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Brexit, Regno Unito nel caos

Il voto a Westminster mostra che la politica britannica non riesce a trovare una linea di marcia credibile per portare il Paese fuori dall'Unione. E alla "linea rossa" del 29 marzo - che era stata fissata proprio dal governo inglese - mancano solo dieci settimane. A Strasburgo e Bruxelles emergono voci preoccupate e spazientite: "Il tempo è quasi scaduto..."

Parole chiave: theresa may (1), regno unito (5), brexit (4), europa (89)
Brexit, Regno Unito nel caos

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, “a Londra c’è chi scherza col fuoco”, “non sanno più che pesci pigliare”. E, soprattutto, “la pazienza è finita”. La bocciatura dell’accordo definito tra Ue e governo britannico per il Brexit, respinto la sera del 15 gennaio a Westminster, viene accolta a Strasburgo da mormorii plurilingue ed esplicite e piccate posizioni anti-inglesi. “La Manica si allarga”, “hanno imboccato una strada senza uscita”, e via discorrendo…

La secca sconfitta della premier May (432 voti contro l’accordo, 202 a favore), e il voto di sfiducia che giungerà al dunque stasera alla Camera dei Comuni, mostrano una sola realtà: la politica britannica non riesce a trovare alcuna maggioranza per guidare il Paese fuori dall’Unione europea.

“Dobbiamo rispettare la volontà degli elettori”, ha sentenziato, ancora una volta, e un po’ stancamente, Theresa May, durante il dibattito parlamentare. Già, ma come rispettare tale volontà? Una linea non c’è, un progetto futuro non c’è. Il referendum sul Brexit ha detto no alla “casa comune” europea; ora l’isola resta più isolata che mai, manca un’idea del domani, non emerge una maggioranza politica che possa guidare gli inglesi verso quelle promesse di libertà e di prosperità che erano uscite, copiose, dalla bocca dei Brexiteers.

A Strasburgo, dove in queste ore sono riuniti Parlamento, Consiglio e Commissione Ue, il leader britannico dei Conservatori (lo stesso partito della May), Syed Kamall, tiene discorsi imbarazzati, che guardano al passato e non al 29 marzo, la data che lo stesso governo inglese aveva indicato per l’uscita dall’Unione. Dal canto suo il vero capopopolo del Brexit, Nigel Farage, si limita alle invettive e tiene discorsi farneticanti. “Sparare” sull’Europa è facile; individuare vie nuove e alternative assai difficile.

“Il tempo è quasi scaduto”: ha dichiarato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea. Vero. Mancano dieci settimane: si può giungere a una separazione consensuale, sottoscrivendo l’accordo definito a novembre scorso, oppure si apre la prospettiva del “no deal”, dell’uscita senza accordo. Cioè dal 30 marzo frontiere chiuse a persone, merci e capitali. Il Regno Unito diventerebbe un Paese terzo, col quale riscrivere accordi commerciali, definire nuovi rapporti doganali, stringere patti di amicizia e di collaborazione; ma “ciascuno a casa propria”. Sicuri, gli inglesi, che questo corrisponda al loro bene? Anche perché il Regno Unito è un Paese importante, ha una grande economia, ma non è certo la Cina, non gli Usa, non la Russia, non l’India, non il Brasile, non il Sud Africa e neppure il Giappone…

Nel mondo globalizzato, con 7,5 miliardi di abitanti, quanto conterebbero i 66 milioni di sudditi della regina Elisabetta? Il “voto contro” di Westminster – contro l’accordo ma anche contro il “no deal” – e il pericolo-sfiducia hanno alle spalle un Paese diviso (del resto il referendum del giugno 2016 era stato vinto dai “leave” con uno striminzito 51,9%), un’economia che rischia significativi passi indietro. I giovani sono contro i vecchi, gli scozzesi se la prendono con gli inglesi, gli irlandesi del Nord contro tutti. I partiti nazionali sono devastati e – almeno apparentemente – senza leader in grado di uscire dal vicolo cieco.

No, stavolta non c’è un Churchill a togliere le castagne dal fuoco. Comunque la parola torna a Londra. Le ipotesi sono diverse: divorzio senza accordo, rinvio del Brexit (con evidenti problemi politici e giuridici: ad esempio, se il Regno Unito restasse ancora un po’ nell’Ue, i britannici voterebbero a maggio per l’Euroassemblea), secondo referendum, elezioni anticipate, definizione di un nuovo accordo. Ma su quest’ultima ipotesi c’è il no secco dei 27. Che, a dispetto di quanto credevano in molti, sono rimasti uniti, dentro la “casa comune”, mentre la Gran Bretagna prendeva, solitaria, un’altra strada.
Non da ultimo, è possibile indicare un ulteriore quesito. Cosa pensano i sovranisti dei vari Paesi d’Europa, che a suo tempo avevano esultato per il referendum sul Brexit?

Coloro che parlavano di nuovi orizzonti, di libertà ritrovate, di Ue finita… Cosa avranno da dire i populisti euroscettici – taluni anche in posizioni di governo – di Francia, Germania, Italia, Polonia, Ungheria, Svezia, Slovacchia e via discorrendo? L’Ue ha tanti difetti, necessita di riforme e di rilancio, deve saper rispondere ai bisogni dei cittadini, che devono essere al centro della costruzione comunitaria. Ma siamo sicuri che fuori dall’Ue – e dall’Eurozona – siano tutte rose e fiori?

Fonte: Sir
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