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A trent'anni dalla guerra in Bosnia: da Sarajevo a Kiev

Evidenti le analogie con la guerra in Ucraina e che alimentano la paura che la Bosnia, con tutte le sue tensioni e instabilità, possa diventare una nuova Ucraina. Due testimoni, il card. Puljic e mons. Tomo Knezevic ricordano i giorni dell'assedio

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A trent'anni dalla guerra in Bosnia: da Sarajevo a Kiev

La sensazione è quella di un déjà-vu, con il fiume Dniepr al posto della Drina, con Kiev al posto di Sarajevo. Due corsi d’acqua a segnare il confine naturale fra Bielorussia e Ucraina, il primo, e quello storico tra la Bosnia-Erzegovina (Bih) e la Serbia, il secondo, che pure, in un lontano passato, era stato la linea di demarcazione tra l’Impero romano d’Oriente e quello d’Occidente.
Nel ricordare i 30 anni del conflitto in Bosnia, uno dei capitoli più sanguinosi delle guerre jugoslave, scoppiata a marzo del 1992 (fino al dicembre del 1995), il card. Vinko Puljic, oggi arcivescovo emerito di Sarajevo, non può fare a meno di pensare all’aggressione russa dell’Ucraina e alle sue città assediate e bombardate. La guerra di Kiev, di Leopoli, di Karkiv, di Odessa, di Mariupol, posta in drammatica analogia con quanto accadde trenta anni fa a Sarajevo, Mostar, Banja Luka, Srebrenica, Tuzla e altre città bosniache. Il porporato è stato arcivescovo di Sarajevo dal 19 novembre 1990 fino al 29 gennaio di quest’anno. I ricordi di quell’assedio - vissuto in prima persona - sono ancora vivi, così come i suoi accorati appelli per la pace e la fine delle ostilità. Si dice “addolorato” per quanto sta avvenendo in Ucraina, vittima, a suo dire, “dei grandi poteri, di Usa e Russia. Così a pagare sarà il popolo ucraino, vittima sacrificale di turno”. La storia di ieri e quella di oggi, come un nastro che si riavvolge per raccontare ancora una volta stragi, atrocità, fosse comuni, stupri etnici, centinaia di migliaia di sfollati e profughi per la pulizia etnica e migliaia di morti. In Bosnia se ne contarono oltre 100 mila, di questi 40 mila civili. Solo nell’assedio di Sarajevo le vittime furono oltre 11.500.

La scelta dell’indipendenza. Il nastro dei ricordi del card. Puljic riparte da quel 1° marzo del 1992, il giorno del referendum sull’indipendenza, osteggiato dai nazionalisti serbo-bosniaci, contrari alla separazione da Belgrado. “Trenta anni fa i bosniaci scelsero l’indipendenza - ricorda il porporato - con oltre il 60% dei voti. Un esito sgradito a Belgrado, le cui minacce di guerra divennero realtà dopo il riconoscimento da parte della Comunità internazionale, Usa in testa, della indipendenza della Bosnia. Da quel momento fu un susseguirsi di orrori, Belgrado pensava a una guerra lampo, ma non andò così. Per fermare la guerra ci vollero gli Accordi di Dayton, firmati a novembre 1995, che diedero vita a due entità interne alla Bosnia-Erzegovina, la Federazione croato-musulmana (con il 51% del territorio nazionale, ndr.) e la Repubblica Srpska (serba, con il 49% del territorio, ndr.). In tal modo - denuncia il cardinale - venne «legalizzata» la pulizia etnica condotta nella Repubblica Srpska (Rs) ai danni di croati e «bosgnacchi», i bosniaci musulmani. Nella Federazione, questi ultimi sono diventati maggioranza, mentre i croati cattolici sono minoranza. Questa situazione è ancora oggi fonte di tensione e di instabilità”. Per il cardinale gli Accordi di Dayton non hanno creato “una pace stabile e giusta” perché “non hanno reso possibile l’uguaglianza tra i membri dei tre popoli e le minoranze nazionali sull’intero territorio del Paese” alimentando di fatto uno stallo politico-istituzionale dovuto a veti incrociati. Nemmeno guardare avanti offre particolari elementi di speranza. “Con la Repubblica Srpska, sotto influenza russa, anche l’ingresso della Bosnia-Erzegovina nell’Ue e nella Nato rappresenta un grande problema” avverte il card. Puljic, per il quale l’allargamento dell’Ue ai Balcani “è una cosa naturale. I Balcani così come la Bosnia Erzegovina appartengono all’Europa. Ma Bruxelles - afferma il porporato - deve coinvolgersi di più in Bosnia”. L’esperienza dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, conclude il cardinale, “mi ha insegnato che l’unico modo per trovare soluzione ai disastri provocati dalle armi era e rimane il dialogo, coniugato con la solidarietà. Per lungo tempo durante l’assedio sono stato l’unico capo religioso presente e ho cercato di aiutare tutti senza distinzione, infondendo speranza, conforto e coraggio ad andare avanti. La gente è sempre stata molto legata, ma l’odio e la propaganda politica, diffusa attraverso i media, hanno creato divisioni”.

Pronti ad asciugare le lacrime. Ai ricordi del card. Puljic si aggiungono quelli di mons. Tomo Knezevic, oggi direttore di Caritas Bosnia, ma ai tempi dell’assedio di Sarajevo, responsabile della Caritas diocesana. “Durante i 4 anni di assedio eravamo gli unici a poter entrare ed uscire dalla città per rifornirla di aiuti umanitari. Avevamo il permesso dei serbi che cingevano la città. Questo perché - ci dicevano - aiutavamo tutti. In tanti anni di dittatura comunista avevamo praticato la carità nel silenzio e quando è scoppiata la guerra eravamo pronti ad aiutare. Pronti anche ad asciugare le lacrime di coloro che venivano a chiederci aiuto”. Il racconto di mons. Knezevic, che nella guerra ha perso 35 tra familiari e parenti stretti, si snoda per le strade di Sarajevo, dove ogni angolo rievoca ricordi. “Qui è dove avevamo il magazzino dei viveri della Caritas, in questo tratto di strada dovevamo guidare anche a 130 km orari per non essere colpiti dai cecchini”, e poi il monumento ai bambini morti, fino al mercato di Markale, “dove ho visto corpi dilaniati, lo strazio dei feriti, sangue ovunque. Era un luogo di ritrovo, dove oramai non si vendeva più nulla perché non c’era nulla da vendere, la gente era solita ritrovarsi per riguadagnare un poco di umanità durante i giorni di assedio”. Vite tranciate di netto. Camminare per Sarajevo, oggi, è un pellegrinaggio tra lapidi, monumenti funebri e cimiteri,sparsi un po’ ovunque. “Seppellivamo i morti di notte o quando c’era nebbia - ricorda mons. Knezevic -. Luoghi di sepoltura erano giardini pubblici e privati e ogni spazio utile”. E poi quei presidi di memoria che sono le “rose di Sarajevo”, vale a dire i fori lasciati dai mortai e dall’artiglieria serba sull’asfalto, colorati di rosso - come petali di rosa - per dire che in quel punto qualcuno è morto. Durante i 1.425 giorni di assedio (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) Sarajevo è stato il poligono più grande della storia moderna con 11.541 vittime e circa 50.000 feriti.

Pensiero all’Ucraina. Prendiamo la macchina per andare a vedere dove erano i check point serbi. I ricordi si susseguono: “Da qui entravano e uscivano i lunghi convogli di camioncini e di auto. Non ci hanno mai sparato contro. Mi ricordo che scendevo personalmente dall’auto per chiedere ai soldati serbi di spostare i blocchi, i fili spinati, che impedivano il nostro passaggio o di indicare il posizionamento delle mine anticarro sulla strada. Solo dopo la messa in sicurezza ci dirigevamo verso le zone controllate dai croati, come Kiseljak. Spesso sui nostri convogli viaggiavano nascoste persone che tentavano di uscire da Sarajevo, vi erano serbi, croati, «bosgnacchi» e altri ancora che speravano di raggiungere la libertà. In tanti sono riusciti a passare, ma la paura era ogni volta enorme. Solo quando rientravamo con i viveri e gli aiuti mi sentivo tranquillo”. “La guerra ha rubato 30 anni di vita alla Bosnia e al suo popolo” afferma il direttore della Caritas. Le conseguenze della guerra sono ancora vive: “Basta che qualcuno getti un petardo a terra che sentiamo la paura tornare e con essa memorie e ricordi di fatti orribili. Per questo dico che oggi siamo con i nostri pensieri e i nostri cuori con gli abitanti dell’Ucraina che vivono gli stessi orrori che abbiamo vissuto noi. A tutti i cittadini delle città assediate di Ucraina, come Kiev, dico: cari amici soffriamo insieme a voi, moriamo insieme, ci sarà la Resurrezione, sono miseri coloro che vi opprimono, abbiate fede in Dio e nella libertà”.

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