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CRONACHE DALLA PANDEMIA. L'infermiere trevigiano nel cuore dell'emergenza in Inghilterra

Una laurea in infermieristica e la passione per il lavoro di équipe nel settore dell’emergenza e urgenza sanitaria. Così sei mesi dopo la laurea Giulio Fenzi, 28 anni, nato a Motta di Livenza, residente a Treviso, nel 2015 ha accettato un contratto all’ospedale Royal Devon & Exeter Hospital. 

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CRONACHE DALLA PANDEMIA. L'infermiere trevigiano nel cuore dell'emergenza in Inghilterra

Una laurea in infermieristica e la passione per il lavoro di équipe nel settore dell’emergenza e urgenza sanitaria. Così sei mesi dopo la laurea Giulio Fenzi, 28 anni, nato a Motta di Livenza, residente a Treviso, nel 2015 ha accettato un contratto all’Ospedale Royal Devon & Exeter Hospital nel Sud della Gran Bretagna. Ci ha passato tre anni lavorando al pronto soccorso e nel reparto di terapia intensiva e subintensiva, poi è stato promosso a facente funzioni di coordinamento.

“L’anno scorso desideravo specializzarmi, così mi sono iscritto a un master di medicina d’urgenza in Spagna e ormai sono quasi alla laurea. Per studiare ho interrotto i rapporti con l’ospedale per qualche tempo e sono rientrato in Inghilterra nel febbraio scorso. Ho ripreso nel mio ospedale come libero professionista e il 1° di aprile avrei dovuto rientrare in Spagna per concludere il master”.

Invece Giulio è rimasto bloccato in Inghilterra e si è per giunta trovato in prima linea per l’emergenza coronavirus. “All’inizio ci hanno dato solo guanti e mascherina chirurgica. Ho avuto paura, anche perché sapevo cosa succedeva in Italia e Spagna, dove non era raro che gli operatori si infettassero. Adesso ogni volta che faccio servizio in ospedale c’è sempre qualcosa di nuovo, più protezioni, protocolli più rigidi. Al momento il periodo di grande afflusso sembra terminato, ma non sono diminuiti i casi, semplicemente prima di ricoverare si aspetta fino all’ultimo momento: fino a che non si sta molto male si preferisce non andare in ospedale. La decisione su chi trattare in ospedale è legata anche alle possibilità di successo”.

I numeri del contagio in Gran Bretagna sono molto pesanti.

“Sui numeri ho qualche dubbio, mi pare siano un po’ adattati alle varie situazioni. Ho un collega che lavora a Cambridge, e mi dice che hanno chiesto di accogliere pazienti londinesi in terapia intensiva. Il grande ospedale da campo, inaugurato in pompa magna a inizio aprile nella zona est vicino al Tamigi e battezzato Nhs Nightingale hospital, doveva accogliere più di 4mila malati, ma per ora non sono che un centinaio, anche il personale scarseggia: un’opera costruita velocemente ma ancora poco utilizzata”.

Come parlano del problema del Covid gli inglesi?

Come parlano di solito delle questioni nazionali: quando sono in gruppo tendono a valorizzare la loro nazione, non vedono grandi problemi. Se poi li senti personalmente sono convinti che il problema sia stato sottovalutato. Dicono che il picco è già stato raggiunto, ma andiamo ancora alla velocità di 800 morti al giorno. Io non credo che potrò rientrare in Spagna neanche a metà maggio.

Mi sembra che tu non abbia più molta voglia di restare?

Qui mi manca la possibilità di lavorare e parlare liberamente, senza dover rendere conto a nessuno. Dopo la Brexit la comunità degli infermieri italiani, la più numerosa, seguita dagli spagnoli, si va assottigliando. Ormai puntano su infermieri filippini e indiani e non è detto che sia una soluzione di qualità. Anche i ragazzi laureati in medicina in Gran Bretagna preferiscono partire per l’Australia. Gli infermieri inglesi infine, sono pochissimi. Il reclutamento di infermieri europei è calato molto, le selezioni a cui avevo partecipato io non si fanno più con regolarità.

Qual è il bilancio della tua esperienza all’estero?

Positivo. Consiglio a tutti un’esperienza fuori dai confini, ti consente di metterti alla prova, di non soffermarti sulle piccole cose. Ora posso dire di avere una buona preparazione relativamente al mondo dell’emergenza e dell’urgenza, un settore in cui la coordinazione e il lavoro multidisciplinare, il rapporto tra medici e infermieri è fondamentale, un modo di lavorare coinvolgente e che genera una grande passione. 

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