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Bosnia, i dimenticati di Lipa

Lo scorso 23 dicembre, il campo profughi a 25 chilometri da Bihac, è stato distrutto da un incendio in circostanze ancora da chiarire. Dopo le fiamme, il gelo e la neve. Da allora, più di mille persone, che provengono principalmente da Afghanistan, Pakistan o Bangladesh, sono rimaste senza alloggio e senza nulla

Bosnia, i dimenticati di Lipa

Bihac, città bosniaca nordoccidentale, nel cantone di Una-Sana. Di lì a qualche decina di chilometri, c’è il confine croato, ovvero l’Europa che continua a respingere i migranti lungo la rotta balcanica. Cinque dei sette campi profughi in Bosnia Erzegovina (BiH) sono concentrati in questo cantone, passaggio obbligato della rotta balcanica per arrivare nello spazio comune europeo. Arrivano in BiH, come se fossero merci, da Serbia, Grecia, Romania e Bulgaria.

A un passo dalla catastrofe umanitaria, frutto di una partita di ping pong tra gli Stati dei Balcani che spostano le persone avanti e indietro, come se fossero merci. Eppure, ciò che appare dominante nella narrazione giornalistica è una questione che riguarda la BiH, mentre in realtà riguarda tutti i Paesi dei Balcani. D’altronde, anche l’Unione europea è considerata più come mercato di merci che come comunità di persone! Cercheremo, con l’aiuto di testimoni sul campo, di raccontare quello che accade a poche centinaia di chilometri da casa nostra.

Il gelido inverno sull’altopiano

Lo scorso 23 dicembre, il campo profughi di Lipa, a 25 Km da Bihac, è stato distrutto da un incendio in circostanze ancora da chiarire. Dopo le fiamme, il gelo e la neve. Da allora, infatti, più di mille persone, che hanno tra i 19 e i 60 anni e che provengono principalmente da Afghanistan, Pakistan o Bangladesh, sono rimaste senza alloggio e senza nulla: di notte, le temperature possono scendere fino a 20 gradi sotto lo zero. Si rifugiano nei boschi, in aree non ancora sminate dalla guerra. Migranti che si sommano ad almeno 2mila persone che già vivono all’esterno dei campi del cantone di Una-Sana, perché escluse dal sistema di accoglienza, trovandosi a dover dormire in rifugi improvvisati come vecchie fabbriche, case abbandonate durante la guerra e tende di fortuna tra le montagne.

Da qualche giorno, circa 500 persone – con l’installazione di nuove tende – sono rientrate dentro il perimetro spinato di Lipa, anche se le condizioni di vita sono estremamente degradanti e inumane. Corpi scarnificati nel vestiario, dalle malattie e, spesso, anche nell’anima, che ricordano l’indicibile memoria dei lager. Non c’è acqua calda, le condizioni igieniche pessime, il cibo è spesso inadeguato. Tutti ricevono lo stesso pasto, sia le persone sane che i malati e i bambini, e non mancano episodi di violenza.

Il caso della Republika Srpska

Ci si chiede perché in Republika Srpska – una delle entità della BiH – non ci sia alcun campo per migranti. E’ il governo locale che ne impedisce la costruzione - ci racconta Marija Runic -, docente di Filologia all’Università di Banja Luka. In Republika Srpska non esistono campi per migranti e non vi è alcun indizio che la situazione possa cambiare in futuro. Tutto questo è dovuto al sistema politico generato dagli accordi di Dayton di 25 anni fa. Ma i migranti, per arrivare nello spazio comune europeo, devono attraversare la Republika Srpska, passare da Banja Luka per arrivare a Bihac. Quindi, i migranti ci sono, ma sono giuridicamente invisibili e il Governo locale si comporta come se non esistessero. La situazione ha messo in evidenza, da un lato, l’impotenza e la disfunzionalità dello Stato bosniaco, e dall’altro il disinteresse e l’inconsistenza delle politiche migratorie comunitarie non solo nei confronti dei rifugiati - come dovrebbero più correttamente essere chiamati. Ma così, sistematicamente, non accade, per non dover rispettare la legge internazionale in materia. E la Bosnia Erzegovina viene trattata come un parcheggio, o meglio una discarica per i problemi dell’Unione europea.

La Ue sta alla porta

E in tutto questo dove sta, allora, l’Unione europea? Runic ci spiega che “non c’è una strategia semplice per far fronte a questa emergenza dalle dimensioni bibliche, come sanno benissimo gli italiani, che da anni si trovano a gestire quasi da soli il flusso dei migranti. Questo è un problema che coinvolge tutto il mondo o almeno tutta l’Europa, sia dentro che fuori l’Unione. Per i migranti (o meglio rifugiati) i Balcani rappresentano per ora una via di transito e loro sono determinati a raggiungere il suolo dell’Unione europea a tutti i costi. Da quando l’Ue ha tappato i propri confini, vengono sistematicamente violati i diritti umani con i famosi “pushbacks” violenti (respinte fisiche) da parte della polizia croata e ungherese”.

Fotografia dal campo

L’impegno della Caritas di Bosnia resta cruciale, in quanto rivolto soprattutto a diffondere cultura e pratica dell’accoglienza come ci ricorda Djiana Muzicka, coordinatrice di Caritas Bosnia-Erzegovina per il sostegno dei migranti nei campi profughi e fuori dai campi.

“Dopo l’incendio del 23 dicembre - ci racconta -, c’è ancora un migliaio di persone che vive in condizioni disumane. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) si è ritirata dopo il 23 dicembre, ma sotto le pressioni internazionali – dopo che le autorità locali hanno iniziato con i lavori infrastrutturali a Lipa – è tornato a far parte della gestione di questo campo. Le autorità a livello locale hanno dato mandato alla Croce Rossa di coordinare gli aiuti umanitari e migliorare le condizioni di queste persone allestendo delle tende sulle rovine del campo, dopo molti tentativi falliti di riallocazione di queste persone in altre zone del Paese. L’obiettivo iniziale era quello di trasferirli all’ex campo di Bira, nel centro abitato di Bihac, e in una ex caserma a Bradina, a sud di Sarajevo. Ma la proposta non ha avuto successo per la ferma opposizione degli abitanti locali, appoggiati dai sindaci”.

La Croce Rossa, con altre Ong e la stessa Caritas, sta distribuendo cibo e altri generi di prima necessità per queste persone che si trovano nella regione di Una Sana. “Purtroppo la situazione è pesante - aggiunge la coordinatrice Caritas -, non c’è acqua calda, i migranti si stanno lavando nel vicino fiume Una, che segna per un lungo tratto anche il confine con la Croazia, con acqua fredda, manca l’elettricità. I lavori a Lipa 2 non saranno brevi. Viene stimato che ci vorranno 3-5 mesi e intanto i profughi si trovano intrappolati nel gelido inverno balcanico”.

Tra paure e speranze

Sembra però che oggi in Bosnia Erzegovina nessuno voglia i migranti. Appena viene scelto un posto dove ospitarli, i cittadini cominciano a protestare e bloccano l’accesso al campo di Lipa 2. Ci racconta Muzicka come le proteste nascano dalla paura generata dai media locali e dalla non conoscenza delle persone che vi accedono. “La radice del problema – aggiunge l’operatrice Caritas – sta negli atti compiuti da un numero esiguo di persone nella popolazione dei migranti. I titoli dei media «Un migrante ha ucciso un cittadino», o ancora «Questa mattina un migrante tagliato con un coltello a Sarajevo» o «I migranti hanno bruciato la casa a Bihac non aiutano e sicuramente non sono i benvenuti. Tante belle storie mai raccontate non sono interessanti e di sicuro non portano clic su internet”.

Uno dei problemi strutturali di questa situazione è anche imputabile alle modalità gestionali poco umanizzanti e discutibili da parte dell’Oim, in accordo con il Governo, dei campi dove cresce il numero dei migranti che vi stanziano per anni non riuscendo ad arrivare a termine del loro progetto migratorio. La Ue dovrebbe essere presente, non solo economicamente, per una nuova gestione dei flussi migratori.

“Si deve ricordare – conclude Muzicka – che, nonostante tutto, esiste un esercito di persone che aiutano i migranti a diversi livelli e con responsabilità e ruoli diversi. Queste non trovano titoli dei media, ma rappresentano il volto di speranza del nostro Paese, la Bosnia Erzegovina”.

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