Editoriali
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Le nostre lacrime per le suore del Burundi, finite nell'oblio per l'abbattimento dell'orsa Daniza

E’ sempre difficile e a volte ambiguo mettere a confronto situazioni che sono radicalmente diverse: l’uccisione di un animale è altra cosa rispetto a quella di una persona. Confesso, però, che di fronte a certi titoli di giornali ridondanti di lacrime per la morte della più famosa orsa d’Italia, anch’io sono andato con il pensiero alle tre suore così barbaramente uccise.

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Le nostre lacrime per le suore del Burundi, finite nell'oblio per l'abbattimento dell'orsa Daniza

Con l’uccisione un po’ accidentale dell’orsa Daniza, che nel Trentino aveva aggredito uno sprovveduto cercatore di funghi, l’Italia è di nuovo precipitata nel pianto e nelle polemiche, quelle sollevate soprattutto da animalisti e simpatizzanti, per l’eccessivo “zelo” degli uomini della Forestale e sugli incauti cercatori di funghi che vanno nei boschi a disturbare i plantigradi. A queste, però, si è aggiunta una infelice diatriba con coloro che hanno stigmatizzato tanti prolungati pianti e proteste per la morte dell’orsa, rispetto al frettoloso oblio in cui è stata lasciata cadere la tragica uccisione in Burundi delle tre suore saveriane.

E’ sempre difficile e a volte ambiguo mettere a confronto situazioni che sono radicalmente diverse: l’uccisione di un animale è altra cosa rispetto a quella di una persona. Confesso, però, che di fronte a certi titoli di giornali ridondanti di lacrime per la morte della più famosa orsa d’Italia, anch’io sono andato con il pensiero alle tre suore così barbaramente uccise e sono stato tentato di fare qualche considerazione sulla diversa risonanza emotiva che i due fatti hanno suscitato. Preferisco però fermarmi qui.

Ritengo, infatti, che sia più doveroso spendere qualche parola sulla vicenda del Burundi, piuttosto che indugiare sulla sventure della fauna del Trentino.

Testimonial dell’Italia nel mondo
Ragionando in termini di marketing è indubbio che i nostri missionari sono i migliori “spot pubblicitari” per promuovere l’immagine dell’Italia nel mondo. Giustamente, scrive Luigi Accattoli: “Per la chiesa cattolica le tre suore uccise in Burundi sono martiri della missione alle genti, per l’Italia sono tra i suoi migliori ambasciatori”. Ambasciatori silenziosi. A loro si addice quanto mai il detto che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Di loro, infatti, i media non raccontano molto. Tolto, di tanto in tanto, qualche servizio o intervista, per il resto i nostri missionari per assurgere all’onore dei media (salvo qualche eccezione, come “Avvenire” o Tv2000) devono essere, purtroppo, sequestrati o uccisi. Eppure essi scrivono ogni giorno pagine stupende di vita e di carità che farebbero bene anche a noi occidentali, soprattutto ai giovani, così poveri di speranza e confusi riguardo a valori e priorità. Ad esempio ci testimoniano che l’uomo da amare e servire deve essere sempre al centro di tutto e al di sopra di tutto e non deve mai essere abbandonato e lasciato solo, tanto meno nel momento del pericolo. Per lui e per Dio ha senso dare la vita. Tutto il resto, qualunque altra realtà creata, vengono dopo.
L’unico volto di chiesa
Molti laici e non credenti ritengono che i missionari (ma anche la Caritas con il suo esercito di volontari), rappresentino il vero modo di essere e fare chiesa: se la chiesa fosse tutta così, poche parole e tante opere solidali, sarebbe più credibile e incontrerebbe meno ostilità e indifferenza di quanto invece non avvenga a causa del suo aspetto istituzionale, le dottrine e le liturgie. I missionari, però, non rappresentano “l’altro” volto della chiesa. Fanno parte dell’unica chiesa: da essa, tramite gli Istituti religiosi o laicali di cui fanno parte, sono “mandati”, da essa sono sostenuti economicamente e ad essa ritornano per raccontare alle comunità cristiane di origine le miserie e le ingiustizie in cui vivono milioni di poveri e i prodigi che Dio opera servendosi della disponibilità di tanti umili volontari. Non c’è missione senza una chiesa che invia e non ci può essere chiesa senza missione. Volerle dividere significa farle morire entrambe.
Dare la vita
La morte violenta dei missionari ci tocca sempre profondamente. In me suscita grande emozione e commozione. Penso ai loro familiari ed amici: li hanno visti un giorno partire non per una guerra o per fare fortuna, ma per servire Gesù nei poveri. Li hanno aiutati con la preghiera e tante iniziative e raccolte, sono andati persino a visitarli in Africa, in Asia o in America latina. Si sentivano fieri e orgogliosi di loro. Poi un giorno apprendono che a causa del vangelo della carità hanno versato il sangue. E’ quello che è accaduto anche per familiari e amici delle parrocchie e delle diocesi di provenienza, delle suore Lucia, Olga e Bernardetta le quali, seppur anziane e malate, avevano voluto rimanere in Africa perché ormai quel Paese e quei poveri erano tutta la loro vita. Dio ha concesso loro la grazia del martirio. Non dovrebbe esserci aspirazione più grande per un missionario, per ogni cristiano. Parole, queste, pesanti e incomprensibili per molti, ma nelle quali tanti altri ci hanno creduto e continuano a crederci, offrendo la vita. Per questi ritengo sia doveroso versare le nostre lacrime.

Le nostre lacrime per le suore del Burundi, finite nell'oblio per l'abbattimento dell'orsa Daniza
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