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Male e giustizia non hanno colore

Qualsiasi fatto è divenuto pretesto per schierarsi con commenti violenti e pieni d'odio, a cui non sono immuni persone che rivestono ruoli pubblici. Senza approfondire o attendere la verità dei fatti. Forse c'è bisogno di allontanarci per un po' dalle piazze digitali.

Parole chiave: razzismo. (1), social network (12), politica (42), giustizia (16)
Male e giustizia non hanno colore

Non c’è rispetto neppure per i morti, figuriamoci per i vivi. Da tempo ormai nel nostro Paese, e non solo, qualsiasi notizia viene letta (mai completamente letta e con la volontà di comprendere) e commentata con faziosità, prendendo una parte o l’altra, a seconda del proprio colore politico. L’ultimo esempio è quello del carabiniere barbaramente ucciso, nella notte tra il 25 e il 26 luglio, a Roma. Nemmeno il silenzio e il lutto per una persona uccisa, che subito i commenti si sono concentrati sui Carabinieri e il loro ruolo, l’immigrazione controllata o indiscriminata, persino sul colore della pelle dell’autore del crimine. Come se il crimine fosse diverso a seconda di chi lo compie. Più o meno grave a seconda che sia colpevole un italiano, un bianco oppure un extracomunitario, peggio se nero. Schierati fin dall’inizio, quando pure le informazioni erano frammentarie e contrastanti. Sentenze sommarie dal primo istante. Senza attendere che la Giustizia faccia il suo corso.
Ci mancava, poi, la foto di uno degli assassini, ammanettato e bendato. Si è assistito al festival della faziosità, indipendentemente dal rispetto della legge. Primi intervenuti, i politici. Ministri italiani, assessori veneti incapaci di tenere a freno le dita sulla tastiera e di usare la ragione per dire che in uno Stato di diritto, quale il nostro per fortuna è, ci sono norme e leggi da rispettare, che si fondano sulla nostra Costituzione.
Il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri ha classificato come “inaccettabile” l’episodio e ha avviato un’indagine interna per denunciare e sottoporre a procedimento disciplinare i responsabili.
Nonostante questo, i “commentatori” non si sono preoccupati di capire cosa ci fosse di sbagliato nel bendare “persino” un assassino reo confesso, nello scattare una foto e nel diffonderla. Anche i giornalisti sono tenuti a non diffondere immagini di persone con le manette. E a non diffondere odio e violenza attraverso i commenti sotto gli articoli pubblicati online. Di fronte a questa situazione divenuta intollerabile, l’Ordine dei giornalisti del Veneto ha deciso di avviare un monitoraggio sul fenomeno dei messaggi d’odio, offensivi e che istigano alla violenza, sempre più spesso presenti sui siti internet e sui profili social delle testate giornalistiche.
Intervenire è necessario e doveroso, perché, diversamente da quanto sostenuto dai responsabili dei social network, su Facebook o Twitter e sui loro standard di controllo non si può contare. Molti Stati si stanno muovendo per promulgare leggi contro la violenza diffusa nei social network, il cosiddetto “hate speech”, l’incitamento all’odio o il linguaggio offensivo di tipo discriminatorio. Che non vuol dire ledere la libertà di espressione a cui ogni persona ha diritto. Si tratta, però, di un diritto che va esercitato responsabilmente. Dovremmo tutti fare affidamento sulla nostra onestà intellettuale.
E, soprattutto, questo atteggiamento di violenza e odio “di parte” non può essere consentito a chi riveste ruoli pubblici e, quindi, ha un ruolo con una valenza educativa. Politici che dovrebbero promuovere il confronto e non lo schieramento irresponsabile, chiamando, magari, le proprie “truppe” a esprimersi, cosa che alla fine si risolve nel dar ragione al capo politico.
Abbiamo, forse, bisogno di allontanarci per un po’ di tempo dalle piazze digitali, per liberarci dai pregiudizi e poter confrontarci serenamente con chi ha opinioni diverse dalle nostre. E su questo potrebbero aiutarci i 10 punti del Manifesto sulla comunicazione non ostile che abbiamo riportato nel box a fianco.

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