Editoriali
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Verso la palude politica?

I dilemmi di Renzi: farsi un suo partito come Macron o provare a ricompattare il Pd? E il ritorno di Berlusconi. Ecco gli scenari dopo l'approvazione della legge elettorale e le elezioni siciliani.

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Verso la palude politica?

Da molto tempo prima della vittoria elettorale del centrodestra in Sicilia, Massimo Cacciari va ripetendo che a Matteo Renzi restano solo due alternative per sopravvivere politicamente e non far sprofondare il Paese: o rifondare daccapo, in modo collegiale, il Partito democratico (l’eterna incompiuta) facendo un passo indietro e recuperando tutti i fuoriusciti della sinistra, da Bersani a Pisapia a Grasso, oppure, anche se un po’ in ritardo, fare come Macron in Francia e fondare un suo partito.

 

Le divisioni del centrosinistra

Nel primo caso, un Pd ricompattato, potrebbe avere qualche possibilità di battere alle elezioni politiche del prossimo anno un redivivo Berlusconi, anche se chi sarà incaricato di formare il nuovo Governo dovrà necessariamente scendere a patti con qualche altro partito perché, anche raggiungendo un consenso elettorale del 30-40% difficilmente avrà i numeri per governare.

Infatti la nuova legge elettorale, il cosiddetto “Rosatellum 2”, è in gran parte proporzionale e non contempla premi di maggioranza, pur prevedendo una quota maggioritaria del 36%. L’unica alleanza possibile per il Pd rimarrebbe quella con Berlusconi, qualora questi accettasse di sganciare il suo partito dagli alleati elettorali Salvini e Meloni. In ogni caso, l’eventuale recuperata ala sinistra del Pd, in forza della sua innata vocazione suicida, non ci metterebbe molto ad affondare il proprio nuovo governo. Sarebbero sempre troppi e maleodoranti i compromessi a cui dovrebbe scendere con il nemico storico Berlusconi, ma anche con un Renzi che, referendum di riforma costituzionale a parte, ha, agli occhi di tale sinistra, il “grave torto” di aver strappato il Pd a Bersani, D’Alema e compagni dell’ex Pds. Salvo un miracolo, riteniamo che dalla parte del centro-sinistra non si venga a capo di nulla. Infatti, se tutti i gruppetti e partitini che costituiscono l’arcipelago della sinistra (una ventina!) non faranno coalizione con il Pd, il centrosinistra porterà a casa pochissimi collegi uninominali. Per il momento, alla mano tesa in questi giorni da Renzi, sincera o meno che sia, Bersani ha già risposto se non proprio “picche”, con “ni”.
M5S e Centrodestra
Dal momento che il M5S per mantenersi illibato correrà da solo, sarà ben difficile che arrivi primo alle elezioni, in quanto nei collegi uninominali hanno molte più chance le coalizioni come, appunto, quella che potrebbe costituirsi attorno al Pd (comprendente anche alleati scomodi come Alfano e Verdini), e quella posticcia ed eterogenea già messa in piedi in Sicilia da Berlusconi, con un colpo da maestro che solo a lui riesce. Riteniamo, perciò, che allo stato attuale, con molta probabilità, vincerà le elezioni la coalizione berlusconiana, formata dai popolari europei, ex democristiani e centristi di Forza Italia e dagli estremisti di destra, lepenisti e antieuropeisti presenti nella Lega e in Fratelli d’Italia. Con chi questo coacervo di ideologie andrà a fare alleanza per formare un governo sarà tutto da vedere. Quella di Berlusconi potrebbe trasformarsi nella classica vittoria di Pirro. Può così accadere che l’ex Cavaliere sganci la sua FI dagli altri e cerchi l’alleato in Renzi, oppure, pur sempre probabile e fattibile, che Salvini scarichi Berlusconi e si allei con Di Maio, o perlomeno riesca a fare un governo con l’appoggio esterno di M5S. Sarebbe l’epilogo kafkiano di questa rabberciata nuova legge elettorale e della presenza nel panorama politico italiano di tre raggruppamenti politici che percentualmente quasi si equivalgono.
E Renzi che farà?
Potrebbe anche succedere che di fronte ai “niet” dei gruppi della sinistra di allearsi con il Pd per il rifiuto di Renzi di mettersi in radicale discussione e rifondare il Pd (in sostanza mollando la Segreteria), questi si sottragga alla palude in cui vogliono cacciarlo, rompa gli indugi e fondi, come Macron, un suo partito. Ammesso però che questo sia ora possibile per un Renzi che con il fiasco referendario ha perso, oltre che la guida del governo, anche smalto e forza propulsiva. Una scelta del genere, tanto ardita e rischiosa, Renzi doveva forse farla tre anni fa, quando dopo l’esito del 40% alle elezioni europee aveva il vento in poppa.
Cacciari ritiene, però, che la costituzione da parte di Renzi di un “partito del Capo”, sarebbe ancora possibile, anzi necessaria. Basta che egli, spinto e sostenuto dai suoi fedelissimi decida presto, o per questa scelta o per quella di rifondare il Pd, altrimenti avrà la sua buona parte di responsabilità nel consegnare il governo del Paese ad una “coalizione di destra fantapolitica” o al populismo grillino. In ogni caso, per quanto si possa essere ottimisti, c’è davvero la possibilità dopo le elezioni di finire nel pantano dell’ingovernabilità, ritornando ai pasticci e agli eterni compromessi della prima Repubblica.

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