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Bilanci di pace, da Treviso alla Siria: "Lì vanno prima salvati i civili"

L'appello arriva da Silvio Tessari, esperto di Medio Orienta, intervenuto alla prima serata dell'iniziativa, promossa dalla Caritas e altre realtà diocesane.

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Bilanci di pace, da Treviso alla Siria: "Lì vanno prima salvati i civili"

Lo scorso 17 gennaio si è tenuto il primo dei due appuntamenti delle conferenze “Bilanci di pace”, organizzate dalla Caritas tarvisina in collaborazione con fondazione Migrantes, Centro missionario diocesano, pastorale della Salute e La Vita del popolo. Il secondo si terrà martedì 24 gennaio dalle 20.30, al cinema teatro Aurora di Treviso.
Tema centrale dei due convegni il conflitto in Siria, per puntare i riflettori su una guerra troppo spesso dimenticata, definita dall’organizzazione dell’Onu per i rifugiati Unhcr “la più grande catastrofe umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale” e che tuttavia prosegue, da quasi sei anni, nell’indifferenza dei più.
I convegni prendono spunto dalla campagna “Syria peace is possible” lanciata da Caritas Internazionalis per chiedere il cessate il fuoco nel Paese e una risoluzione veloce e pacifica del conflitto.
Durante la serata è intervenuto Silvio Tessari, esperto di Africa e Medio Oriente e operatore della Caritas italiana a Roma fino al 2016, con l’obiettivo di fornire un quadro sintetico della situazione geopolitica in Medio Oriente aiutando così a comprendere le ragioni del conflitto.
Capire ciò che sta avvenendo oggi nell’area mediorientale significa partire dalla ricostruzione della sua storia. Senza andare troppo indietro nel tempo, alla fine della prima Guerra mondiale l’impero Ottomano, sconfitto, si dissolse, lasciando spazio ad una serie di stati nazione costruiti a tavolino da Inglesi e Francesi, i cui governi furono imposti da questi ultimi secondo predeterminate necessità di mantenere la propria sfera di influenza e i propri interessi economici e politici sull’area. Dalla questione israelo-palestinese alla guerra fredda fino ai più recenti conflitti in Afghanistan e Iraq, le maggiori potenze mondiali sono intervenute in Medio Oriente nel tentativo di stabilire assetti e giochi di forza che hanno destabilizzato l’area in maniera così intricata che è difficile immaginare una soluzione nel breve termine.
A questo si aggiungono i conflitti tra musulmani Sciiti e Sunniti e gli interessi economici dell’Occidente sempre più bisognoso di petrolio e intento nel commercio di armi. Per far fronte ai propri interessi, i paesi occidentali non hanno esitato a sostenere dittatori feroci che hanno governato per decenni privando i loro cittadini di ogni diritto civile e instaurando regimi violenti e corrotti.
Le responsabilità di ciò che sta accadendo dal 2011 in Siria, con stime non ufficiali che contano tra i 300 e i 450 mila morti, sei milioni di profughi fuggiti oltre confine e tra i sei e i sette milioni di sfollati interni, sono anche e soprattutto occidentali, secondo il relatore.
Ne abbiamo parlato più approfonditamente con Silvio Tessari.
Nel 2011 il Nord Africa e la Siria sono stati scossi da dei moti interni che l’Europa ha etichettato come “primavere arabe”, ma cosa ha a che fare con questo la Siria?
La rivolta in Siria non ha nulla a che vedere con le cosiddette primavere arabe, non è stata fatta dai giovani siriani, c’è stata una contemporaneità nei tempi, forse l’onda precedente ha fatto partire la rivolta anche in Siria, ma è stata una rivolta che non ha mandato via Assad, perché Assad aveva una base popolare e una base di alleanze molto solide. Il fatto stesso che dopo cinque anni sia ancora in piedi, significa che stiamo parlando di una storia diversa, che è talmente legata alle questioni geopolitiche interazionali, tra Turchia, Arabia Saudita, Israele, Russia che fa sì che la guerra ancora persista testimoniando l’impotenza della comunità internazionale nel difendere i civili.
Che Paese era la Siria prima della guerra?
La regione è divisa tra Sunniti e Sciiti e dal 1949 al 1970 si susseguirono ben venti colpi di stato, l’ultimo, quell’anno appunto portato a termine da Hafiz al Asad, padre dell’attuale presidente, che portò sì ad una dittatura, ma anche un po’ di stabilità nel Paese. Con Assad è andata al governo la setta sciita degli Alauiti che però non rappresentano la maggioranza del Paese. La ribellione nasce anche dal malcontento delle tribù sunnite contro la minoranza sciita al governo e per questo la repressione è stata durissima: far cadere Assad significava mettere in discussione gli equilibri di tutta l’area, far venir meno la continuità politica fra Iran, Siria e Libano, dare potere all’Arabia Saudita, Paese sunnita. La situazione prima della guerra dipendeva dalle zone, nelle zone in cui l’appoggio ad Assad era abbastanza sicuro, nelle grandi città e nelle capitale, sembrava di vivere in Europa, ma nelle zone dove c’era stata una maggiore opposizione, come ad Hama (1982 ndr), il governo aveva bombardato la popolazione, ucciso, si dice, 20 mila oppositori, e lasciato molte case distrutte a monito per chi avesse intenzione di ribellarsi. In queste zone parlare era un problema. Da nessuna parte c’era una vera libertà, però ci sono zone dove ci si adattava e altre invece dove era più forte la frustrazione. La corruzione era comunque all’ordine del giorno, dove un governo è sostenuto solo da alcune minoranze per forza di cose bisogna corrompere.
E oggi qual è la situazione?
Oggi spero che si finisca di combattere, con l’intervento di Putin.
Questo significa che è auspicabile un ritorno di Assad per far cessare il conflitto?
Assad forse potrebbe anche sparire, diciamo che gli ultimi risvolti, la tregua in atto, fanno pensare che probabilmente la guerra cesserà. Il mio timore è che se non si chiudono degli accordi la guerra riprenderà di nuovo, magari su altri fronti. Il numero di morti tra la popolazione civile è solo una stima, poiché le Nazioni Unite, già da diversi anni hanno rifiutato di contarli, i morti. La Siria aveva circa 20 milioni di abitanti, ad oggi oltre la metà della popolazione è sfollata, tra chi si è spostato all’interno dei confini e quelli usciti dal Paese, che per la maggior parte rimangono nei campi profughi nei Paesi limitrofi: Turchia, Libano, Giordania e Iraq. In Libano i profughi siriani sono un quarto della popolazione e la loro gestione diventa quasi insostenibile. C’è il rischio che lì la situazione degeneri, con rivolte e vessazioni contro i rifugiati.
L’Europa ha fallito? In Siria e con la gestione dei rifugiati?
L’Europa è stata assente, più che fallire è stata afona. Perché non era in grado di compiere delle scelte. E quando le ha prese, come in Libia, ha preso quelle sbagliate. Sembrava un bambino in preda alle emozioni del momento, ha aperto e chiuso i confini ai rifugiati ragionando con la pancia invece di creare un disegno razionale. Non c’è stata nessuna visione politica ponderata sulla gestione dei rifugiati.
Ma quindi c’è una soluzione? Dobbiamo scegliere il “male minore”, accettando un dittatore che è accusato di crimini di guerra?
E’ chiaro che il minimo indispensabile è che la tregua duri, e difendere la popolazione civile, questo è il male minore. Il male minore è fare di tutto affinché la popolazione civile riesca ad allontanarsi dai luoghi in cui si combatte e possa essere protetta. Questo è il primo passo. Dopodiché il secondo, contemporaneo al primo se si vuole, è una riunione politica che metta insieme tutti gli attori e cerchi di arrivare ad una soluzione condivisa. Al momento attuale non si può prevedere che questo avverrà, e allora la cosa fondamentale rimane salvare la vita dei civili.

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