Editoriali
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Senso di responsabilità da parte di tutti

Siamo ancora allibiti di fronte ad un virus che ci sta sottomettendo e condiziona fortemente la nostra vita personale e collettiva. Non ci aspettavamo di arrivare a tanto, noi così abituati e convinti di poter dominare cose ed eventi, e con una fiducia quasi illimitata nel progresso e nella scienza.

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Senso di responsabilità da parte di tutti

Siamo ancora allibiti di fronte ad un virus che ci sta sottomettendo e condiziona fortemente la nostra vita personale e collettiva. Non ci aspettavamo di arrivare a tanto, noi così abituati e convinti di poter dominare cose ed eventi, e con una fiducia quasi illimitata nel progresso e nella scienza. Forse i più disincantati di fronte alle crisi, e per questo meno prudenti nell’applicare le norme imposte dalle autorità sanitarie, sono certi anziani. Domenica scorsa uno di questi mi diceva che nella vita ne aveva viste tante, compresa la guerra con il suo strascico di violenze e di morte e non era certo questa specie di “influenza” a preoccuparlo. Al tempo stesso, anche tanti giovani, troppi, che non hanno conosciuto né guerre né emergenze, e che sono cresciuti con una fiducia smisurata nell’onnipotenza dell’uomo e della scienza, continuano a tutt’oggi a disattendere con troppa leggerezza alle prescrizioni, convinti che il problema riguardi gli altri e che tutto si risolverà molto presto. Purtroppo non è così. Anche loro devono prendere atto della situazione e cambiare drasticamente il modo abituale di vivere e di rapportarsi con i coetanei.

Giustamente, il sociologo Mauro Magatti diceva la settimana scorsa al nostro giornale che questo contagio così virulento, come pure l’emergenza clima e migrazioni, mettono in crisi, a livello globale, la fiducia che abbiamo avuto per tanti anni di poter controllare tutto e dominare tutto; mette in dubbio le nostre sicurezze (compresa quella di aver raggiunto e consolidato un certo benessere) e il nostro modello di sviluppo. Tutti infatti stiamo prendendo consapevolezza che l’altro problema che molto presto sarà dirompente è quello economico-finanziario, con ricadute imprevedibili sulla vita delle famiglie e sulla pace sociale. Aggravato, più che in altri partner europei, da un debito pubblico che inevitabilmente aumenterà con il rischio di diventare incontrollato, anche a motivo della recessione economica già in atto. Siamo uno dei paesi con la peggiore performance economica dell'Unione Europea e perciò più esposti a pagare un conto salato.

 

Solidarietà nella crisi

Forse, in un tempo di crisi e di debolezza come questo, riusciremo a riscoprire alcuni valori che i tempi di prosperità, di benessere e di onnipotenza ci hanno fatto trascurare. In questi giorni alcuni richiamano la necessità di rivedere i nostri stili di vita per assumere, volenti o no, una sobrietà che nemmeno la crisi economica di una decina d’anni fa è riuscita ad innescare perché, come mi diceva tempo fa Mauro Magatti, avevamo ancora in riserva molta pinguedine.

Come sempre accade, di fronte ad una tale emergenza sociale molti problemi che facevano parte della retorica politica, come ad esempio quello dell’immigrazione o della crisi del quadro politico-istituzionale, passano in secondo piano o addirittura scompaiono dal vocabolario e dalle agende dei partiti. Insieme, purtroppo, a problemi molto gravi come quello delle migliaia di profughi siriani ammassati ai confini della Grecia o di quei milioni che si spostano dentro il continente Africano.

Il chiuderci a riccio perché ora abbiamo problemi ben più seri da affrontare non serve. Oltretutto nei tempi di crisi sociali, sanitarie ed economiche, nasce spesso una solidarietà tra le persone e i popoli che sembrava impensabile nei tempi della prosperità.

 

La vita religiosa

In questo periodo si è forzatamente fermata anche la vita religiosa-liturgica delle nostre comunità, con la sospensione delle messe e di altre celebrazioni. Tutti noi credenti viviamo la cosa con una certa sofferenza e grande disagio. Purtroppo alcuni, forse anche tra noi preti, hanno continuato come se niente fosse, disattendendo non solo le disposizioni dell’autorità civile, verso la quale come leali cittadini dobbiamo attenerci, ma anche a quelle emanate dai vescovi. Sembra che non si possa vivere la fede, seppur temporaneamente, senza la celebrazione eucaristica o lontano dalle chiese. Anche gli ebrei, deportati in Babilonia, soffrivano per la mancanza del Tempio e, tuttavia, nel tempo della prova e della calamità avevano scoperto che si poteva, pur nel pianto, pregare e lodare Dio anche lungo i fiumi di Babilonia (Salmo 137). Di sicuro la nostra fede potrebbe uscirne purificata, come anche la nostra pastorale, così spesso debordante e quasi impotente a ripensarsi sulla linea della essenzialità. Tutto dipende da come vivremo questo tempo di restrizioni: se come attesa sofferta che tutto ritorni come prima oppure, invece, come opportunità per ripensare i nostri stili di vita, la fede e una pastorale più semplice e semplificata.

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