Editoriali
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Sui profughi troppe parole in libertà

Come era prevedibile il messaggio dei vescovi di Treviso e Vittorio Veneto sul problema dell’accoglienza dei profughi nel nostro territorio ha suscitato consensi, ma anche critiche, con i soliti luoghi comuni. Ma la lettera voleva invitare i cristiani ad un esame di coscienza.

Sui profughi troppe parole in libertà

Come era prevedibile il messaggio dei vescovi di Treviso e Vittorio Veneto sul problema dell’accoglienza dei profughi nel nostro territorio ha suscitato consensi, ma anche critiche, con i soliti luoghi comuni e considerazioni, alcune di bassa lega, degne di certi discorsi che più si addicono alle piazze e alle osterie che ad un civile confronto. I vescovi non hanno inteso né pronunciare “scomuniche” né provocare “scontri” con i sindaci (come hanno titolato alcuni quotidiani); la loro lettera mirava soprattutto a porre degli interrogativi ai cristiani, e anche a chiunque consideri la dignità di ogni essere umano e il valore della solidarietà non princìpi superflui o parole vuote. Non vi erano moniti severi, diti puntati, e tanto meno ordini impartiti a chicchessia. La lettera suggeriva soprattutto un esame di coscienza a quanti oggi tentano di essere cristiani: “Dobbiamo confessare – scrivono i vescovi - che rimaniamo sconcertati di fronte alla deformazione di un cristianesimo professato a gran voce, e magari difeso con decisione nelle sue tradizioni e nei suoi simboli, ma svuotato dell'attenzione ai poveri, agli ultimi: dunque svuotato del Vangelo, dunque svuotato di Cristo… Come comunità cristiane non dobbiamo rinunciare a fare la nostra parte per quello che possiamo, senza rifugiarci dietro la vastità del fenomeno e la sua infelice gestione a livello alto”.

Che altro potevano dire dei pastori di fronte ad un problema così complesso che sta mettendo a dura prova tutti e che nel nostro territorio è stato motivo di tensioni, proteste e gesti inconsulti, “decisioni improvvide” e, persino, della rimozione del Prefetto? Che altro potevano dire ai cattolici se non che l’accoglienza è un dovere cristiano e richiamare ogni uomo di buona volontà ad un ‘supplemento di umanità’?

 

Parole sagge

Molti cristiani si sono sentiti confortati dalle parole dei due vescovi. Come tutti provano un certo disagio di fronte a questo nuovo fenomeno immigratorio, ma al tempo stesso si rendono conto che è necessaria, anzitutto in loro, una conversione evangelica e anche culturale, perché come uomini e donne discepoli di Gesù, sanno bene di aver ricevuto da Dio in custodia ogni fratello, soprattutto il povero, e di questo devono renderne conto a Lui e alla storia.

Tra i vari interventi, positivi per saggezza e pacatezza, vogliamo segnalare quello di alcuni sindaci della Marca Occidentale i quali, dopo aver ringraziato i vescovi per le stimolanti parole e la riflessione che in loro hanno provocato, ribadiscono la volontà di non tirarsi indietro di fronte all’accoglienza dei profughi, confessando però di trovarsi spesso soli di fronte ai mille problemi che oggi i Comuni sono chiamati ad affrontare e chiedendo che tutti, ad ogni livello, si assumano le proprie specifiche responsabilità, evitando di scaricare tutto sulle Amministrazioni locali.

 

Polemiche inutili

Altri sedicenti cristiani, purtroppo, si sono lasciati andare ad attacchi ingiustificati e polemici alla chiesa. Non ci preoccupiamo se le chiese si “svuotano” per la loro defezione, perché per accedere al culto bisogna prima accogliere il vangelo e convertirsi, soprattutto sulla via della carità. Ci preoccupano invece i luoghi comuni, per di più farciti di ironia e di facile presa propagandistica, usati da alcune figure istituzionali, non ultimo il presidente del Veneto Luca Zaia, le cui parole, ci hanno stupito: “I veneti si chiedono: i vescovi hanno dato tutto quello che potevano dare? I seminari sono tutti pieni di immigrati e di profughi? Gli altri edifici a disposizione dei vescovi non sono più utilizzabili tanto sono pieni di profughi? Proprio non mi risulta”.

Signor Presidente, a quali ambienti vuoti del Seminario si riferisce? A quelli occupati dalle biblioteche, dai musei, dalle aule scolastiche degli Istituti teologici frequentate da circa 350 studenti, prevalentemente laici, dagli alloggi per gli oltre 90 seminaristi e per i 21 preti insegnanti o residenti? Forse a quelli inagibili perché non ci sono soldi né contributi pubblici per sistemarli? Senza contare le oltre 90mila presenza annue tra gruppi, visitatori e incontri vari. Oppure si riferisce agli uffici della Curia, al Collegio Pio X, alla Casa del clero - la casa di riposo per i preti anziani -, al vescovado?

E poi, le sembra che la diocesi, la Caritas e le parrocchie, si diano poco da fare per aiutare e, ove è possibile - giacché anche noi dobbiamo rispettare gli standard di agibilità -, sistemare i poveri e gli immigrati, dovendo far fronte a proteste e resistenze di taluni abitanti “cattolici” del posto, a volte sobillati da persone il cui evidente interesse è quello di guadagnare consensi per il proprio partito, cavalcando l’onda del disagio e della paura?

Se vuole prendere visione degli ambienti diocesani “vuoti” venga pure di persona e sarà accolto volentieri.

 

L’intento del messaggio dei vescovi

La lettera, dunque, voleva invitare i cristiani ad un esame di coscienza, incentrato soprattutto su alcune domande: che cosa significa, in queste precise circostanze, essere cristiani? lo siamo davvero? Abbiamo “il coraggio del Vangelo”, di essere discepoli di Gesù? Al cuore della lettera vi erano proprio queste espressioni: “Vangelo” e “discepoli di Gesù”.

E’ comprensibile che coloro ai quali queste parole evocano poco o nulla si siano sentiti disturbati o, peggio, giudicati. Ma sia chiaro che, nel proporre tali domande, i vescovi non si ergevano a giudici irreprensibili di cristiani infedeli ai loro impegni.

I vescovi, convinti di essere, loro per primi, lontani da una ineccepibile fedeltà al Vangelo, hanno chiesto, in sostanza, che i cristiani di queste terre si aiutino a trovare, in tale impegnativa situazione data dal fenomeno migratorio, un più deciso riferimento a quanto ci chiede il Vangelo. Tutto questo non è privo di fatiche e domanda riflessione pacata, libertà interiore da pregiudizi, condivisione di progetti.

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