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Ciad, futuro incerto senza Déby

Il presidente, dopo aver vinto per la sesta volta le elezioni, è stato ucciso lo scorso 20 aprile. Circostanze e tempistiche fanno nascere qualche dubbio su come siano andati i fatti

Ciad, futuro incerto senza Déby

L’uccisione del presidente del Ciad Idriss Déby, il 20 aprile scorso, ha colto di sorpresa l’opinione pubblica non solo interna. Paese poverissimo, stretto tra Libia, Sudan, Niger e Repubblica Centrafricana, senza sbocchi al mare. Da anni è al centro della complessa rete di conflitti e rivalità che alimenta il terrorismo jihadista, dalla Nigeria al Sudan. Dietro gli scontri tra Governo e oppositori c’è la lotta di potere per il controllo delle sue materie prime, che fanno gola anche a Paesi terzi.

Déby aveva preso il potere nel 1990, con un colpo di stato appoggiato dalla Francia, l’ingombrante ex potenza coloniale, e abbattendo un dittatore, Hissène Habré, poi perseguito e condannato (nel 2016, in Senegal) per crimini internazionali. Déby era un militare, e lo è rimasto, pare, fino alla fine. Non ci sono fonti indipendenti a confermarlo finora, ma sembra che sia morto a seguito delle ferite ricevute in una battaglia che lui stesso, quasi settantenne, ha voluto condurre, contro i ribelli del Tibesti, la regione montuosa ai confini settentrionali con la Libia, che è da anni in rivolta contro il governo ciadiano di N’Djamena. Una morte quasi eroica, insomma, visto che il giorno prima era stato proclamato nuovamente presidente per la sesta volta di fila. Circostanza e tempistica che fa nascere qualche dubbio su come siano andati i fatti, dato che Déby era arrivato al potere nella stessa maniera!

L’acuirsi degli scontri al nord del Ciad è sicuramente legato, indirettamente, al cambio di governo e al nuovo corso in Libia, dove quei gruppi politico-militari che avevano combattuto a fianco dei contendenti devono lasciare il posto ai mercenari russi e turchi. Da anni questo Paese incastonato nel Sahara - grande quattro volte l’Italia e con una popolazione di poco meno di 12 milioni di abitanti - si trova a vivere una forte conflittualità interna tra le diverse tribù che lo abitano, ragione per la quale la Francia aveva sostenuto Déby, anche quando il suo regime aveva assunto comportamenti particolarmente autocratici e clientelari. In effetti, Idriss Déby aveva ormai pieni poteri nel Paese, attorniato da suoi fedelissimi, per lo più militari e parenti. Nel 2019 in occasione di un golpe la Francia lo aveva salvato intervenendo prontamente.

Questa volta la Francia e i suoi servizi segreti - pur presenti sul campo anche con basi militari - sono risultati impreparati. Ciò sembra essere avvenuto a vantaggio della Russia, che al confine sud della Libia con il Ciad ha da mesi schierato la formazione militare mercenaria del gruppo Wagner (operativi anche in Centrafrica e Sudan, oltre che in Siria) a controllare i giacimenti di petrolio dell’area.

O forse, più semplicemente, vi è un cambio di strategia in Africa da parte francese, visto che negli ultimi anni ha lasciato spazio non solo commerciale a Cina, Russia e Turchia? In questo cambio, il “vecchio” presidente Déby risultava ingombrante, come era avvenuto dieci anni prima nella vicina Libia con Gheddafi. E quindi i servizi non avrebbero ostacolato la sua “eroica” uscita di scena, consentendo così un riposizionamento francese nell’area.

Sempre che davvero si sia trattato di un ferimento in battaglia, e non di un colpo di stato pilotato dall’esercito e da membri del suo clan, magari con il supporto straniero.

Alla guida del Paese, ora, un Consiglio militare di transizione guidato da uno dei figli di Idriss Déby, Mahamat Idriss Déby. Sciolto immediatamente il parlamento il Consiglio militare ha stabilito il coprifuoco e la chiusura delle frontiere, rassicurando sulla tenuta degli accordi internazionali e promettendo elezioni entro 18 mesi.

Nei giorni scorsi Albert Pahimi Padacké, il candidato arrivato secondo alle elezioni presidenziali dell’11 aprile e già primo ministro del defunto presidente dal 2016 al 2018, è stato nominato primo ministro del Governo di transizione del Ciad.

Sul futuro del Paese ci sono ancora molte incognite e tensioni. Gli scontri tra governo e ribelli del Fact (Fronte per l’alternanza e la concordia, fondato nel 2016, una delle principali fazioni anti-governative attiva nel nord e ovest del Paese) continuano, e questi ultimi hanno dichiarato che intendono proseguire la loro avanzata fino a prendere i capisaldi di N’Djamena.

Mentre si teme un’escalation di violenze e un conflitto tra etnie e famiglie, secondo don Silvano Perissinotto - che si trova nella nostra missione diocesana di Fianga (sud-ovest del Ciad) - “a farne le spese è sempre e solo la popolazione: dove siamo noi, a sud, la scuola non funziona, la sanità è inesistente, per non parlare del sistema dei trasporti. Dietro gli scontri tra governo e oppositori c’è la lotta di potere per le ricchezze del Paese, per le sue materie prime”.

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