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La psicologa del servizio regionale sull'emergenza Covid: "Nella solidarietà l'energia per vincerla"

La dottoressa Emilia Laugelli, psicologa dell’Ulss 7, ha potuto vedere in questo periodo il profondo dell’anima delle persone da un osservatorio particolarissimo, il servizio InOltre della Regione Veneto, di cui è responsabile regionale. In soli 45 giorni dedicati a ricevere telefonate di aiuto psicologico per l’emergenza coronavirus, sono stati realizzati 1.450 colloqui a distanza di circa un’ora ciascuno.

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La psicologa del servizio regionale sull'emergenza Covid: "Nella solidarietà l'energia per vincerla"

“La crisi che viviamo ha segnato la fine dell’individualismo sfrenato, ora non è più possibile fregarsene degli altri, la mia salute dipende dal comportamento degli altri e viceversa. Eravamo quasi a un punto di non ritorno, stiamo trovando proprio nella solidarietà l’energia per sconfiggere il coronavirus”.

La dottoressa Emilia Laugelli, psicologa dell’Ulss 7, ha potuto vedere in questo periodo il profondo dell’anima delle persone da un osservatorio particolarissimo, il servizio InOltre della Regione Veneto, di cui è responsabile regionale. In soli 45 giorni dedicati a ricevere telefonate di aiuto psicologico per l’emergenza coronavirus, sono stati realizzati 1.450 colloqui a distanza di circa un’ora ciascuno, senza contare i migliaia di contatti semplici. L’équipe, composta di nove psicologi e una responsabile, ha lavorato senza interruzione.  “Siamo stati in ascolto notte e giorno al nostro numero verde 800334343, e continuiamo a esserlo. In una prima fase ci telefonavano persone terrorizzate di essere state contagiate. Ci chiamavano nel cuore della notte, per informazioni, oppure per gestire lo stress dell’emergenza sanitaria, ci raccontavano la preoccupazione per l’oggi e per il domani. Di notte la solitudine, la preoccupazione prendono il sopravvento, e molti ci chiamano”.

Prosegue la psicologa: “Abbiamo sempre orientato, dato informazioni giuste, gestito con i colloqui l’ansia. Abbiamo aiutato le persone a modificare gli stili di vita. Si sono ritrovati da un giorno all’altro chiusi in casa, nessuno era preparato a tutto questo”. Il 60 per cento di chi ha chiamato era donna, la fascia d’età più frequente è stata quella tra i 31 e i 51 anni, circa il 30 per cento. Anche la percentuale degli over 70, 15 per cento, è significativa se si considera la poca confidenza con i servizi a distanza. Impaurite, soprattutto, le persone tra i 51 e i 71 anni, il 25 per cento dei chiamanti.

“Le parole più frequenti e ripetute erano «ansia» e «preoccupazione». Facevano tenerezza le coppie di anziani, in cui magari uno dei due ha l’Alzheimer o una malattia degenerativa. Oppure i nonni che non possono più vedere i nipoti, il distanziamento è stato amaro. Le mamme con i figli a casa, con tanto tempo a disposizione, dovevano gestire questo nuovo tempo con i compiti scolastici da fare e le attività che dovevano sostituire i tanti eventi scolastici che non c’erano più. Hanno imparato a cucinare con i figli accanto, a fare assieme attività domestiche che non avevano mai fatto”.

Ancora, “abbiamo guidato gli anziani a usare la tecnologia per vedere i propri figli, abbiamo incoraggiato a rivolgersi ai vicini di casa, magari facendo le spese a turno e parlandosi dai poggioli. Il pianerottolo del condomio non era più uno spazio neutro per incontri fugaci, ma un luogo si poteva scambiare qualche parola, alimentare un minimo di relazione. Il terrazzo, per chi ce l’ha, è stata una ricchezza, abbiamo invitato a uscire sul poggiolo e mettersi in relazione con la natura, con la primavera che intanto andava affermandosi”.

Nei casi gravi, il servizio ha attivato il medico di medicina generale e anche servizi specialistici, ma sono pochissime le volte in cui questo è stato necessario. “Il nostro servizio da quando è nato ha una precisa filosofia di base - spiega Laugelli -. Nel 2012 scegliemmo di chiamarci «inOltre», per indicare la soluzione nei momenti di crisi: guardare al futuro, a un progetto che vada al di là della crisi presente. Siamo nati sull’onda emotiva del dramma dei suicidi degli imprenditori veneti. Allora il crollo finanziario lasciava disarmati questi uomini che avevano dedicato la vita all’azienda e così cercavano di farla finita per sempre. Fu duro intervenire, ma i risultati arrivarono. Nel 2016 ecco la crisi delle banche venete, gli azionisti truffati e privati dei risparmi di una vita. Anche in questo caso abbiamo aiutato a guardare avanti, all’oltre della crisi, convinti che ogni crisi determini un cambiamento e che nella nuova situazione tutti possano trovare uno spazio. Ora siamo alla nostra terza crisi, quella sanitaria. Anche questa volta ci siamo preparati a rispondere ai nuovi bisogni, alle nuove domande di salute”.

Ogni settimana tutto il gruppo di psicologi ha un momento di formazione - aggiornamento con un docente dell’Università di Padova per essere sempre all’altezza della situazione. “Le persone - conclude la psicologa - debbono trovare un punto fermo in noi. Persone su cui appoggiarsi per ripartire, devono essere sicure che noi sappiamo fare questo”.

Ora è iniziata la seconda fase, adesso il problema è come riprendere le relazioni, come tenere la distanza interpersonale con gli affetti più cari. “Non dobbiamo dimenticare le solidarietà che in questo periodo si sono create. Ognuno ha un ruolo attivo in una comunità, noi accompagneremo le persone che chiedono aiuto a usare gli strumenti che hanno, a fare quello che possono, ad avere un pensiero «alto» dedicato alla comunità. C’è bisogno di rispetto, di pensare all’altro come se fossi io. Per non aiutare il virus dobbiamo rispettarci tutti, una reciprocità che salva le persone. Dobbiamo essere noi le sentinelle della salute, richiamare con gentilezza chi non rispetta le regole: “mettiti la mascherina”, “lavati le mani”, se qualcuno non si comporta così non possiamo far finta di niente. Il virus ci ha costretto a cambiare, facciamo in modo di cambiare in meglio”.

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