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Bosnia, 25 anni dopo pace ancora fragile

Il 14 dicembre a Parigi venivano firmati i cosiddetti accordi di Dayton, che ponevano fine alla sanguinosa guerra civile in Bosnia che dall'aprile 1992, in poco più di tre anni, aveva causato più di 100 mila vittime. Il Paese fatica a risollevarsi e quel patto, fondato sull'appartenenza etnica, rappresenta un limite allo sviluppo

Bosnia, 25 anni dopo pace ancora fragile

L’intesa politica raggiunta il 21 novembre 1995, in Ohio, e sottoscritta a Parigi 3 settimane più tardi, mise fine al conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa: la guerra civile in Bosnia Erzegovina (BiH). Nonostante la comunità internazionale e l’Ue abbiano garantito un clima di sostanziale pacificazione, 25 anni dopo molte delle speranze e delle certezze di Dayton sembrano vacillare, richiedendo un cambio di prospettiva.

Discussi oltreoceano, negli Stati Uniti, nelle prime tre settimane di novembre, i cosiddetti “accordi di Dayton” misero fine a un conflitto che dal 6 aprile 1992 aveva causato più di 100mila vittime, in quella che un tempo era la Jugoslavia. La pace forzata tra bosniaci, serbi e croati, decisa a tavolino dalle potenze straniere, sancì un nuovo assetto politico istituzionale della regione, e in particolare di quella che sarà la BiH, e ridisegnò la cartina geopolitica dei Balcani.
La BiH uscita dagli accordi di Dayton è uno Stato federale con una struttura amministrativa rigida, una presidenza tripartita a rotazione che cambia ogni 8 mesi e un Governo centrale troppo debole. Tali accordi risultano però oggi invisi soprattutto ai giovani, in quanto li giudicano come un pesante ostacolo allo sviluppo del Paese.
Al momento, la Bosnia-Erzegovina condivide con il Kosovo il “non- status di adesione” all’Unione europea, per quanto sarebbe importante per questi Paesi essere sostenuti maggiormente dall’Europa.

Considerata come un successo della comunità internazionale, nei fatti la costituzione redatta a Dayton presenta dei freni allo sviluppo, in quanto permette alla piccola Repubblica Srpska di bloccare tutte le riforme necessarie perché la Bosnia possa aderire alla Ue e alla Nato. Di certo non aiuta il progresso delle riforme l’alternanza alla guida del Paese ogni 8 mesi, di uno dei tre membri della presidenza tripartita, in rappresentanza delle tre etnie. Nelle recenti elezioni regionali è emerso il malcontento in alcune aree del Paese come a Banja Luka e a Sarajevo.
Per avere uno sguardo sul presente e capire meglio dal di dentro come si vive questo anniversario, abbiamo raggiunto Marija Runic, docente di filologia all’Università di Banja Luka (capitale de facto dell’entità della Repubblica Srpska e seconda città della Bosnia-Erzegovina).

Domenica 15 novembre ci sono state le elezioni regionali che hanno registrato un voto di protesta in alcune aree del Paese contro i partiti nazionalisti. Quanto di questo malcontento dipende dalle scelte fatte 25 anni fa a Dayton?
Il voto di protesta potrebbe essere ricondotto, almeno in parte, al sistema politico-amministrativo creato con gli accordi di Dayton, che, nonostante il merito di aver portato la pace al Paese, hanno inaugurato un sistema politico-amministrativo ingovernabile, basato sui principi di appartenenza etnica, in cui conta poco essere cittadini della Bosnia Erzegovina. Gli accordi hanno privilegiato dunque l’affiliazione etnica ponendo basi a un sistema in cui a 25 anni dalla fine del conflitto - nonostante tutti i problemi che sta affrontando il Paese e che sono comuni a tutti i cittadini a prescindere dalla etnia di appartenenza - i temi che dominano l’arena politica e ideologica riguardano innanzitutto l’eredità della guerra civile e i rapporti tra le etnie.

Questo sistema ha “partorito” delle élite politiche e intellettuali di stampo nazionalista che governano il Paese, incotrastate, da 25 anni, sacheggiando le risorse pubbliche e rendendo prive di senso tutte le istituzioni democratiche. In Republika Srpska, il voto di protesta è in primo luogo contro la corruzione dilagante imputata al partito dominante, che ha instaurato una partitocrazia assoluta, mentre il cambiamento ideologico non è avvenuto. Tutti i politici della Republika Srpska, sia quelli della maggioranza che dell’opposizione, giurano sull’esistenza della Republika Srpska, hanno problemi a riconoscere il genocidio di Srebrenica, danno priorità assoluta ai rapporti con Belgrado. I partiti che si distaccano da questa retorica e promuovono una Bosnia Erzegovina unitaria, basata sui principi di cittadinanza e non sull’affiliazione etnica, riscuotono ancora pochissimi voti. A Sarajevo, invece, oltre al voto di protesta contro la corruzione del partito dominante, c’è stato un cambiamento ideologico, che ha visto due serbi candidati a sindaci e un’esplicita retorica contro il nazionalismo. Il cambiamento, comunque, è minore di quanto si voglia far credere.

Oggi il tasso di disoccupazione è elevato, così come il malcontento della popolazione. I bosniaci che da anni vivono qui da noi, raccontano che nel loro Paese natale non si può ottenere nulla senza far vedere la tessera di appartenenza politica, al di là dell’appartenenza etnica e della religione. Quanto è vero di tale sentire?
E’ assolutamente vero. Il sistema partitocratico instaurato da tutte e tre le parti ha svalorizzato le istituzioni che garantiscono parità di accesso a tutti i cittadini, ai loro diritti e opportunità, frenando così l’indispensabile riforma dell’amministrazione pubblica, ritenuta inefficace, corrotta e costosa. Il controllo delle risorse pubbliche è quasi assoluto e non è possibile fare nulla senza la “benedizione” del partito. Inoltre, la corruzione è tale che è praticamente impossibile fare affari senza avere legami con il partito, a cominciare dagli appalti sono gestiti dai membri del partito e dalle aziende riconducibili a loro. Il malcontento dei cittadini si traduce da anni in un tasso di emigrazione tra i più alti in Europa, o nella radicalizzazione ed estremismo violento: questa tendenza purtroppo non accenna a diminuire! L’emigrazione è stata particolarmente intensificata da quando la Germania - la prima meta di emigrazione - ha liberalizzato del tutto l’accesso al mercato del lavoro per i cittadini bosniaci, in primis nel settore edile e sanitario.

In queste settimane sono in corso convegni e celebrazioni a 25 anni dalla firma della pace. Pochi giorni fa è stata pubblicata una ricerca dell’Università di Banja Luka su cosa pensano i giovani bosniaci degli accordi di Dayton. Potrebbe dirci brevemente cosa emerge?
Un dato interessante, alla luce del fatto che sono stati coinvolti dei giovani provenienti da tutte le parti del Paese, è che l’insoddisfazione per gli accordi di Dayton è comune a tutti. La maggioranza li ritiene solo una soluzione transitoria e crede che sia necessaria una riforma della costituzione. Un’opinione dominante è che gli accordi di Dayton non abbiano risposto alle aspettative. In aggiunta, la metà considera che sono appunto gli accordi di Dayton a ostacolare l’adesione della Bosnia Erzegovina alla Ue. Questi atteggiamenti non rispecchiano, dunque, la retorica dominante delle élite etnonazionali. Ciò nonostante, alla domanda “Dove vede la Bosnia Erzegovina tra 25 anni?”, uno studente su tre non vede l’esistenza dello Stato in futuro, quasi un terzo lo vede costituito sulle basi poste con gli accordi di Dayton, mentre solo uno studente su cinque vede uno Stato federale diverso da quello di oggi. Anche se le risposte variano a seconda dell’etnia, con studenti serbi e croati i più scettici sull’esistenza del Paese in futuro, questo pessimismo, secondo gli autori dello studio, va cercato nella percezione negativa della Bosnia Erzegovina creata con gli accordi di Dayton.

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