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"Cambiemos", l'Argentina volta pagina

La sfida che l’ex capo del governo della città di Buenos Aires e la sua coalizione di governo dovranno affrontare: dimostrare che oggi in Argentina la giustizia sociale può andare oltre il “peronismo” e che si è in grado di renderla effettiva e di lasciarsi alle spalle un Paese con 14 milioni di poveri.

Parole chiave: macrì (1), argentina (7), elezioni (245)
"Cambiemos", l'Argentina volta pagina

Con una differenza di circa tre punti sul candidato del governo Daniel Scioli, Mauricio Macri ha vinto ieri con quasi il 52% dei voti le elezioni presidenziali nel primo ballottaggio della storia argentina. Dopo dodici anni di governi kirchneristi, il nuovo presidente rappresenta la coalizione “Cambiemos” che raggruppa il “Pro” fondato dallo stesso Macri, il Partito Radicale, la “Coalizione Civica” di Elisa Carrió e la Democrazia Cristiana. “Chiedo al Signore di illuminarmi. Questo cambiamento non può fermarsi a rivincite o rese dei conti. Dobbiamo costruire l’Argentina con povertà zero, sconfiggere il traffico di droga e unire tutti gli argentini dietro questi obiettivi”, ha affermato Macri ieri sera, appena conosciuti i risultati.

L’identikit. Ex-presidente del Club di calcio “Boca Juniors” e capo di governo della città Buenos Aires sin dal 2007, Mauricio “Macrí” – come risulta registrato al comune di Polistena nella provincia di Reggio Calabria – è figlio di Francesco Macri (1930), emigrato in Argentina negli anni ’40, fondatore del gruppo economico Socma e noto quale uno degli imprenditori che hanno fatto maggior fortuna nel Paese. Su questo profilo di benestante, figlio di un ricco industriale e giudicato conservatore e indifferente ai gravi problemi sociali, si sono centrati durante la campagna elettorale gli attacchi contro di lui provenienti dal peronismo kirchnerista. Sarà questa infatti la sfida che Macri e la sua coalizione di governo dovranno affrontare: dimostrare che oggi in Argentina la giustizia sociale può andare oltre il “peronismo” e che si è in grado di renderla effettiva e di lasciarsi alle spalle un Paese con 14 milioni di poveri. Il peronismo, intanto, ha davanti a sé un’altra sfida: ricostruirsi e scegliere bene chi sarà il leader di questa ricostruzione.

Le sfide. Sfide gravose, quindi, sul tavolo del presidente eletto che, di fronte a un tasso di inflazione annuale alle stelle (di quasi un 25%), scarse riserve libere disponibili nella Banca Centrale e un notevole incremento della spesa pubblica, dovrà valutare con molta prudenza il costo politico e sociale delle scelte “impopolari” attese con impazienza dai mercati. Sarà senza dubbio il Parlamento, dove nessuna delle forze ieri in gara avrà maggioranza piena, a sostenere o contrastare le politiche pubbliche del nuovo governo. E – se si riuscisse a farlo diventare reale – sarà anche di vitale importanza il “patto sociale ed economico” che sia Scioli sia Macri hanno detto di voler proporre a imprenditori e sindacati per concordare le linee guida di governabilità e pace sociale, stipendi, prezzi e inflazione. Il “cambiamento” sul quale Macri ha fondato la sua campagna comprenderebbe – secondo quanto annunciato – anche la politica estera, in vista della necessità di riprendere i rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea che “Cambiemos” ritiene “trascurati dalla presidente Cristina Kirchner”. Di certo, sono due le missioni all’estero che non si potranno eludere: una verso la Cina per rifinanziare il prestito “swap” ( già esaurito dallo Stato argentino in garanzia estera data la scarsezza di dollari di riserva) e un’altra a New York per contattare Dan Pollack, il mediatore nominato dal giudice Thomas Griesa nel conflitto con i titolari dei “fondi avvoltoio” (chiedono il 100% del valore del titolo, ndr).

La squadra di governo. Resta ancora un’incognita il nome del futuro ministro dell’Economia. “Non credo nel super ministro dell’Economia proprio dell’era dei Cavallo o dei Kicillof”, si è limitato a affermare Macri nelle ore previe al ballottaggio. Si sa, invece, che quale capo di gabinetto dovrebbe essere scelto Marcos Peña – finora capo della campagna di “Cambiemos” – e che il senatore Ernesto Sanz, presidente del Partito Radicale, sarebbe il prossimo ministro della Giustizia. Per gli Affari esteri si pensa tanto a Jose Manuel de la Sota quanto ad Alfonso Prat Gay. Quale vicepresidente arriva al Governo Gabriela Michetti, che ha iniziato la sua vita politica nella Democrazia Cristiana insieme a Carlos Auyero, nella corrente “Umanesimo e Liberazione” e che ieri sera ha annunciato: “Lavoreremo perché tutti possiamo vivere meglio e soprattutto per le famiglie più povere. Non c’è nulla da temere. Tutto è speranza. Governeremo per tutti”. A giudicare dai risultati delle elezioni, una grande maggioranza ha scelto ieri il “cambio” proposto da Macri. Ai 32 milioni di argentini, chiamati alle urne e invitati da Papa Francesco a “votare secondo coscienza”, spetta, d’ora in avanti, garantire che il cambio sia fatto “in pace” e che la polarizzazione che ha accompagnato il fine del ciclo kirchnerista si traduca in un profondo rispetto per l’alternanza recuperata dalla democrazia.

Fonte: Sir
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