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Balcani: bisogna cambiare rotta!

Con i migranti in Bosnia si riaprono le ferite della guerra. Parla Diego Saccora, vice presidente dell'associazione "Lungo la rotta balcanica", tra i ricercatori che hanno prodotto un dossier sulla mancata accoglienza dei rifugiati nel Paese

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Migrante in Bosnia

A soli 500 chilometri dal nostro territorio, centinaia di migranti, soprattutto dal Medio-Oriente, continuano a tentare di approdare nel Vecchio Continente, ma ad attenderli trovano quasi sempre confini sbarrati. E’ un destino che trova nelle sue ultime settimane lo sguardo mediatico puntato sul suo “fianco nord-orientale”, verso la Bielorussia e l’Ucraina, mentre resta preoccupante per numeri e durata il “fianco sud”, e più precisamente in Bosnia Erzegovina, cuore dei Balcani. In questo stato nato trent’anni fa dall’implosione della Jugoslavia si moltiplicano i segnali d’allarme e di una nuova crisi.

I reportage più drammatici sulla rotta balcanica arrivano da luoghi come Biha, Velika Kladuša, passando dalla vicina Serbia per città come Tuzla, Bijeljina, Zvornik e Srebrenica: località periferiche, ai margini della geografia mentale del cittadino medio dell’Ue. Eppure sono luoghi e nomi che non paiono sconosciuti. Hanno un’eco familiare. E non è un caso. Sono luoghi di cui si parlava anche alla fine del secolo scorso, quando la Bosnia faceva notizia per la guerra civile jugoslava ed era l’epicentro della cattiva coscienza europea e occidentale.

Se inizialmente Sarajevo ha costituito la prima tappa di questo percorso, con centinaia di persone che dormivano in centro città in attesa di proseguire il viaggio, sono oggi diventate Bihać e Velika Kladuša, due cittadine del Cantone Una-Sana a ridosso del confine con l’Ue, nella parte Nord-occidentale del Paese, il crocevia di questa nuova rotta, costituendo la base da cui partire per tentare di percorrere a piedi i circa 240 chilometri fino al confine italiano o austriaco.

La memoria sembra cancellata, l’empatia si è dissolta, nonostante il temperamento accogliente dei bosniaci. Si sta facendo via via più forte un sentimento di ostilità verso i profughi e si è riattivata l’antica paura dell’invasione. La gente si sente nuovamente tradita dall’Europa, come 25 anni, fa con l’imposizione degli accordi di Dayton.

Nei mesi scorsi è stato pubblicato un dossier di denuncia dal titolo “Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza” su quello che sta accadendo ad alcune centinaia di chilometri da casa nostra. Il dossier (scaricabile gratuitamente sul sito di Altreconomia: https://altreconomia.it/prodotto/bosnia-ed-erzegovina-la-mancata-accoglienza/) è stato curato dalla rete “RiVolti ai Balcani”, composta da oltre 35 associazioni e singoli impegnati nella difesa dei diritti delle persone. Di recente è stato inaugurato il nuovo campo di accoglienza di Lipa, 11 mesi dopo la sua distruzione a casa di un incendio. Abbiamo raggiunto a Venezia Diego Saccora, 40 anni, uno degli autori della ricerca, vice-presidente dell’associazione “Lungo la rotta balcanica” e da poco rientrato dalla Bosnia Erzegovina (Bih).

Quali sono le dimensioni di questo fronte migratorio?
Diversamente da quello che siamo orientati a pensare, si tratta di uno dei più minuscoli flussi migratori del Pianeta. Numeri alla mano: qualche decina di migliaia di persone. Persone in transito, in attesa di ottenere documenti per accedere in qualche Paese Ue o negli Usa. Non basta dare il dato numerico delle persone presenti in un Paese a fine anno, se non si tengono conto anche delle differenze, cioè di quanti sono riusciti ad andare avanti o di quelli, più sfortunati, che sulla base del trattato di Dublino sono stati rimandati indietro. Il numero dei respingimenti in certi momenti supera quello dei nuovi arrivi. In Bosnia Erzegovina troviamo attualmente circa 8 mila migranti - a fronte di oltre 75 mila passaggi (ovvero persone registrate) dal 2018 a oggi - tra campi ufficiali e abusivi sparsi tra vecchie fabbriche abbandonate ed edifici dismessi ai tempi della guerra, come lo sono stati per mesi il Krajina Metal e il Dom Penzjonera, a Biha. La situazione attuale lungo la rotta balcanica è di circa 80 campi aperti e così suddivisa: 21 campi in Serbia, più di 30 in Grecia, 8 in Bosnia, oltre a quelli in Albania, Macedonia del Nord e Montenegro.

Fermata di Biha, dove i diritti non esistono. Accanto all’eternamente precaria situazione dei campi continua a essere sempre molto alto il numero dei migranti che non accedono ad alcuna struttura di accoglienza e che sono semplicemente abbandonati a loro stessi...
Anche se le condizioni nei campi sono pessime e non adeguate a sostenere l’inverno, sono sempre meglio di chi vive all’esterno, ma non sono la soluzione. La domanda che ci poniamo nel dossier è se possiamo o meno continuare a parlare di emergenza migratoria dopo tutti questi anni? E’ infatti dal 2015 che la cosiddetta rotta balcanica è stata dapprima aperta come canale umanitario legale, poi chiusa, da quel momento è di nuovo riaperta solo facendo affidamento ai trafficanti. Continuiamo a chiamarla emergenza perché non c’è una volontà di fondo di voler integrare queste persone in Europa.

Qual è la situazione nel “nuovo” campo di Lipa?
Stanno sempre di più allargando il campo di Lipa, per volontà dell’Europa di esternalizzare il sistema di gestione dei richiedenti asilo e rifugiati, sulla scia di quanto già fatto in Turchia, in Libia e in Tunisia. Le persone che scappano dai loro Paesi di origine non vogliono, però, rimanere a lungo nei campi e per questo si affidano alle organizzazioni criminali per andarsene via prima possibile. Anche se non fanno notizia, pressoché quotidianamente qualcuno muore nel tentativo di passare le ultime tappe del “the game”, com’è chiamato il tentativo di passare la frontiera.

I cittadini di Biha, Sarajevo, Tuzla e di Velika Kladuša sembrano esasperati difronte ai continui arrivi. La memoria della guerra sembra cancellata, l’empatia per chi sta scappando dal loro Paese si è dissolta.
Troppo spesso ci fa comodo non fare memoria! Eppure il sistema di asilo si fonda su quanto le stesse popolazioni europee hanno vissuto durante le Guerre mondiali. Oggi, però, sentiamo parlare di invasione e di controllo degli ingressi: eppure i dati ci dicono che il numero di quelli che si spostano verso l’Europa è infinitamente inferiore a quelli che si spostano verso altri Continenti, senza parlare di quanti siano gli europei stessi a spostarsi verso altri Paesi. I bosniaci fin dall’inizio si sono dimostrati accoglienti. Poi la gestione disordinata dei campi da parte dell’Oim e delle istituzioni locali, ha alimentato situazioni di intolleranza da parte dei bosniaci verso i siriani, gli afghani o i pakistani. Ne è seguita la militarizzazione del territorio e la presa di posizione di una parte della politica e dei media che, rispetto alla crisi economica in atto, adducono i migranti come una delle principali cause della disoccupazione o del mancato accesso del loro paese in Ue. I migranti come nemico per il benessere interno… modalità di cui conosciamo anche i risvolti. C’è comunque una parte della popolazione che continua a essere solidale con le famiglie afghane che stanno arrivando! Guardando le biografie di chi continua ad aiutare si scopre che sono quelle di chi è stato vittima di quel conflitto di trent’anni fa.

La drammatica “rotta balcanica” evoca quella “guerra fuori porta” degli anni Novanta, senza turbare più di tanto i sonni dei cittadini europei e dei loro governanti. L’Europa sta nuovamente morendo nei Balcani?
Molti bosniaci dicono che come allora l’Europa li sta lasciando soli. Il fenomeno migratorio che sta attraversando questi luoghi certamente non aiuta a rimarginare le ferite della guerra. Tanto meno la creazione di campi per esternalizzare la questione migranti fuori dai confini Ue o la creazione di muri di filo spinato e cemento.

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