Editoriali
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La chiesa e la tentazione del denaro

Siamo tutti turbati dalle notizie riguardanti certe operazioni economiche e finanziarie portate avanti dalla Segreteria di Stato vaticana, con investimenti immobiliari e, a quanto pare, cospicue somme di denaro finite nelle tasche di consulenti e faccendieri ai quali essa si era affidata

La chiesa e la tentazione del denaro

Siamo tutti turbati dalle notizie riguardanti certe operazioni economiche e finanziarie portate avanti dalla Segreteria di Stato vaticana, con investimenti immobiliari e, a quanto pare, cospicue somme di denaro finite nelle tasche di consulenti e faccendieri ai quali essa si era affidata. Per il momento il punto saliente di tutta questa sconcertante vicenda è stata la richiesta di papa Francesco al cardinale Angelo Becciu, fino a due anni fa Sostituto alla Segreteria di Stato e, quindi, responsabile ultimo delle varie operazioni e transazioni, di dare le dimissioni da prefetto della Congregazione delle cause dei santi e di rinunciare alle prerogative del cardinalato.

Su tutto sta indagando la magistratura vaticana e, probabilmente, non mancheranno ulteriori colpi di scena, anche perché sembra che uno dei più stretti collaboratori dell’allora Sostituto ora si sia deciso a parlare, a sciorinare informazioni e svelare segreti.

Da quanto è riportato, con dovizia di particolari, dai media, emerge un quadro sconsolante, fatto di strani bonifici, parcelle e provvigioni abnormi, perdite di milioni di euro, uso improprio delle offerte dei fedeli legate all’Obolo di san Pietro, ma anche dossieraggi e, persino, sottrazione di fondi che sono a disposizione del Papa per le sue iniziative.

Se tutto questo fosse confermato dalle indagini in corso, ci troveremmo di fronte a un vero e proprio sistema predatorio nei confronti dei beni della Chiesa, messo in atto con l’aiuto di alcuni professionisti esterni al Vaticano.

Nella Chiesa il denaro deve servire per i fini istituzionali e per la carità. Per questo, facciamo fatica a capire il senso di certi investimenti e speculazioni finanziarie, anche nel caso in cui i benefici che ne dovrebbero derivare fossero destinati alle opere buone e alla carità. Per noi cristiani, il fine buono da raggiungere non può mai giustificare l’uso di mezzi ambigui o eticamente illeciti.

Il denaro radice di tanti mali

Dove c’è denaro bisogna vigilare molto perché può scatenare appetiti e tentazioni, sia in noi preti che nei laici che ci circondano e che a volte si fanno avanti per offrirci (magari con insistenza) le loro competenze e conoscenze. San Paolo scrive a Timoteo che “l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (6,10). Concetto ribadito anche papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima 2017: “Il denaro è la radice di tutti i mali, motivo della corruzione e ostacolo alla pace”. Un monito che suona come profetico, quasi che il Papa presagisse (o già sospettasse) che anche in casa sua, in Vaticano, c’era ancora molto da sistemare e riformare.

Auguriamo a papa Francesco il coraggio di portare avanti in modo deciso questa opera di trasparenza e di “risanamento” della Chiesa, cercando in questo di farsi aiutare e consigliare da persone sagge e prudenti, che non abbiano interessi economici o di carriera, ma solamente quello del bene della Chiesa.

Un monito per tutti

Il discorso sul denaro e i beni riguarda, però, non solo il Vaticano, ma anche le nostre diocesi e parrocchie, gli ordini e gli istituti religiosi, perché in queste realtà ecclesiali, dove sempre circolano soldi, possono insinuarsi faccendieri assai loquaci e a volte rivestiti con il manto di laici molto devoti alla Chiesa, che trovano udienza in qualche ecclesiastico o amministratore un po’ ingenui e in buona fede.

Sappiamo bene che “l’occasione fa l’uomo ladro”. Noi, che spesso gestiamo i beni (ma anche sempre più spesso i debiti) degli enti ecclesiastici, possiamo trovarci più di qualche volta nel turbine del denaro e dei progetti da realizzare. Di solito, qualora in noi facesse capolino qualche tentazione o fossimo indotti a qualche faciloneria, ci verrebbe in soccorso l’imperativo morale del settimo comandamento (“non rubare”), ma anche il giuramento di custodire i beni delle comunità o istituzioni che ci sono state affidate dai superiori. In questo saremo, però, maggiormente agevolati se abbiamo ricevuto una educazione familiare e seminaristica che ci abbia motivati e allenati a tenere la debita distanza dalla cupidigia del denaro, dall’invidia per chi ha di più, da ogni ambiguità e doppiezza verso coloro che detengono un qualche potere, dagli incantatori di serpenti, dal concederci a favoritismi verso amici e parenti.

Chi ha ricevuto la responsabilità di amministrare i soldi della comunità dev’essere trasparente nel proprio operare e non può mai sottrarsi alla vigilanza e al controllo degli appositi organismi (Cpae o Consiglio di amministrazione), né gestire fondi nascosti con depositi e conti correnti paralleli a quelli ufficiali. Sotterfugi e ambiguità in questo campo ci mettono sempre dalla parte del torto, ci espongono maggiormente alle tentazioni di fare favoritismi e scatenano gli appetiti di certi avvoltoi che non hanno scrupoli nel depredare i beni delle chiese o degli istituti religiosi.

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