Editoriali
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Un ritorno necessario

La riapertura delle chiese, con la progressiva ripresa della vita delle nostre comunità cristiane, dovrebbe aiutarci a “rimettere in ordine” il nostro rapporto con Dio e a riscoprire che la nostra fede in Dio ha assoluto bisogno dell’Eucaristia, della riconciliazione, della comunità cristiana, degli educatori e accompagnatori della fede come i catechisti e gli animatori, dei sacerdoti; di quei luoghi e di quelle esperienze nelle quali possiamo realmente incontrare Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, e in lui e per mezzo di lui offrire al Padre la nostra vita. Le trasmissioni religiose televisive o in streaming sono state importanti e di sicuro continueranno a esserlo per coloro che si trovano impediti a partecipare, ma non possono mai sostituire una presenza personale viva.

Parole chiave: messe aperte (1), partecipazione fedeli (1), messe (30), coronavirus (803), editoriale (49)
Un ritorno necessario

Dopo un lungo digiuno, da lunedì 18 nelle nostre chiese, a determinate condizioni, si potrà finalmente partecipare all’eucaristia. Una vera necessità per noi cristiani perché non possiamo vivere senza i sacramenti. In questo tempo di distanziamento siamo stati costretti ad adattarci a queste privazioni anche se sostenuti da papa Francesco, dai vescovi e dai parroci, i quali ci hanno consegnato delle preghiere, dei messaggi e insegnato o ricordato che nell’emergenza si può anche fare la comunione spirituale e chiedere perdono direttamente a Dio attraverso un atto di dolore perfetto o contrizione. Sentiamo però che non è sufficiente perché, per poter esprimere pienamente la nostra fede nel Dio di Gesù Cristo, abbiamo bisogno della mediazione dei sacramenti, dei pastori e della Chiesa. Speriamo solo di non esserci assuefatti troppo a tanto digiuno e, conseguentemente, di non assumere stabilmente le forme “alternative” che abbiamo sperimentato.

Il Vangelo di domenica scorsa riportava il discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli i quali, per questo, erano turbati. Essi stavano vivendo un momento di smarrimento: non capivano perché Gesù se ne dovesse andare; che fine avrebbe fatto il suo progetto, e anche i loro sogni? E così, nel loro cuore, si accavallavano tanti interrogativi su Gesù, sul Padre, sulla strada da percorrere, sul futuro. “Come andrà a finire?”, si chiedevano.

E’ la domanda che ci si pone sempre nei tempi di crisi personale e sociale.

Anche in questo periodo di distanziamento ci siamo spesso chiesti: “come andrà a finire”? A dire il vero ci dava un po’ fastidio sentirci ripetere come un mantra che “andrà tutto bene”, perché in molte famiglie, o per la salute o per il lavoro, non sta andando affatto bene. La speranza è una cosa seria, e non si può pretendere di infonderla con qualche slogan. E’ infatti necessario che le parole di conforto e di fiducia siano confermate dalla presenza, dalla vicinanza, da segni di affetto e di effettiva partecipazione.

Anche Gesù ai discepoli turbati cerca di infondere fiducia e speranza, non con slogan, ma con promesse vere, dicendo che non li abbandonerà mai, che sarà sempre sulla barca con loro come quella volta nella tempesta; che la sua non sarà solo una parola di conforto ma una presenza viva e vera e che, anzi, rafforzerà tale presenza inviando lo Spirito Santo.

 

Il bisogno delle mediazioni

In quel brano evangelico due sono le domande che vengono poste a Gesù: la prima da parte di Tommaso: “Signore non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. La risposta è secca: “Io sono la via, la verità e la vita”; ossia, io sono tutto, basta seguirmi, assumermi come il baricentro dell’esistenza.

A mio avviso, però, la domanda più problematica è la seconda, quella che gli rivolge Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. La richiesta di Filippo è di poter arrivare subito alla meta (il Padre), senza mediazioni, nemmeno quella dell’umanità di Gesù; quella di avere un rapporto immediato e diretto con Dio a prescindere dal mistero dell’incarnazione del Verbo; a prescindere dalle mediazioni umane o, direbbero i teologi, dalla sacramentalità della Parola e dei segni.

E’ questa una pretesa o presunzione sempre più diffusa oggi anche tra i cristiani e che speriamo non si sia, in questi mesi, troppo radicata in noi. Viviamo, infatti, in una situazione culturale, spirituale e affettiva che ci ha contagiato un po’ tutti, per la quale ormai non accettiamo altra mediazione che noi stessi. Siamo quelli della immediatezza e del “tutto e subito”. In fondo, di fronte alle scelte pratiche ragioniamo così: so io cosa serve per il mio benessere e quale via devo seguire; sono io la fonte della verità; con la fede posso “sbrigarmela” da solo perché con Dio ho un rapporto diretto e non sento più il bisogno della Chiesa.

Come dicevo, in questi mesi ci siamo forse un po’ abituati a questo rapporto con Dio in assenza delle mediazioni, soprattutto dei sacramenti e della Chiesa. Alla fin fine senza la mediazione di Gesù e della sua umanità. Eppure, la sua parola è inequivocabile: “Nessuno può andare al Padre se non per mezzo di me” e “chi vede me, vede il Padre”.

 

Per la identità e la vitalità delle parrocchie

La riapertura delle chiese, con la progressiva ripresa della vita delle nostre comunità cristiane, dovrebbe aiutarci a “rimettere in ordine” il nostro rapporto con Dio e a riscoprire che la nostra fede in Dio ha assoluto bisogno dell’Eucaristia, della riconciliazione, della comunità cristiana, degli educatori e accompagnatori della fede come i catechisti e gli animatori, dei sacerdoti; di quei luoghi e di quelle esperienze nelle quali possiamo realmente incontrare Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, e in lui e per mezzo di lui offrire al Padre la nostra vita. Le trasmissioni religiose televisive o in streaming sono state importanti e di sicuro continueranno a esserlo per coloro che si trovano impediti a partecipare, ma non possono mai sostituire una presenza personale viva.

Forse mai come in questo tempo abbiamo compreso quanto vere siano le parole dei martiri di Abitene, vittime della persecuzione di Diocleziano (303-304), i quali nell’interrogatorio affermarono con fierezza che: “sine dominico non possumus”; non possiamo vivere senza la domenica, celebrazione settimanale della Pasqua, e l’Eucaristia; senza incontrare Gesù risorto e nutrirci di lui. Potremmo anche aggiungere: senza l’incontro con i fratelli; senza i luoghi e le attività formative; senza le scadenze spirituali, sociali e culturali che scandiscono la vita delle nostre parrocchie e conferiscono loro identità e vitalità.

Per il momento è forse questo il problema più urgente che sentiamo come pastori.

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