Editoriali
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Il ritorno dei grandi vecchi

Sembra che sulla scena politica e imprenditoriale i “vecchi”, che avevano passato il testimone a forze più giovani, figli, manager o “delfini” che fossero, stiano riprendendosi la scena, quasi rincorrendosi l’un l’atro. Stiamo assistendo alla carica dei “vecchietti”, al ritorno del vecchio padre che era riuscito a lanciare sul mercato mondiale la piccola azienda familiare. Non sempre, però, il vino vecchio è migliore, ma può diventarlo solo quello di una annata particolare.

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Il ritorno dei grandi vecchi

Sembra che sulla scena politica e imprenditoriale i “vecchi”, che avevano passato il testimone a forze più giovani, figli, manager o “delfini” che fossero, stiano riprendendosi la scena, quasi rincorrendosi l’un l’atro. Stiamo assistendo alla carica dei “vecchietti”, al ritorno del vecchio padre che era riuscito a lanciare sul mercato mondiale la piccola azienda familiare.

Ha aperto nel 2016 il valzer del ritorno il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, il quale, messi all’angolo i manager, ai quali aveva affidato il colosso degli occhiali, si è ripreso il timone dell’azienda con l’intento di rilanciarla.

Due anni dopo Luciano Benetton, a 82 anni, fondatore del Gruppo omonimo, ha scelto di caricarsi completamente sulle spalle il rilancio della società, dopo che nel 2012 aveva lasciato la guida a un Amministratore delegato, e ha richiamato in servizio i personaggi che hanno accompagnato il suo successo imprenditoriale, soprattutto il fotografo Oliviero Toscani.

E’ di questi giorni anche la notizia che l’ing. Carlo De Benedetti vorrebbe riappropriarsi del gruppo editoriale “Gedi”, dal quale dipendono il quotidiano La Repubblica e il settimanale l’Espresso, gruppo che troppo frettolosamente aveva messo nelle mani dei figli e che ora è in sofferenza. Alla nuova governance mancherebbe, secondo il padre, una mentalità editoriale, la passione per il business editoriale.

Per ultimo, in ordine di tempo, passando alla politica, Beppe Grillo il quale, eclissatosi durante l’alleanza dei “suoi ragazzi” con Salvini, alla celebrazione napoletana dei 10 anni di vita del movimento, si è ripreso in mano tutto, ha ribadito l’alleanza con gli ormai “ex pidioti”, ha perdonato a Di Maio le sue performance autonome con la Lega e, infine, ha abbracciato e accarezzato tutti i grillini della prima ora, fatta eccezione per l’eccentrico Di Battista che da qualche tempo è scomparso dagli schermi e dall’orbita del Movimento. Grillo è ritornato a fare il padre-padrone, dettando la linea politica e le alleanze, convinto che il consenso avuto alle elezioni dell’anno scorso e drasticamente dimezzatosi alle Europee con l’abbraccio mortale con Salvini, debba essere ricapitalizzato e incanalato dentro un partito vero e proprio.

Tutti questi “vecchi” sembra vogliano dire che il successo di una azienda o di un Movimento, deve essere capitalizzato e che non si può vivere di rendita perché, prima o poi, uno più sveglio e scaltro ti “mangia” tutto il capitale accumulato.

 

Non sempre il vecchio è migliore

Conosciamo tutti il proverbio secondo il quale il vino vecchio è migliore. Lo dice anche Gesù: “Chi beve vino vecchio non vuole vino nuovo. Infatti: quello vecchio è migliore”.

E’ vero. I vecchi o anziani, hanno molte cose da dire e da insegnare perché, in genere, possiedono quella sapienza della vita che è frutto di lunga esperienza e di tante vicissitudini affrontate con coraggio. In passato i vecchi godevano di grande autorevolezza e tramandavano ai figli i segreti della vita. Questo in una società stabile, dove tutto si ripeteva e rimaneva quasi immobile. Oggi le cose non sono più così. I repentini cambiamenti culturali, la complessità della società e il processo di globalizzazione, richiedono energie nuove, capacità di adattamento e inventiva. Esigono forze giovani che siano in grado di rischiare, sperimentare, innovare. In questo contesto i vecchi sono irrimediabilmente spiazzati e, purtroppo, messi un po’ in disparte, anche se in molti Paesi occidentali sono sempre più maggioranza numerica. Spesso viviamo il paradosso di una società dove, di fatto, gli anziani detengono ad ogni livello le leve del potere e i giovani sono costretti a mettersi in fila.

Non sempre, però, il vino vecchio è migliore, ma può diventarlo solo quello di una annata particolare. Per il resto, sappiamo che spesso il vino troppo vecchio può deteriorarsi e andare in aceto.

Fuor di metafora, possiamo dire che non sempre i vecchi capitani di aziende sono migliori dei giovani. Ce ne potrà essere qualcuno, ma in ogni caso anch’egli avrà bisogno della competenza e delle capacità dei più giovani. E a loro volta i più giovani hanno bisogno di beneficiare dell’esperienza e dei piedi per terra dell’anziano imprenditore per non mandare a rotoli, vuoi per spregiudicatezza, vuoi per presunzione di sapere tutto, il patrimonio che gli viene affidato. Il “largo ai giovani” non sempre è frutto di saggezza. A volte può essere conseguenza della tentazione di scaricare su altre forze le responsabilità perché è troppo complessa e impegnativa la realtà; altre volte si tratta di una scelta ideologica; altre volte di rinuncia di fronte allo scalpitare di certo arrivismo giovanile. Ogni cosa per funzionare bene ha bisogno, però, di pesi e contrappesi; di esperienza e coraggio innovativo.

Penso che a ogni livello sociale, economico imprenditoriale e anche ecclesiale, sia necessario convivano e si coniughino questi due universi, quello dei giovani e quello degli anziani, così diversi e spesso distanti tra loro. L’equilibrio non è un peccato, ma una virtù.

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