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Chiesa che abbraccia

E' quella di mons. Massimo Catterin, segretario di Nunziatura a Brasilia. L'intervista: ecco in cosa consiste il suo servizio nel Paese con più cattolici al mondo: "Quello che mi colpisce della Chiesa del Brasile è l’accoglienza"

Chiesa che abbraccia

A servizio nella Chiesa con più cattolici al mondo, quella brasiliana. Mons. Massimo Catterin, sacerdote diocesano classe 1971, originario di Treviso e in particolare della parrocchia di San Giuseppe, è dal 2018 segretario di Nunziatura di prima classe, nella Rappresentanza pontificia di Brasilia (in precedenza era stato in Bangladesh e in Grecia). Un servizio diplomatico, e in quanto tale strettamente legato alla missione della Chiesa universale. Il Brasile, poi, è un Paese molto grande, con molte problematiche, complesso sotto tutti i punti di vista. Come è noto, la pandemia ha colpito duramente il Brasile, e la gestione ha suscitato polemiche sulle quali don Massimo, in considerazione del suo delicato ruolo, non può e e non vuole esprimere valutazioni. Lo abbiamo intervistato, però, su come sta procedendo la sua missione.

Bangladesh, Grecia e ora Brasile. Difficile immaginare tre luoghi più diversi di questi. Cosa porta nel cuore di queste esperienze a servizio della missione della Chiesa e del Santo Padre? Qual è il filo conduttore?

In Bangladesh ho sperimentato la sorpresa di trovarmi di fronte a una Chiesa molto giovane. Ricordo ancora con affetto i giovani teologi del Seminario nazionale di Dacca, dove andavo a celebrare la domenica sera. Ricordo le Congregazioni religiose che pullulavano di vocazioni, i tanti missionari italiani presenti, oltre 50: sono riusciti a visitarli tutti.

In Grecia ho scoperto una Chiesa cattolica che ha bisogno di essere aiutata economicamente. Una Chiesa senza un Seminario diocesano, con soli 4 preti giovani formatisi a Molfetta e a Padova. Ricordo la gioia e l’emozione della visita del santo padre Francesco ai rifugiati nel campo di Moria nell’isola di Lesbo. Il Brasile un vero e proprio Paese Continente, che vanta il numero di cattolici più alto nel mondo. Il filo conduttore? Non lo so, lo capirò. Però, a pensarci bene, tutti questi tre Paesi sono stati visitati da papa Francesco.

In Brasile negli ultimi mesi il suo servizio è coinciso con un momento di transizione tra la partenza del precedente Nunzio e l’insediamento del nuovo. Ci può raccontare come si è svolta la sua missione in questo contesto? Con quali urgenze e incombenze?

Sì, è vero. Il nunzio d’Aniello ha lasciato il Brasile il 5 settembre 2020 e l’attuale nunzio è giunto agli inizi del mese di gennaio dell’anno in corso. Le giornate di questi quattro mesi sono letteralmente volate. Sempre iniziavano con la celebrazione della santa messa dalle suore Marcelline, poi la preghiera personale, per continuare in ufficio lavorando, il più delle volte oltre l’orario programmato. Al termine qualche telefonata in Italia ad amici, la preghiera, la cena e il riposo. Le urgenze più grandi? Le diocesi vacanti, in attesa da mesi di un loro pastore. Il Santo Padre ha provveduto a nominare in questi mesi vari pastori, uno in una sede arcivescovile a Brasilia, e poi oltre una decina in sedi vescovili, come pure vescovi ausiliari e coadiutori. Il Covid-19  ha poi bloccato la Visita ad Limina dei vescovi di questo Paese che era appena iniziata a marzo. Speriamo possa riprendere presto.

Questi ultimi mesi sono anche caratterizzati dalla pandemia, che ha colpito il Brasile, dalle grandi metropoli dell’Amazzonia, in modo drammatico. Come ha vissuto questo periodo, in parte “bloccato” a Roma e in parte a Brasilia? Immaginiamo che anche la Nunziatura abbia avuto un ruolo importante nell’indirizzare gli aiuti e in particolari quelli fatti pervenire dal Papa.

Sono partito dal Brasile per rientrare in famiglia a Quinto di Treviso il 4 marzo 2020. Dopo qualche giorno, prima Treviso e poi tutta l’Italia sono diventate zona rossa. Chiuso in casa, con la mia mamma, ho cercato di lavorare da remoto aiutando come potevo la Nunziatura. Poi la decisione della Santa Sede di chiamarmi in Segreteria di Stato, nella Prima sezione, a prestare un servizio temporaneo, in attesa di poter ripartire per Brasilia. A Roma, da giugno fino a metà agosto, ho abitato a Santa Marta, dove risiede papa Francesco. Lì ho toccato con mano come il Papa abbia a cuore il Brasile. Non sono mistero le telefonate di papa Francesco ai presuli del Brasile, cercando così di farsi vicino ai più sofferenti. Per sua volontà, sono stati donati 18 ventilatori per la terapia intensiva e 6 ecografi portatili a importanti ospedali cattolici del Brasile, ma poi anche denaro per le necessità più urgenti dell’Amazzonia.

Il Brasile è il Paese con il maggior numero di cattolici al mondo. Ma quella brasiliana è anche una Chiesa complessa, attraversata da questioni delicate, diversità, a volte tensioni. Per quella che è la sua esperienza quali ricchezze ha scoperto?

Quello che mi colpisce della Chiesa del Brasile è l’accoglienza. Qui la gente ha un cuore grande come il loro Paese. Si tratta di gente che vuole incontrare i loro pastori, stare con loro e pregare con loro. Spesso, come ho fatto in altri Paesi, entro nelle chiese e osservo la gente come prega, come vive l’adorazione eucaristica, il loro dialogo con Dio. Abituato a vedere in Bangladesh la gente che si toglieva i calzari non appena entrava in chiesa, in Grecia la gente che baciava le icone alle porte di ingresso delle stupende chiese ortodosse, qui non posso che rimanere edificato nel vedere ad esempio la gente che non ha timori di abbracciare il tabernacolo. Trattasi di persone che amano stare con Gesù e toccarlo. Quando le vedo, mi vengono in mente gli incontri di Gesù, anche lui è stato toccato da un’emorroissa. La compassione di Gesù sa incontrare sempre le ferite dell’umanità. In Brasile vi è anche chi ha saputo testimoniare la santità arrivando agli altari, penso a santa Irmã Dulce, soprannominata l’Angelo buono della Bahia, canonizzata da papa Francesco il 13 ottobre 2019. Ma poi anche al beato padre Donizetti Tavares de Lima, beatificato a Tambaú il 23 novembre 2019. Ricordo ancora il volto gioioso del giovane miracolato che ho incontrato a Tambaú il giorno prima della beatificazione.

Per finire una domanda più personale. Come mantiene il legame con la diocesi di origine e con i tanti diocesani che vivono in Brasile: i 3 vescovi emeriti, i missionari fidei donum, gli altri missionari, senza dimenticare i numerosissimi discendenti dei nostri emigrati?

Il legame con le proprie radici è importante. Un legame quotidiano è quello con la mia mamma, fondamentale. Mantengo contatti con i laici che ho incontrato negli anni della mia formazione seminaristica, con i giovani, e non solo, delle tre parrocchie dove sono stato vicario parrocchiale. Attraverso i social media mi racconto, per quanto possibile, in quello che mi è dato vivere. Ma anche loro si raccontano, e così non ci perdiamo di vista. Altri legami sono con il vescovo Michele, alcuni preti del Seminario di Treviso, alcuni compagni di ordinazione, uno di questi è fidei donum a Manaus. Sono stato per un week end a Manaus, conosco la realtà dove vivono due dei nostri fidei donum, li seguo telefonando e pregando per loro. Ho visitato Limoeiro, dove ha lavorato un tempo il nostro don Luigi Cecchin. E i tre vescovi emeriti? Confesso che li ho incontrati per la prima volta qui in Brasile e ne è valsa la pena. Ho condiviso con loro l’Assemblea nazionale dei vescovi del Brasile, ad Aparaecida, ben 10 giorni, a maggio del 2019. Con i discendenti di emigrati non ho contatti, se non con una persona che lavora qui in Nunziatura con la quale mi concedo di parlare il “talian”, il dialetto della lingua veneta parlato da 500.000 persone negli Stati del Brasile.

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