Editoriali
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Verso una destabilizzazione globale?

Bisogna convenire che la seconda guerra del Golfo scatenata nel 2003 con la conquista di Baghdad e l’eliminazione fisica di Saddam Hussein (volutamente e intelligentemente evitate da Bush padre con la prima guerra del 1990-1991), ha innescato una sorta di reazione a catena che i protagonisti non riescono più a controllare.

Parole chiave: terrorismo (108), isis (69), editoriale (33)
Verso una destabilizzazione globale?

Ormai non passa quasi giorno senza la notizia di attentati e stragi da parte dell’Isis e di frange estremiste islamiche non solo in Medio Oriente ma anche in Europa. L’episodio più grave, in settimana, si è verificato a Istanbul, dove sono morte 10 persone, tra i quali 8 turisti tedeschi. Si ha l’impressione di un lento e progressivo processo di destabilizzazione che sta anche minando l’economia di diversi paesi. Ad esempio in Tunisia, Egitto e Turchia il turismo, una delle principali fonti di ricchezza, ha subito un crollo di oltre il 30%. D’altra parte è questa la strategia messa in atto dagli jihadisti per indebolire i paesi nemici. Sono passati dal colpire caserme militari e ambasciate a vere e proprie stragi di persone innocenti, attraverso attacchi con armi e bombe umane. Una impennata di azioni e di attacchi che i servizi segreti delle grandi potenze non riescono a prevenire e di fronte ai quali sono quasi impotenti. La paura così si sta impossessando dell’Occidente e sta condizionando persino i grandi eventi religiosi, come ad esempio il Giubileo. La logica che presiede certe frange estremiste dell’Islam è quella del tanto peggio, tanto meglio, e non guarda in faccia nessuno, perché unico scopo è quello di destabilizzare l’Occidente e quei paesi del Medio Oriente che reputano nemici, perché alleati e sostenuti dagli Stati Uniti o dall’Europa.

A volte ci si domanda come sia stato possibile che in pochissimi anni si sia costituito uno “Stato Islamico” (un gruppo terroristico islamista) che è riuscito a costituire un Califfato che controlla vasti territori e città strategiche di Siria e Iraq. Distrazione da parte delle grandi potenze? Superficialità nel valutare i pericoli? Politiche ambigue nel finanziare i ribelli contro questo o quel dittatore, con la conseguenza di essersi trovati alla fine con le proprie armi puntate contro? Tra le molte cause sembra che almeno due siano chiare e incontestabili.
Reazioni a catena
Anzitutto che, diversamente dai primi decenni del secolo scorso, le recenti politiche coloniali dell’Occidente, economiche o militari che siano, scatenano reazioni che vanno ben oltre il singolo paese interessato allo sfruttamento delle risorse naturali o un determinato gruppo terroristico, mandando in fibrillazione e in crisi lo stesso Occidente.
In secondo luogo bisogna convenire che la seconda guerra del Golfo scatenata nel 2003 con la conquista di Baghdad e l’eliminazione fisica di Saddam Hussein (volutamente e intelligentemente evitate da Bush padre con la prima guerra del 1990-1991), ha innescato una sorta di reazione a catena che i protagonisti non riescono più a controllare. Giovanni Paolo II fu profeta inascoltato. E’ storia recente che da quella guerra, che si giustificava sulla falsa propaganda della presenza in Iraq di armi chimiche, è nato nel 2004 il gruppo militare Al Qaeda, poi rinominato nel 2006 “Stato islamico dell’Iraq”, con l’obiettivo di combattere l’occupazione americana di quel Paese e il nuovo governo iracheno sciita sostenuto dagli Stati Uniti e da molti paesi occidentali. Da qui l’Isis, in poco tempo, si è propagato alla Siria e si è infiltrato nelle “rivoluzioni” in Libia ed Egitto e fa sentire il suo peso anche in Turchia e altri Paesi dell’area.

A quando un nuovo equilibrio?
L’ultima strage Parigi del novembre scorso sembra abbia spinto Stati Uniti, Europa e Russia a cercare una strategia comune per tagliare le fonti delle risorse economiche alle quali attinge abbondantemente l’Isis (petrolio, droga, ecc.), inspiegabilmente rimaste finora intoccate. Anche questo certamente servirà per contenere le azioni terroristiche islamiste e l’espansione del Califfato. Non risolverà però il problema del conflitto apertosi tra mondo occidentale, con i suoi alleati mediorientali, e l’Isis con le sue molte cellule disseminate un po’ ovunque perché, al di là dell’insanabile contrapposizione tra le diverse anime dell’Islam, le radici culturali/religiose, politiche ed economiche sono molto profonde e affondano in una avversione radicale verso le l’Occidente.
Rompere i seppur instabili equilibri esistenti è sempre rischioso. Il proverbio dice che chi rompe paga e i cocci sono suoi. Purtroppo nel villaggio globale questo non vale perché alla fine tutti devono pagare il loro tributo e si ritrovano con i cocci in casa propria.

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