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Bosnia: traumi risvegliati

Intervista a Daniele Bombardi di Caritas italiana. L'operato in Ucraina e i fantasmi della guerra nei Balcani

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Bosnia: traumi risvegliati

Originario di Ceggia (provincia di Venezia e diocesi di Vittorio Veneto), ma a Sarajevo da anni, Daniele Bombardi è coordinatore di Caritas italiana per l’area balcanica. Il suo è un punto di vista privilegiato per conoscere meglio quello che sta accadendo nell’Europa dell’Est. “Caritas italiana - spiega - è presente nei Balcani dagli anni ’90, da quando cioè le guerre nell’ex-Jugoslavia hanno richiesto una presenza molto forte per la gestione del post-conflitto e dei profughi”.

Che cosa sta facendo Caritas italiana in Ucraina?
Conosciamo molto bene le Caritas dell’Ucraina perché da tanti anni collaboriamo con loro in tante forme. L’Ucraina viene da una guerra che è iniziata nel 2014, con movimenti importanti di sfollati e problematiche legate al conflitto. Già da tanti anni stiamo affiancando le due Caritas dell’Ucraina: sono due, perché lì ci sono due espressioni della Chiesa cattolica, una di rito romano e una di rito greco. Le due realtà, insieme, costituiscono una rete molto forte. Hanno deciso di restare operative anche in queste settimane, eccetto le sedi dei luoghi ad altissimo rischio, come Kiev e Kharkiv. In tutto il Paese stanno cercando di offrire accoglienza, ospitalità nei rifugi, trasporto sicuro verso il confine, distribuzione di cibo e kit igienici. Stanno facendo un servizio straordinario di assistenza alla popolazione. E poi stanno cercando di coordinare gli aiuti che arrivano dall’estero.

Quali notizie giungono?
La settimana scorsa una delegazione di Caritas italiana è stata in visita nei Paesi limitrofi (cioè Polonia, Romania, Moldova) per capire quali bisogni emergano e capire come sostenere le Caritas locali ad attuare un’ospitalità che sia all’altezza della situazione. Quello che colpisce è la grande dimensione del conflitto. L’Ucraina è un grande Paese, con oltre quaranta milioni di abitanti, e le città assediate hanno centinaia di migliaia di abitanti. I movimenti di profughi sono su una scala che non avevamo mai conosciuto prima. All’interno di questa situazione, ci sono rischi di diverso genere. Penso alla necessità di far evacuare dagli orfanotrofi i minori, che rischiano di non avere nessuno che li accompagni adeguatamente, se non i loro tutor soltanto. Penso alle persone con disabilità, costrette a restare nelle città assediate, perché non possono muoversi. I colleghi stanno facendo il possibile: stanno occupandosi di numeri enormi di profughi.

L’Italia sta dimostrando una grande vicinanza al popolo ucraino. Un buon segnale…
La risposta che sta dando l’Italia è certamente qualcosa di positivo. Da tutte le parti, vediamo una solidarietà enorme: non solo dall’Italia, ma anche da tutta l’Europa. E a tantissimi livelli. Al momento vedo tre ordini di intervento sui quali la solidarietà deve misurarsi. Innanzitutto, in Ucraina, sia adesso, durante la guerra, sia dopo, per la ricostruzione. L’altro ordine di intervento riguarda i Paesi limitrofi, cioè tutti i Paesi che in questo momento stanno ricevendo centinaia di migliaia di profughi: anche i Paesi balcanici. Il terzo ordine riguarda l’accoglienza in Italia: adesso sono oltre 50 mila i profughi arrivati, secondo il ministero. Teniamo tutti e tre questi ordini sotto attenzione, senza dimenticare che la guerra continua.

Che clima si respira a Sarajevo?
Farei un primo discorso a livello “empatico”: questa guerra ha risvegliato dei traumi che non sono ancora stati rielaborati in Bosnia. Poi c’è un secondo discorso, di carattere politico. In Bosnia Erzegovina c’è una regione che ha mire secessioniste: c’è la forte preoccupazione che quanto sta accadendo in Ucraina abbia effetto nel medio periodo nella destabilizzazione del Paese. Al momento è tutto tranquillo, perché tutti guardano a quello che sta accadendo in Ucraina. C’è da chiedersi se, quando la guerra finirà, i secessionisti si sentiranno ancora più forti ed esaspereranno i tentativi di autonomia.

Un messaggio?
Sto vedendo tantissimo impegno: raccolte viveri e medicinali, accoglienza, collette... In questo momento siamo tutti attenti e ospitali nei confronti degli ucraini ed è bene che sia così. Nei Balcani, però, ci sono siriani e afghani che provengono da situazioni simili a quella dell’Ucraina: credo sia bene che tutti possano trovare la stessa ospitalità e la stessa accoglienza che stiamo dando agli ucraini.

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