Editoriali
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La casa della Provvidenza

Un sacerdote e la convalescenza nella Casa del clero. Bisogna sempre essere grati alla memoria del vecchio vicario generale, mons. Pietro Guarnier, che una quarantina di anni fa, con grande tenacia e determinazione, la volle e la realizzò.

Parole chiave: casa del clero (1), editoriale (32), fragilità (5), sacerdoti (56)
La casa della Provvidenza

Per circa un mese sono stato ospite convalescente nella nostra Casa del Clero, una istituzione per la quale bisogna sempre essere grati alla memoria del vecchio vicario generale, mons. Pietro Guarnier, che una quarantina di anni fa, con grande tenacia e determinazione, la volle e la realizzò. Ritengo che, con il Seminario, essa sia una delle due istituzioni più importanti e necessarie per la diocesi. Nel primo, con lo studio, la preghiera e la vita comunitaria, si preparano i ragazzi e i giovani a discernere la loro vocazione e a donarsi per tutta la vita al Signore. Nella seconda, sempre in un clima di preghiera e di vita comunitaria, si cerca di vivere dignitosamente la vecchiaia, sostenuti e curati con amore quando subentrano malattia o infermità. In questo clima anche la morte diventa un evento corale partecipato dal dolore, dalla preghiera e dall’affetto di tutti.
La Casa del Clero è anzitutto un ambiente di vita nel quale anche un prete che dopo i 75 anni svolge ancora una certa attività pastorale, può trovare aiuto e sicurezza, soprattutto di fronte agli inevitabili acciacchi dell’età e al bisogno di essere accudito in tante cose allorquando le forze cominciano a venire un po’ meno. E’ anche un ambiente nel quale evidentemente si toccano con mano la fragilità e la difficoltà di accettarsi con i propri limiti, accentuati dalla vecchiaia e dalla sofferenza.

Tuttavia rimane sempre una Casa della Provvidenza, un luogo in cui Dio mostra la sua misericordia e tenerezza verso i suoi preti anziani o malati o infermi che siano, attraverso la presenza della diocesi, che assicura supporto economico e assistenza spirituale e morale, grazie all’opera di tante persone preparate professionalmente e ricche di umanità che aiutano tutti a mantenere una buona qualità di vita.
La Casa del Clero potremmo anche vederla come uno speciale luogo di preghiera (una sorta di monastero), inserito logisticamente nell’ospedale Ca’ Foncello, nel quale anziani e malati pregano per quanti nelle corsie soffrono, affinché non venga mai meno in loro la speranza e affrontino con forza d’animo il dolore.
Un luogo da apprezzare e da amare
Forse ci sono dei confratelli, anche anziani, che non si sentono attratti per questa istituzione e in cuor loro si augurano di non doverci mai andare. Le motivazioni che agiscono in loro da deterrente sono le più diverse e legittime, prima fra tutte quella di sentirsi vitalmente utili e più liberi se inseriti in una parrocchia e, di conseguenza, di poter mantenere relazioni umane ampie e diversificate. Bisogna però dire che a volte, in qualcuno, non è forse assente un immotivato pre-giudizio, difficile da scrollarsi di dosso (almeno finché si sta bene). Dobbiamo però essere molto realisti. La vecchiaia e la malattia arrivano per tutti e non possiamo presumere che, quando non saremo più in grado di gestirci da soli, ci sarà comunque qualcuno pronto, per ore e ore, ad assisterci, come ad esempio qualche nipote o sorella (sempre meno visto il numero ridotto dei membri dei nuclei familiari). Nemmeno si può fare più di tanto affidamento sui buoni parrocchiani, sempre meno disponibili perché presi dai loro problemi e anche un po’ meno sensibili affettivamente verso un parroco che, diversamente dal passato, è rimasto tra loro solo una decina d’anni o poco più.
Ritengo che tutti noi preti (ma anche le comunità cristiane) dobbiamo recuperare un rapporto nuovo di affetto e di accondiscendenza verso la Casa del clero, magari visitandola più spesso. Ma anche, allorquando pensiamo al nostro futuro, guardare ad essa come a una buona e reale possibilità che ci viene offerta dalla carità premurosa della diocesi, evitando di rimuoverne frettolosamente l’idea, nella illusoria convinzione che comunque, o in casa propria o in parrocchia, un domani ci sarà qualcuno pronto a farsi carico di noi.

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