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Tra proteste e speranze nelle carceri sovraffollate

"Come tutto il mondo esterno, anche noi detenuti siamo molto preoccupati da questo Coronavirus ora classificato come pandemia, che coinvolge tutti senza distinzione alcuna e che sta cambiando inevitabilmente la vita di tutti", hanno scritto i detenuti e le detenute. Le parole del Papa e di Mattarella.

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Tra proteste e speranze nelle carceri sovraffollate

"Come tutto il mondo esterno, anche noi detenuti siamo molto preoccupati da questo Coronavirus ora classificato come pandemia, che coinvolge tutti senza distinzione alcuna e che sta cambiando inevitabilmente la vita di tutti".

Con queste parole inizia l’appello dei detenuti del carcere di Padova e delle detenute a Venezia indirizzata a Mattarella e al Papa e pubblicata nei quotidiani La Repubblica e Il Gazzettino due settimane fa.

L’appello giunge dopo che ai primi di marzo con un tam tam in tutta Italia i detenuti si erano fatti sentire, sull'onda del timore per il contagio da coronavirus e per le restrizioni ai colloqui dovute all'emergenza. Da Modena a Rieti, da Pavia a Milano, da Bologna a Treviso, fino ad arrivare a Napoli e Palermo.

In una cinquantina di istituti – come a Treviso – la protesta si è limitata alla battitura delle sbarre e di pentolame, ma in una trentina ci sono stati disordini e violenze, con suppellettili divelte e oggetti dati alle fiamme, detenuti saliti sui tetti, scontri con gli agenti, furti, aggressioni tra reclusi, sequestri di persona ed evasioni. Nei casi peggiori, morti e feriti.

La notizia della sospensione dei colloqui e dell’accesso dei volontari ha creato il panico tra i detenuti, impauriti dalle notizie sulla diffusione del Coronavirus. In carcere le informazioni non arrivano in modo completo, se non filtrate attraverso la televisione. E l’idea di non poter sapere cosa accade ai familiari che potrebbero essere coinvolti ha sicuramente dato un grosso impulso alle proteste.

A distanza di qualche settimana il tema sembra non essere più di attualità eppure come scrivono i detenuti nella lettera citata «Noi oggi dobbiamo lottare tutti uniti contro la stessa cosa e non contro di noi. Qui non vale più il gioco di guardie e ladri! Qui in gioco c’è la vita di ciascuno di noi. Il “merito” che può avere questo “maledetto virus” è da una parte quello, volenti o nolenti, di metterci tutti sullo stesso piano, perché tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro e della collaborazione vicendevole, dall’altra di imporci una seria riflessione, una vera domanda sul senso della vita, della Vita di ciascuno di noi, anche del più derelitto.»

Il presidente della Repubblica aveva risposto nei giorni seguenti, con una lettera al quotidiano Il Gazzettino, all’appello dei detenuti scrivendo che «Ho ben presente la difficile situazione delle nostre carceri, sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana e mi adopero, per quanto è nelle mie possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare la condizione di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio».

Il Papa durante l'Angelus di domenica 29 marzo ha lanciato un appello per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari. «Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei diritti umani che parla del problema delle carceri sovraffollate che con la pandemia del coronavirus potrebbero diventare una tragedia».

Per capire meglio quanto sta succedendo abbiamo raggiunto Claudio Paterniti Martello dell’Osservatorio nazionale dell’associazione Antigone.

La decisione di sospendere i colloqui con i familiari e di ridurre l’accesso dei volontari – a seguito delle disposizioni per il contenimento del Covid-19 in ambito penitenziario – ha innescato l’incendio nelle celle sovraffollate e le proteste in varie parti del Paese. In realtà sappiamo che vi è un forte sovraffollamento delle nostre carceri. Quali sono le condizioni attuali delle nostre carceri?

«La decisione di sospendere i colloqui è uno dei fattori che ha dato vita alle proteste, che hanno scosso alle fondamenta il sistema penitenziario italiano. D’altra parte c’è anche la paura del contagio, in un luogo in cui la propagazione degli agenti patogeni è facilitata dalla promiscuità e dalle scarse condizioni igieniche. Le nostre carceri sono sovraffollate. I posti disponibili sono 50.931. A questi bisogna sottrarre i circa 2.000 posti resi inagibili dalle proteste. I presenti, a fine febbraio, erano 61.230. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190%. Ogni giorno i detenuti sentono dalla televisione che bisogna mantenere le distanze, salvo poi ritrovarsi in tre in celle da 12 metri quadri. Le condizioni igienico-sanitarie sono spesso precarie. Nel 2019 Antigone ha visitato 95 istituti: in quasi la metà c’erano celle senza acqua calda; in più della metà c’erano celle senza doccia. Spesso mancano prodotti per la pulizia e l’igiene. Con questi numeri, se dovesse propagarsi il virus in carcere, sarebbe una catastrofe per detenuti e operatori. Per gli uni e per gli altri bisogna muoversi».

Quale è lo spazio vitale in cella previsto dagli standard internazionali e quale la condizione reale nelle nostre carceri?

«Il Cpt (Comitato per la prevenzione della tortura e le pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa) ha individuato nei suoi standard la soglia di 4 metri quadri a persona. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha invece individuato nei 3 metri quadri la soglia al di sotto della quale si ha violazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Non si tratta dunque dello spazio vitale previsto, ma della soglia al di sotto della quale non bisogna in alcun modo scendere. E questo purtroppo avviene spesso, specie se si tiene conto che lo spazio vitale, anche sulla scorta delle pronunce della nostra Corte di Cassazione, è da intendersi come spazio calpestabile. Detto ciò, bisogna considerare che oltre allo spazio vitale sono molti altri i fattori che contribuiscono a rendere la pena detentiva conforme alle prescrizioni normative. Bisogna guardare alla quantità e alla qualità delle attività formative, scolastiche e professionali, al numero di ore che le persone detenute trascorrono fuori dalla cella, ai contatti con l’esterno, al modello detentivo responsabilizzante o infantilizzante, ed altro ancora».

Non solo ora d’aria, ma anche possibilità di lavorare all’interno, incontri con i volontari, visite dei familiari. Quanto è importante la socialità per chi è recluso?

«È importantissima! Sia quella con le altre persone detenute, che ha luogo nelle sale per la socialità, nei cortili e in tutti gli altri spazi comuni di un carcere (oltre ovviamente alla cella, dove però spesso c’è una socialità forzata, visto l’affollamento); sia quella con l’esterno. La pena – dice la nostra Costituzione all’articolo 27 – deve tendere al reinserimento (là si parla di rieducazione, ma oggi prevale un approccio meno correzionalista e più fondato sui diritti). Non dev’essere desocializzante. Per questo i contatti con l’esterno sono fondamentali. Chi sta in carcere conta molto su questi contatti, specie su quelli con i familiari, che costituiscono il legame residuo con un mondo esterno, che è di fondamentale importanza non recidere».

Quindi la miccia si è incendiata a seguito dei divieti ai colloqui, ma forse il “virus” stava covando da tempo nelle carceri. Lei pensa che potrebbe essere giunto il tempo di ricorrere più rapidamente alle misure alternative alla pena, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, previsti dalla legge sull’ordinamento penitenziario?

«Io penso che quest’emergenza dovuta al Coronavirus stia spingendo le autorità a favorire l’applicazione di misure per chi ne ha diritto, cioè per chi ha una pena o un residuo pena basso. È fondamentale che ciò venga fatto: per preservare le persone detenute dal pericolo di un contagio, per prevenire ulteriori manifestazioni violente, e anche per liberare degli spazi in cui si potrà svolgere un monitoraggio sanitario. Spero che il Governo metta da parte le remore attuali e agisca in maniera più incisiva, non demandando tutta la responsabilità alla Magistratura. Parte di questi stessi detenuti che hanno scritto la lettera citata hanno preparato le riflessioni per le 14 stazioni della via Crucis del prossimo Venerdì santo. E quest’anno – che un po’ tutti vivremmo da “reclusi” e non in comunità – saranno le pagine di chi è ristretto in meno di 4 metri quadri 365 giorni all’anno a dettarci il passo per cogliere il senso della Pasqua, che Papa Francesco ci ricorda come «la risurrezione di un uomo non è mai opera di un singolo, ma di una comunità che lavora alleandosi assieme».

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