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Un ciclone chiamato Matteo

E' entrato in scena con l’irruenza di un ciclone. E’ la vera novità apparsa sotto il plumbeo e deprimente cielo della politica italiana

Parole chiave: legge elettorale (19), pd (47), renzi (85), italicum (6)
Un ciclone chiamato Matteo

Matteo Renzi può anche non piacere per il suo modo di affrontare la politica e di dirla fuori dei denti ad amici di partito e avversari. Nessuno però può negare che il suo carisma di comunicatore, fatto di linguaggio schietto, pratico e giovanile, non abbia presa sulla gente. L’ha avuta anche nel Pd, tanto che si il sindaco fiorentino si è portato a casa, nel giro di due anni, il 70% del partito, lasciando stordita la vecchia nomenclatura Ds. Nei circoli di base l’hanno votato persino i più incalliti ex comunisti, stanchi forse dei fallimentari tatticismi dei vari D’Alema, Veltroni e Bersani, che hanno avuto il loro apice nelle larghe intese con Berlusconi e nel siluramento, tutto interno al partito, di Prodi alla presidenza della Repubblica.

Non che la lezione sia servita a molto. Le stizzite dimissioni da presidente del partito di Cuperlo e prima ancora quelle del vice ministro per l’economia Fassina, stanno a dire come la minoranza interna proprio non riesce a capacitarsi di essersi lasciata strappare dall’ultimo arrivato maggioranza e leadership del partito. All’inizio, sentitisi offesi dallo schietto e intemperante linguaggio di Renzi, l’hanno messa sul personale, ma poi han dovuto ammettere, anche per serietà, che il vero problema stava nella non condivisione delle scelte e dei metodi del neo segretario. Per questo, sul controverso progetto di legge elettorale concordato da Renzi con Berlusconi, son decisi, soprattutto sul problema delle preferenze - parola di D’Alema -, a rimediare in Parlamento, cercando alleanze trasversali.

Probabilmente lo faranno anche per altre cose, sempre spinti da quell’incontenibile istinto autolesionista che caratterizza una certa sinistra italiana, unita alla presunzione di sentirsi paladina di moralità, democrazia e purezza ideologica. Sembrano un po’ quei pirati del fumetto “Asterix” che preferiscono autoaffondare il vascello su cui stanno navigando piuttosto che accettare la supremazia degli irruenti Galli o ingaggiar battaglia a suon di sberle.
A che pro contrastare il risultato portato a casa dal proprio segretario dopo che altri non sono venuti a capo di niente? E’ così essenziale difendere le preferenze quando nel 1991 un referendum ha spazzato via quelle plurime? Non si potrebbe ovviare a tutto ciò obbligando i partiti a fare delle primarie serie? E poi, serve davvero garantire la sopravvivenza di tanti partitini? Sono domande alle quali non sappiamo come rispondere, come non siamo in grado di dire quale sia la legge elettorale più consona alla nostra situazione italiana. Forse nessuna. Non certo la proporzionale pura perché porta, come nella prima Repubblica, alla ingovernabilità e ai ricatti da parte dei partiti minori. Ma nemmeno, forse, il maggioritario perché chi vince piglia tutto, e non sempre ci sono contrappesi, come ad esempio una seria legge sul conflitto di interessi, per bilanciare il potere del vincitore.
Il nodo Berlusconi
Nel Pd alla base dei malumori sembra ci sia il fatto che molti non hanno digerito l’incontro tra Renzi e Berlusconi, un condannato per frode fiscale decaduto da senatore, avvenuto per giunta nella loro sede in via del Nazareno. Più di qualcuno si è scandalizzato o, come Fassina, vergognato. Ma con chi doveva vedersi? Con la Santanchè o con Verdini? Berlusconi rimane pur sempre il capo indiscusso di Forza Italia, principale partito di opposizione, che dispone ancora di un serbatoio di 7-10 milioni di voti. Una legge elettorale deve cercare il più ampio consenso per evitare, come accaduto per il “porcellum”, che venga decisa dalla maggioranza di governo in base al proprio tornaconto elettorale. Tolto Grillo che non vuole starci con nessuno, con chi si doveva allora trattare?
Se Renzi fa cilecca
Renzi è entrato in scena con l’irruenza di un ciclone. E’ la vera novità apparsa sotto il plumbeo e deprimente cielo della politica italiana e l’unico che al momento può rimettere in moto il sistema inceppatosi da tempo. La sua logica del “o la va o la spacca”, può dar fastidio a molti, dentro e fuori il Pd ma, al momento, sembra non abbia alternative. E’ stato chiaro: se salta l’accordo sulle riforme con Berlusconi si va al voto con la legge elettorale rimasta dopo i correttivi fatti dalla Consulta al “porcellum”, ossia con una proporzionale pura. Con il risultato che nessuno dei tre maggiori partiti avrà i numeri per governale da solo. E così si tornerà di nuovo alle larghe o strette intese che, almeno per ora, nella nostra situazione italiana sono viste come un inciucio. Con buona pace dei puri del Pd che saranno costretti per la terza volta a tapparsi il naso e ingoiare il rospo.

Un ciclone chiamato Matteo
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