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Patti Laternanensi: a Treviso un entusiasmo che durò poco

Localmente, tuttavia, il vescovo Longhin cercò di resistere e confermare la linea tenuta nell’immediato dopoguerra, rinnovando per esempio il sostegno a don Ferdinando Pasin, il sacerdote più esposto nell’impegno del cattolicesimo sociale, promuovendolo parroco a San Martino, in città.E ben presto ripresero gli attacchi all'Azione cattolica.

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Patti Laternanensi: a Treviso un entusiasmo che durò poco

Il Concordato tra Stato italiano e Santa Sede con i collegati Patti Lateranensi giunse alla definizione nel febbraio 1929, dopo aver consumato una serie di atti cinici da entrambe le parti, tra i quali il sacrificio personale “consigliato” dal Vaticano al capo del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, di abbandonare la politica attiva e “togliere il disturbo” con l’esilio all’estero; la gestione delle strutture del laicato ecclesiale concentrata prevalentemente nelle mani della componente dei clerico-fascisti; l’accondiscendenza di talune gerarchie ecclesiastiche a sacrificare i propri migliori uomini, quelli che più si erano spesi per l’impegno sociale nelle Leghe Bianche, accettando di confinarli in incarichi di secondo piano o addirittura rimuovendoli. Il Partito Nazionale Fascista, del resto, godeva allora di un amplissimo consenso presso le masse e si era già trasformato in un regime, identificandosi anche formalmente con lo Stato.
Localmente, tuttavia, il vescovo Longhin cercò di resistere e confermare la linea tenuta nell’immediato dopoguerra, rinnovando per esempio il sostegno a don Ferdinando Pasin, il sacerdote più esposto nell’impegno del cattolicesimo sociale, promuovendolo parroco a San Martino, in città. E quando nel ’24 ci furono le elezioni politiche con la nuova legge Acerbo, che assegnava i 2/3 dei seggi parlamentari alla lista più votata, e pertanto al listone della Destra, un “promemoria” della Giunta diocesana di Azione cattolica, pubblicato sulla Vita del popolo, espresse chiaramente l’impossibilità per i cattolici di appoggiare il Partito Fascista. I risultati furono conseguenti, tanto che a Treviso la Destra ottenne il peggiore risultato nazionale, col 35,9% (mentre la media nazionale fu del 64,9%).
In un quadro del genere, caratterizzato da ripetute tensioni tra mondo cattolico e regime (con le varie aggressioni ai Circoli di Ac soprattutto nel 1923, ma anche successivamente, in particolar modo dopo le “leggi fascistissime” del ’26), il Concordato del 1929 sembrava portare a un miglioramento dei rapporti anche alla base, oltre che all’indubbia riappacificazione nazionale.
Fu un’illusione. Nel 1931, quando il Governo Mussolini tentò di sopprimere le organizzazioni giovanili dell’Azione cattolica, apparve chiaro a tutti che il regime voleva riservare a se stesso, in via esclusiva, l’educazione della gioventù. All’energica protesta espressa da papa Pio XI seguirono le ritorsioni delle incursioni fasciste contro i Circoli di Ac del territorio. Ma tutto questo, nel febbraio del ’29, non poteva essere ancora chiaro a tutti.
Molti sacerdoti e soprattutto la generalità dei fedeli accolsero con giubilo l’avvenuta intesa tra Stato e Chiesa che poneva fine, almeno formalmente, a una contrapposizione che durava dal 1870. Ne costituisce un esempio, tra gli altri, la predica dai toni retorici che il parroco di Roncade don Romano Citton pronunciò “nella fausta Riconciliazione tra Chiesa e Stato”, in cui si definisce Mussolini addirittura come “il braccio forte di Dio”. Le illusioni circa la serenità dei rapporti tra autorità civili ed ecclesiastiche cadranno però ben presto.
Ricca di significato è la lettera che mons. Longhin scrisse alla Santa Sede il 14 dicembre di quello stesso 1929, per segnalare quanto segue: “Il Sig. Questore di qui chiamò in ufficio il Sacerdote don Luigi Sartori, Presidente della Giunta Diocesana e lo pregò in forma cortese di voler portare in Questura tutte le bandiere papali possedute dalle Associazioni Cattoliche della città e Diocesi, perché un dispaccio del Ministero degli Interni ordinava di requisirle. Credeva di farci un atto di cortesia risparmiandoci l’invio di delegati e carabinieri per la requisizione d’ufficio. Feci rispondere, che io ero molto riconoscente al Sig. Questore a questo atto di riguardo, ma che non pareva né giusto, né decoroso per noi portare in questura tali bandiere quasi fossero il corpo di un delitto. [...] So che il mio rifiuto fu accolto con disgusto, e oggi vengo a sapere che si è proceduto già alla requisizione: 1) del labaro U. C. di Treviso; 2) della bandiera U. C. di Roncade; 3) della bandiera papale del Patronato S. Nicolò; 4) della bandiera papale dell’Ist. Maschile di Turazza”.
Ivano Sartor

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