanta gente comune incomprensione e irritazione.

C’è da chiedersi dove può approdare la rivendicazione da parte di alcuni del “rispetto” della interculturalità e della presenza anche nel nostro Paese di sensibilità religiose diverse. Forse alla cancellazione di simboli, nomi e processi storici che richiamano esplicitamente la nostra identità religiosa e culturale, in nome di una asettica neutralità o in forza dell’ambiguo principio laico di tolleranza? O forse alla definizione di un sapere “laico”, multietnico ma a-religioso (universale?) che possa andar bene per tutti e sia rispettoso di tutti?

Comprendiamo bene come in questa logica diventi un problema non solo il presepe ma anche i contenuti dello studio, che viene fatto nella scuola, della storia, della letteratura e dell’arte. Non se ne esce proprio. Alla fin fine è evidente che la querelle attorno al presepe, al di là di sempre possibili motivazioni anticlericali o laiciste di stampo ottocentesco, mai sopite in Italia, mette a nudo il complesso e, forse, irrisolvibile problema della laicità dello Stato (e, quindi, della scuola) e del suo rapporto con le istituzioni religiose, in particolare con la Chiesa cattolica e una tradizione culturale che affonda le sue radici nel cristianesimo.

 

Reazioni scomposte

Di contro ci troviamo di fronte a frange consistenti di cattolici e a movimenti politici che su problemi così complessi imboccano la scorciatoia, invocando e pretendendo, tout court, la difesa ad oltranza di qualunque simbolo religioso, in nome dell’identità culturale e religiosa del nostro popolo, ingaggiando per questo vere battaglie “di religione” e non lesinando forme verbali a volte violente e tracotanti (“chi non è d’accordo, immigrati, terzomondisti, sardine o «gretini» che siano, prendano pure uno dei tanti aerei per espatriare dall’Italia...”) e pressioni politiche. Dimenticando, volutamente o per ristrettezze culturali, che il problema non è tanto o primariamente sollevato da immigrati di altre religioni ma, come scrivevo sopra, da una incalzante mentalità laicista che trova ospitalità anche dentro tali movimenti, e ignorando pure che la tradizione cristiana si difende anzitutto vivendo la fede e testimoniando il Vangelo della carità verso tutti, indistintamente. I simboli della fede si difendono anzitutto vivendo ciò che rappresentano, come ci ricorda papa Francesco nella sua bella lettera apostolica dedicata al presepe. Altrimenti, diventa evidente che una intenzione in sé buona (fare il presepe o esporre il crocifisso) può diventare oggetto di strumentalizzazione politica, al fine di intercettare i voti di cristiani in dissenso con l’attuale magistero della Chiesa e, più a monte, con il Concilio Vaticano II.

In ogni caso, non è un buon servizio al presepe e al suo messaggio di fede e di umana fratellanza ingaggiare battaglie tra di noi, delegittimandoci a vicenda.

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