Editoriali
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La fine dell'ultimo doge

Chiunque detenga una qualche forma di potere che comporti possibilità di ottenere e concedere privilegi e regalie dovrebbe ripetersela spesso in modo da non cedere troppo facilmente alle tentazioni delle quali, oltre tutto, non è esente nessun comune mortale.

Parole chiave: galan (40), tangentopoli veneta (27), editoriale (32)
La fine dell'ultimo doge

La settimana scorsa la Camera ha decretato la decadenza da deputato di Giancarlo Galan. Uscito dal procedimento giudiziario dello scandalo Mose dopo aver patteggiato una pena di 2 anni e 10 mesi e il pagamento di una multa di 2,6 milionidi euro, sperava di evitare la tagliola della legge Severino, ma evidentemente, per l’ex Governatore del Veneto, non c’è stato niente da fare. I guai, tuttavia, non sono ancora finiti perché sembra che la Corte dei Conti gli chieda un risarcimento per danni erariali di oltre 5 milioni di euro; in più, ironia della sorte, il Fisco lo accusa di evasione fiscale proprio sulle tangenti intascate.

Direttore centrale di Publitalia ’80, viene nel 1993 chiamato da Berlusconi a partecipare alla fondazione di Forza Italia e nel 1994 a entrare a far parte della Camera dei deputati, finché, nel 1995, lo catapulta in Veneto dove diviene Presidente della Regione fino al 2009 allorquando Berlusconi lo sacrifica sull’altare dell’alleanza con la Lega Nord, per far posto a Luca Zaia. Il governatore super-berlusconiano non l’ha proprio mandata giù e ha definito il patto siglato a Palazzo Grazioli “peggio di un tradimento, e cioè un errore”.

Alle varie elezioni regionali che si sono succedute è riuscito senza alcuna difficoltà a sbaragliare tutti i suoi avversari, compreso Massimo Cacciari. Ma anche, in forza di un potere incontrastato, a liberarsi lungo la strada di chiunque lo intralciasse o criticasse le sue politiche.
Il suo “dominio” in Veneto, durato per ben 15 anni, gli è valso il soprannome de “il Doge”.

I “Dogi” Manin e Galan
A proposito di Dogi, Ludovico Giovanni Manin fu il centoventesimo e ultimo doge (antico duca del dominio bizantino) della Repubblica di Venezia. Nel 1797, di fronte all’avanzata dell’esercito francese, per evitare incidenti si ritirò in buon ordine nel palazzo di famiglia consegnando la città nelle mani di Bonaparte il quale, per prima cosa, si impossessò della Zecca ove oltre la metà dell’oro ivi conservato era di proprietà del Manin. Passata con il trattato di Campoformio nel 1798 sotto l’Austria, Venezia riuscì a salvarsi dalle ritorsioni francesi e a mantenere certi privilegi per la ormai decadente nobiltà veneziana. Ciononostante Manin fu ritenuto dai suoi concittadini, a torto o a ragione perché le decisioni erano prese sempre dal Gran Consiglio, responsabile della caduta della Serenissima e fu oggetto di insulti per il resto della sua vita.
Galan, nonostante il potere e le conoscenze di cui disponeva, è stato costretto a ritirarsi per molto meno (si fa per dire). E’ stato sommerso dall’acqua alta di Venezia. A farlo affogare non sono state armate straniere od occulti poteri forti, ma le indagini della magistratura legate allo scandalo della corruzione connessa alla costruzione del Mose. Diversamente dal Manin non ha potuto nemmeno ritirarsi nella sua lussuosa villa Rodella a Cinto Euganeo in quanto, essendosi defilati tanti amici facoltosi, ha dovuto disfarsene per pagare i debiti.

Sic transit gloria mundi
Niente di più vera della locuzione latina, usata anche da Berlusconi per commentare l’ingloriosa fine dell’amico, il ras libico Gheddafi: “sic transit gloria mundi”, “così passa la gloria di questo mondo”.
Chiunque detenga una qualche forma di potere che comporti possibilità di ottenere e concedere privilegi e regalie dovrebbe ripetersela spesso in modo da non cedere troppo facilmente alle tentazioni delle quali, oltre tutto, non è esente nessun comune mortale. Lo dimostrano le notizie di questi mesi e le indagini che stanno coinvolgendo amministratori praticamente di tutti i partiti. Soprattutto, non è esente dalle tentazioni chi ad un certo momento della sua carriera si sente, illusoriamente, onnipotente e insindacabile perché al di sopra di tutto e di tutti. Dico “illusoriamente” perché, di solito, l’uomo di potere coagula attorno a sé tanti “amici” e una pletora di servi e di cortigiani pronti a dargli sempre manforte e a sostenerlo nelle sue attività anche poco lecite o trasparenti, ma altrettanto pronti, allorquando la nave del loro “mentore” sta affondando, a squagliarsela come i topi, per cercarsi frettolosamente un altro vascello con un altro comandante che disponga di una ben fornita cambusa.

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