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Job act: salutare scossone ma ora servono i fatti!

In attesa di vedere quali altre proposte verranno messe sul tappeto, registriamo le prime reazioni al “Job Act” di Renzi da parte delle Acli e del Movimento cristiano lavoratori

Parole chiave: lavoro - job act - renzi - acli (1)
Job act: salutare scossone ma ora servono i fatti!

Job Act” è l’acronimo di una legge votata in maniera bipartisan negli Stati Uniti il 5 aprile 2012, per sostenere con adeguati provvedimenti e fondi il rilancio industriale e in particolare le “start up”, giovani società innovative verso le quali l’America guardava e guarda per un ritorno allo sviluppo. Ora anche in Italia, con la diffusione da parte del neo-segretario del Pd, Matteo Renzi, delle prime linee del proprio “Job Act”, si parla di far fare un “salto” in avanti al lancio di iniziative imprenditoriali, in una parola essere innovativi perché la creatività torni a caratterizzare il “Made in Italy”. Ecco quindi che il “giovane” segretario del Pd ha gettato il classico sasso nello stagno, rischiando come in passato di finire incagliato sui veti all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza le proposte di Renzi, che per ora sono dei puri “enunciati”, parlano di un contratto d’inserimento per i giovani a “tutele progressive” che superi buona parte dei 40 tipi di contratto attualmente esistenti. Il “Job Act” renziano prevede poi l’assegno universale di sostegno per tutti coloro che perdono il posto di lavoro, con l’obbligo di seguire corsi di riqualificazione professionale e di non rifiutare più di un’offerta di lavoro alternativa, altrimenti decade il sostegno. C’è poi la rendicontazione online della spesa pubblica, la fine della figura del dirigente di pubblica amministrazione a tempo indeterminato, l’aiuto alle piccole imprese sui costi energetici e una tassazione più alta per le attività e rendite finanziarie e più bassa per chi “fa impresa”, specie le “start up” dei giovani.
Fin qui le novità, per ora solo “annunciate”, da parte di Renzi. Ma il dado è tratto, si deve dire, perché sostenitori e detrattori hanno dovuto prendere atto tra giovedì 9 e venerdì 10 gennaio, che l’iniziativa renziana comunque è servita a smuovere le acque. Non solo nel centrosinistra, dove non tutti si sono detti d’accordo con il “Job Act”, ma nel centrodestra e pure tra i “grillini”. Del resto, il 40% dei giovani che non trovano lavoro e la massa crescente di disoccupati ormai sono una minaccia troppo forte per la politica, come hanno dimostrato le avanguardie dei “forconi” nel mese di dicembre.
 
Il parere di Acli e Mcl
In attesa di vedere quali altre proposte verranno messe sul tappeto, registriamo le prime reazioni al “Job Act” di Renzi. Così, il presidente delle Acli, Gianni Bottalico, ha subito reagito affermando che “al momento si tratta di ‘spunti’ che delineano appena un indice di quelle che saranno le proposte del nuovo segretario del Pd”, anche se “pare condivisibile l’analisi della situazione di stallo, se non di arretramento, in cui versa l’economia italiana e l’intento di realizzare una terapia d’urto per rimetterla in moto. Peraltro le ricette che vengono indicate sono da anni oggetto di discussione: la riduzione delle tasse sul lavoro, la sburocratizzazione, l’esigenza di un piano industriale generale e di singoli piani per i vari comparti”. Bottalico nota anche che “andrà delineata meglio nei suoi scopi la proposta di un nuovo codice del lavoro” ponendo attenzione al fatto che l’estensione delle tutele non si tramuti in realtà nell’estensione della precarietà, mentre appare come una misura di assoluto buon senso la “riduzione delle forme contrattuali” dalle oltre 40 attuali. Tra i limiti, Bottalico cita le misure per attenuare le diseguaglianze, le connessioni tra lavoro ed Europa, la finanza speculativa.
Dal canto suo, il presidente di Mcl (Movimento cristiano lavoratori), Carlo Costalli sottolinea che nelle linee di Renzi c’è “la consapevolezza che non sono le regole che creano i posti di lavoro ma la ripresa della produzione; bene pure la possibilità per i lavoratori di sedere nel Cda delle grandi aziende”. Aggiunge che “non c’è il contratto unico, come paventato, e che ci avrebbe visto contrari, anche se la riduzione delle forme contrattuali ci sembra opportuna”. Circa le perplessità, Costalli sottolinea che “non c’è un chiaro programma di riduzioni fiscali, si parla genericamente di risorse ricavate dalla spending review: proposta ingenua se non addirittura superficiale”.

Fonte: Sir
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