Editoriali
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Una crisi senza precedenti

A tre mesi dalle elezioni del 4 marzo l'impasse sulla formazione del nuovo Governo si è trasformata in conflitto istituzionale, mentre lo spread è tornato a salire. Molti i colpi di scena in una situazione pericolosa di fronte alla quale è necessario che ciascuno faccia la sua parte

Una crisi senza precedenti

Nelle ore in cui andiamo in stampa, non siamo in grado di dire una parola chiara sulla situazione politica in quanto l’unica cosa certa è una grande confusione. Non sappiamo, infatti, se nascerà un governo Cottarelli, se sarà riesumato quello di Gentiloni, se Di Maio e Salvini torneranno di nuovo da Mattarella per dare vita al cosiddetto “Governo del cambiamento”.

A partire da domenica ne abbiamo viste di tutti i colori. Dopo che M5S e Lega hanno scelto di non procedere con la formazione del nuovo Governo per il rifiuto del presidente Sergio Mattarella, legittimo dal punto di vista costituzionale, a nominare ministro dell’Economia il prof. Paolo Savona, lo scontro si è spostato dal piano strettamente politico a quello istituzionale, trascinando nelle polemiche la figura del Presidente della Repubblica, al punto che in Italia gli animi sono divisi tra i pro e i contro Mattarella. Non se ne sentiva il bisogno, francamente: ci si chiede a chi giovi “trascinare” l’arbitro nel fango della lotta politica. Forse, stando alle più recenti dichiarazioni dei leader di Lega e 5 Stelle, lo hanno anche loro. O almeno ce lo auguriamo. Certo, anche le decisioni dell’arbitro si possono criticare, ma fa parte delle regole del gioco accettarle. Tanto più che l’Esecutivo era ormai (e forse potrebbe essere ancora) a un passo dalla sua nascita.

Essa asseconderebbe la richiesta di novità che certamente viene dal Paese, senza però che questo significhi gettarsi in avventure che mettono a rischio la tenuta dell’Italia e le tasche dei risparmiatori. Invece, il governo “neutrale” di Carlo Cottarelli sarebbe prevedibilmente bocciato in Parlamento e ci avvieremmo speditamente verso le elezioni di fine luglio o inizio agosto: i fuochi si riaprirebbero e probabilmente si avrebbero variazioni sensibili delle percentuali dei consensi ottenuti dai partiti il 4 marzo.

Tolto il Partito democratico, per il quale i sondaggi non promettono molto di buono e che in questa fase di confusione che sta vivendo si è trovato spiazzato dalle imminenti elezioni (sarà ancora Renzi a fare le liste?) anche se momentaneamente unito di fronte al fallimento di un governo giallo verde, e tolta Forza Italia che spera, grazie al ritorno in lista di Berlusconi, di riprendere quota e sottrarsi così dalla “cannibalizzazione” da parte di Salvini, per il resto sembra che la partita si giochi tutta tra Lega e M5S. Con un dato assai significativo: la forbice tra il consenso di una Lega in crescita vertiginosa e un M5S in calo, si riduce sempre più.

 

Un centrodestra in vantaggio

Di sicuro, in questa fase, una rinnovata alleanza tra Salvini e Berlusconi sembrerebbe in grado di superare quella soglia del 40% dei consensi che consentirebbe di portare a casa una maggioranza parlamentare, grazie alla massiccia incetta di collegi uninominali. Al di là delle momentanee riserve di Salvini circa la possibilità di una tale alleanza elettorale (superabili se tutto il problema si riduce all’offesa di tradimento proveniente da qualche esponente forzista), rimane pur vero che questa è l’unica strada che gli resta per diventare il leader unico e indiscusso di un rinnovato centrodestra. Da questo punto di vista riteniamo che, visto l’andamento positivo dei sondaggi e dei vari risultati elettorali locali, l’aver egli contribuito a far saltare il tavolo della trattativa possa essere stata l’occasione propizia e forse anche cercata per rompere con M5S lasciando di Maio solo e a bocca asciutta, e riprendersi la sua libertà di azione. In fin dei conti, se ci teneva a fare il governo del cambiamento, non avrebbe potuto accettare un compromesso mettendo all’Economia il fedelissimo Giorgetti e fra sei mesi, quando si fossero calmate le acque e dopo aver dato prova di buon governo, chiedere la sua sostituzione? Ma vedremo ora se qualcosa cambierà.

 

Una campagna rovente

L’inizio di campagna elettorale da subito si è presentato rovente, con manifestazioni di piazza pro o contro Mattarella il quale di sicuro sarà uno dei bersagli dei dibattiti e dei comizi dei prossimi mesi. Ma, se si voterà, sarà anche una campagna che avrà come centro di attenzione l’Europa e l’euro, al punto che probabilmente potrebbe anche crearsi un fronte pro istituzioni repubblicane e pro Europa e uno contro. Dipenderà da quanto sarà nell’uno o nell’altro caso la resa secondo i sondaggi elettorali. Giocare, però, sulla pelle delle Istituzioni e della nostra tradizionale collocazione europea (che nessuno nella recente campagna elettorale aveva messo in discussione!) non gioverà a nessuno perché alla fine corriamo il rischio di trovarci senza alcun punto di riferimento e con un paese lacerato e diviso.

Di sicuro è difficile comprendere e valutare fino in fondo le motivazioni che hanno spinto Mattarella e Di Maio-Salvini a consumare una rottura così plateale e pericolosa sul nome di un ministro. Del non detto o di quello che ci sta dietro non si possono che fare supposizioni, con il rischio però di aggrovigliarci in una becera dietrologia e gettare benzina sul fuoco delle polemiche.

Ci limitiamo però a registrare un dato di fatto: proprio in questi giorni di caos politico-istituzionale, le campagne per le Amministrative a una settimana dalle elezioni del 10 giugno (in diocesi si vota nei due principali centri, Treviso e San Donà) si svolgono (o, almeno, si sono finora svolte) all’insegna della correttezza e del fair-play. Uno stile che sarebbe di esempio anche per qualche esagitato leader. Questa è la democrazia che ci piace, a prescindere da chi saranno i vincitori.

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