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Cereali: verso una crisi alimentare globale

La guerra in Ucraina blocca il “granaio del mondo”. L’onda d’urto arriva anche in Africa e Asia

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Cereali: verso una crisi alimentare globale

Con il persistere della guerra nella pianura ucraina, bagnata dalle acque dei fiumi Dnepr, Dnestr e Donec, si fa sempre più incombente il pericolo di una crisi alimentare globale: l’impennata dei prezzi e la minaccia alle forniture delle principali colture di base sta mettendo milioni di persone a rischio fame nel mondo.
Con il passare dei giorni accanto alle centinaia di migliaia di persone sfollate, al crescere del numero di morti e feriti nei combattimenti, si fanno sentire anche a migliaia di chilometri le conseguenze della guerra. Il blocco dei commerci di prodotti agricoli e l’inevitabile riduzione dei terreni che verranno coltivati, ora che la primavera è arrivata, stanno impattando sulle economie di altri Paesi.

La conseguenza dell’offensiva russa in Ucraina sulla sicurezza alimentare è, secondo alcuni osservatori, preoccupante, dato che la Russia e l’Ucraina rappresentano un terzo delle esportazioni globali di grano. Il conflitto armato ha determinato il blocco dei porti sul mar Nero e ha causato un vertiginoso aumento dei prezzi degli alimenti come farina e cereali in quei Paesi maggiormente legati all’import est-europeo: in primis il Continente africano e il Libano.

La prospettiva che venga colpito per anni il commercio di grano che parte dal Mar Nero - dove si affaccia una regione universalmente conosciuta come “granaio del mondo” - o che intere regioni possano restare incolte, sta alimentando la speculazione. E se le pianure russe e ucraine rappresentano insieme il 7% della produzione mondiale di grano, la percentuale sale al 24 quando si parla di esportazioni. Il problema ha, dunque, due facce: da una parte l’Ucraina, dove i raccolti rischiano di mancare nei prossimi anni; dall’altra la Russia, strozzata dalle sanzioni.
A un mese dall’inizio dell’invasione il prezzo dell’orzo è aumentato del 33%, quello del grano del 21%. Il costo dei fertilizzanti ha subito un generale aumento: è in crescita di circa il 40%. La situazione diventa critica per coloro che già da prima dello scoppio del conflitto trovavano difficile accaparrarsi un filone di pane. Ucraina e Russia da sole gestiscono il 30% delle esportazioni mondiali di grano, il 32% di quelle di orzo e il 75% delle esportazioni di semi di girasole.

Per il territorio ucraino la situazione si fa allarmante. Circa un terzo dei territori coltivati è ormai diventato terreno di guerra, il costo del carburante è salito alle stelle, i dispacci militari indicano vaste aree da bonificare da mine e bombe inesplose.
Bloccati i vitali rifornimenti di cereali e olio da Mosca e da Kiev, i Paesi africani guardano alla Cina, che però difficilmente sarà in grado di soddisfare la domanda, dato che - pur essendo tra i maggiori produttori di cereali - gran parte di quanto raccolto va a coprire il fabbisogno interno.
L’onda d’urto della guerra arriva, così, nel Nord Africa e in Medio Oriente dove le scorte alimentari dipendono dall’estero. L’Egitto, il Paese più popoloso del continente africano, è quello maggiormente esposto. Primo importatore al mondo di cereali, compra l’85% del grano di cui ha bisogno proprio da Russia e Ucraina. 102 milioni di egiziani fanno dunque i conti con generi di prima necessità aumentati fino al 50%.

In fibrillazione ci sono anche Paesi come l’Indonesia, la Tunisia e l’Algeria, oltre a quelli europei che acquistavano a più buon mercato il grano ucraino, rispetto a quello americano o argentino.
Di fronte al grave rischio di una crisi alimentare, ogni Paese adotta strategie diverse per cercare di limitare l’inflazione e la penuria di scorte agricole. E mentre Il Cairo sta trattando con Argentina, Stati Uniti e India, per trovare al più presto nuove forniture di grano, l’Algeria, per esempio, che sta già affrontando tensioni nei suoi mercati alimentari, ha deciso di vietare l’esportazione di prodotti di consumo la cui materia prima è importata (si tratta di zucchero, pasta e semola). E intanto Bruxelles ha promosso un pacchetto di aiuti a sostegno dell’incremento delle produzioni cerealicole nei Paesi membri, soppiantate negli ultimi decenni a favore di colture più redditizie.

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