Editoriali
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Il rispetto e la preghiera: ecco il nostro editoriale sul caso Sacro Cuore

Ha destato scalpore il fatto che un sacerdote, don Alberto Bernardi, abbia lasciato la sua parrocchia, il sacro Cuore. Una vicenda che però è stata vissuta con un clamore che nessuno cercava, formulando ipotesi fantasiose. Proponiamo qui la prima parte del nostro editoriale.

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Il rispetto e la preghiera: ecco il nostro editoriale sul caso Sacro Cuore

Ha destato comprensibile scalpore, oltre che rammarico, il fatto che un sacerdote della diocesi, don Alberto Bernardi, abbia lasciato all’improvviso la sua parrocchia: il Sacro Cuore in Treviso. La vicenda è avvenuta senza “clamori”, sia da parte dell’interessato, che ha scritto al vescovo una lettera che egli non voleva certo destinata al pubblico, sia da parte dei responsabili della diocesi, che hanno dato sobria comunicazione del fatto ai sacerdoti della città e del vicariato di Treviso, al Consiglio pastorale della parrocchia, agli stessi fedeli che hanno partecipato alle celebrazioni della Messa domenicale, invitando al rispetto e alla preghiera.

Ma, a quanto pare, questa sobrietà di informazioni ha disturbato chi fa comunicazione. Ecco allora che don Alberto avrebbe scritto al vescovo: “Quando ho chiesto aiuto, nessuno mi ha aiutato”, e l’affermazione è rimbalzata da un giornale all’altro, da un telegiornale all’altro. Una dichiarazione senza dubbio pesante; appesa però ad un ipotetico “avrebbe scritto” o ad un flebile “sembra che abbia scritto”. Peccato che non sia scritta da nessuna parte, ma prodotta solo dalla fervida fantasia di qualcuno.

Bisognava poi calcare ulteriormente le tinte, sennò la notizia non era abbastanza frizzante. Ecco allora che fantomatiche “voci di sacrestia” hanno permesso di individuare la “causa profonda” della triste vicenda: è il “centro della diocesi” chiuso in se stesso, lontano dalla vita dei preti e della gente, un “palazzo distantissimo” dal clero. Quest’ultimo è vittima del “vescovo e del cerchio magico che si è creato attorno a lui”, il quale “decide senza coinvolgere gli interessati”. E via fantasticando, visto che qualcosa bisogna pur dire per mettere della carne appetitosa attorno allo scarno osso della sobria notizia.

La diocesi, invece, si ostina a scegliere la sobrietà, la discrezione e il riserbo. Per la semplice ragione che si tratta di una persona (che è anche prete) e della sua storia, delle sue scelte, di passaggi delicati e sofferti della sua vita. Gli incontri personali, i colloqui confidenziali che il vescovo e i suoi collaboratori hanno con i preti non sono, e Dio voglia che non diventino mai, materiale da giornali e televisioni alla ricerca di notizie che fanno scalpore. E le decisioni che riguardano i preti vengono prese sempre dopo un’intesa condivisa con loro, e spesso dopo lunghi e fraterni colloqui a due. Dei quali, certo, non sono messi a parte i “vociferanti delle sacrestie”. Ma questi esistono poi davvero, o sono un altro parto della fantasia di qualche giornalista?

Ci pare che il rispetto, la rinuncia al facile chiacchiericcio e anche il silenzio, siano gli atteggiamenti che aiutano tutti a vivere meglio questi momenti di fatica e di sofferenza, anche perché a don Alberto noi continuiamo a voler bene.

Senza dimenticare la preghiera, che dentro la comunità cristiana dovrebbe essere "di casa", a partire dalla preghiera dei parrocchiani per il proprio sacerdote, e non solo nei momenti di difficoltà.

Proprio questo stile può aiutarci a crescere tutti insieme come chiesa, rendendo maggiormente visibile, in situazioni impegnative come questa, l'unità e il reciproco sostegno.

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