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Restare umani a Lampedusa

Reportage dal viaggio nell’isola simbolo del dramma dell’immigrazione contemporanea, dove chi salva le persone in mare pensa che sia “naturale”, perché “sono esseri umani, nostri fratelli” e perché “gli occhi sbarrati di chi sta affogando ti entrano nel cuore”, come raccontano gli abitanti di questo avamposto dell’accoglienza

Parole chiave: Lampedusa (10), accoglienza (159), rifugiati (129), profughi (220), migrazioni (8), Acli Venezia (1)
Restare umani a Lampedusa

Arriviamo a Lampedusa di sera. Tra il nero del cielo e il nero del mare l’aereo scova le poche luci dell’isola e non posso fare a meno di pensare quanto più difficile sia trovarla per chi viene dal mare e non dal cielo come noi. I due giorni successivi li passiamo ad ascoltare alcune persone dell’isola impegnate in vario modo nell’accoglienza ai migranti. Siamo un guppetto di persone di Treviso e Venezia, tra le quali il presidente delle Acli provinciali di Venezia, Paolo Grigolato, desiderose di conoscere questo luogo simbolo del dramma dell’immigrazione contemporanea, e di incontrare i suoi abitanti.
Subito viene squarciato il rivestimento mediatico che deforma tutto ciò che avviene qui e ne fa spettacolo: finalmente possiamo toccare con mano la realtà. Una realtà semplice, primordiale come le pietre dell’isola, come il vento che la spazza, come il mare che la circonda. “Non vogliamo il Nobel per la pace. Quel che facciamo non è eccezionale. E’ naturale, è quel che farebbe chiunque altro fosse qui, al nostro posto - raccontano gli abitanti -. Quelli che nel resto d’Italia sono contrari, basterebbe che venissero una volta qui al molo ad accogliere i migranti quando sbarcano, a vedere in che condizioni arrivano. Finché saremo qui, continueremo a farlo. Quando muore uno di loro, è un nostro fratello che muore”.
E’ una realtà forte, grande, più forte e più grande di qualsiasi telegiornale, di qualsiasi immagine di bambini morti o salvati dall’acqua. Perché la televisione ti consente di restare uguale, sprofondato nel tuo divano. Lampedusa no, ti cambia. Vieni via che non sei più lo stesso. Ti fa toccare la verità nuda della vita e della morte, la grandezza disperata del dramma dei migranti e la grandezza semplice di chi li accoglie. Quella di un uomo che al mattino del 3 ottobre 2013 ha salvato dodici persone dal naufragio in cui ne sono morte 366, a 800 metri dalla costa. Ci racconta degli occhi sbarrati dei migranti in acqua che stavano affogando e quegli occhi ti entrano nel cuore e continuano a guardarti anche quando il racconto è terminato.
Non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere: un uomo rischia la morte e un altro lo salva, che cosa c’è di più grande e più cristiano e, al tempo stesso, che cosa c’è di più naturale e più umano?
“Ma su questo - ci dicono a Lampedusa - si è sovrapposta la pornografia della frontiera. L’uso delle immagini dei migranti, delle donne, dei bambini per costruire un racconto che serva a giustificare le decisioni dei governi”. Prima la retorica era quella dell’invasione, coi barconi stracarichi che facevano pensare “non possiamo accoglierli tutti noi”. Dopo il 2013 la narrazione è invece quella buonista dei salvataggi in mare e dell’accoglienza. “Ma in ogni caso - ci dicono - stiamo assistendo in diretta a una delle più grandi tragedie senza coglierne la pesantezza”.
La questione dell’immigrazione non si può comprendere sulla frontiera, né a Lampedusa, né a Lesbo, né a Celta o al Brennero. La migrazione va compresa per ciò che avviene prima, nella miseria, violenza e ingiustizia che segnano tanti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente e che noi abbiamo contribuito a provocare. Nei viaggi allucinanti di cui Lampedusa costituisce solo l’ultimo breve tratto. In un sistema di accoglienza in Italia “che favorisce la fabbrica di clandestini per il lavoro nero e la malavita” perché per la maggior parte non prevede percorsi di sostegno e di inserimento. “La frontiera è un luogo che categorizza, rende inferiori, segna le persone con un marchio che poi si porteranno sempre addosso”. E’ il luogo artificiale che divide “noi e gli altri” e se ti trovi dalla parte sbagliata, quella degli “altri”, sei condannato a un duro cammino per riuscire a essere riconosciuto “uno di noi”.
“Dobbiamo smettere di aiutare i migranti perché sono migranti” ci dicono a Lampedusa “e aiutarli solo perché sono uomini”. “Questo posto non è mio. Ce l’ho solo in gestione, ma c’è posto anche per gli altri”. “Se nello Sprar - il sistema di protezione per i rifugiati - non c’è posto anche per le famiglie italiane sfrattate che han perso la casa è un errore, perché così si alimenta la guerra tra poveri. Non dobbiamo continuare ad aiutare in base a delle categorie, ma in base ai diritti umani, che ogni persona ha”.
“Arrivano senza nulla. Hanno solo i ricordi nel cuore - racconta una volontaria -. La prima cosa che faccio è abbracciarli, per fargli sentire che ci siamo”. Sul molo Favaloro, a Lampedusa, è l’uomo che riconosce l’uomo. Sono gli uomini che si riconoscono fratelli, se questa parola può essere spogliata di ogni retorica. “Lampedusa è un luogo di umanità” ci dicono ancora “ma l’umanità non è mai acquisita una volta per tutte. Ci si può indurire davanti alla sofferenza, farci il callo, diventare insensibili. Restare umani a Lampedusa. Questo è il nostro impegno”.
Per noi che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case” (P. Levi) invece è più facile perdere la nostra umanità, lasciare che la mente sia confusa dai telegiornali e il cuore si rimpicciolisca alla misura limitata della nostra quotidianità. A Lampedusa questo non può avvenire, perché “nel mare non si possono costruire muri. Sulla terra sì, ma qui sul mare non è possibile”.

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