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Ciad: il popolo vota, ma cambiare è difficile

In Ciad si nota un certo movimento in vista delle elezioni presidenziali del 10 aprile. Abbiamo intervistato don Stefano Bressan, sacerdote diocesano missionario della nostra Diocesi a Fianga.

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Ciad: il popolo vota, ma cambiare è difficile

Mentre in Italia qualcuno sta decidendo se andare a votare il referendum del prossimo 17 aprile in Ciad si nota un certo movimento in vista delle elezioni presidenziali del 10 aprile. Abbiamo intervistato don Stefano Bressan, sacerdote diocesano missionario della nostra Diocesi a Fianga.
In vista delle prossime elezioni in Ciad si è dovuto procedere con un censimento. Come è andato?
A cavallo tra novembre e dicembre, per la durata di 5 settimane è stato organizzato il censimento della popolazione avente diritto di voto. C’è stata una prima fase di selezione e di formazione degli agenti del censimento e poi la registrazione vera e propria che è svolta capillarmente in tutti i villaggi e le città. Si tratta del primo censimento biometrico, completamente informatizzato: foto, scanner delle impronte digitali, e tutti gli altri dati personali. Tutto ciò ha richiesto molto tempo, talvolta anche mezz’ora per persona: diversi problemi, mancanza di conoscenza dei kit informatici, problemi tecnici. Soprattutto le impronte spesso risultavano difficili perché come puoi immaginare le mani degli agricoltori sono praticamente consumate. Poi le donne musulmane, che non volevano assolutamente farsi fotografare senza velo… alla fine il numero previsto - in base al precedente censimento - è stato superato e questo lascia supporre che effettivamente tutta la popolazione avente diritto di voto si è presentata. I costi di questa operazione sono stati colossali ma credo siano stati finanziati dai Paesi occidentali. Dopo due mesi, le liste sono state stampate e appese nei diversi luoghi di voto in modo che ogni cittadino potesse vedere la sua foto, controllare il suo nome ed eventualmente suggerire le necessarie correzioni. L’impressione è di un lavoro serio.
L’avvicinarsi delle elezioni ha portato anche disordini significativi, anche nella capitale Ndjamena.
Quattro settimane fa a Ndjamena c’è stato un caso di violenza collettiva su alcune ragazze da parte di alcuni figli di ministri o di alti funzionari. Questi bulletti, approfittando dei potenti mezzi messi a disposizione dai loro genitori e dall’impunità che erano convinti di avere, hanno ripetutamente sequestrato delle giovani ragazze, incontrate a scuola, tenendole prigioniere per qualche giorno e abusando di loro. Al momento del rilascio, avendo preso le foto di queste ragazze nude, le hanno minacciate di diffonderle se avessero parlato. Fortunatamente l’ultima di queste ragazze ha studiato in Francia, dunque non si è lasciata intimorire e ha subito denunciato. La notizia è trapelata all’estero e così l’affare è stato preso sul serio dal presidente stesso, che ha immediatamente preso posizione contro questi ragazzi, chiedendo giustizia. Contemporaneamente una manifestazione è stata lanciata, con grande eco nei social network e oltre a reagire contro questi fatti squallidi, è diventata contemporaneamente un grido di protesta contro l’ennesima candidatura del presidente Idriss Déby. Credo che il presidente abbia preso paura, perché nelle due settimane successive tutti i social network sono stati bloccati. Ora è ritornata la calma e tutto ha ripreso a funzionare come prima. Nella manifestazione le forze dell’ordine hanno ucciso un giovane studente che manifestava contro la violenza.
Molte forze politiche vorrebbero un cambio al governo. All’attuale presidente Idriss Déby si associano spesso pesanti fenomeni di corruzione…
L’opposizione non è in grado di presentare una alternativa sufficientemente potente e organizzata. Il presidente e il suo partito Mps sono troppo forti e organizzati per perdere le elezioni. Il malumore nei cittadini è grande: si vedono e si sentono continuamente le incredibili differenze e sprechi che dividono il paese in nord e sud. Il nord riceve tantissimo in termini di infrastrutture, pur avendo pochissimi abitanti in proporzione. Il sud non riceve quasi nulla, ma è il motore economico del paese. La protesta è sussurrata, non arriva quasi mai a scendere in piazza. E’ una protesta rassegnata, impotente che non ha la forza di raccogliersi in movimento unitario organizzato. I giornali scrivono e sono anche molto critici ma il numero di lettori rimane estremamente insignificante. Le manifestazioni pubbliche non sempre sono autorizzate. Il paese probabilmente è destinato a tenersi questo presidente che risulta essere forte, ben installato al potere e militarmente sicuro. Un presidente che garantisce sicurezza e sviluppo anche se in misura diseguale, disordinata e contradittoria.
Esiste la possibilità che un movimento di rinnovamento possa nascere dal basso, dalla gente?
Vediamo cosa succederà nei prossimi giorni, se i giovani studenti, vittime di un sistema scolastico disastroso, riescono ad organizzarsi e fare qualcosa. Ma credo siamo molto lontani dai fatti osservati in Burkina Faso, dove la piazza ha prevalso sul presidente e ha avviato un vero processo democratico. Tuttavia le notizie passano ormai facilmente attraverso la radio, e le gente comincia a prendere consapevolezza che qualcosa si può fare.
Il presidente Idriss Déby si è mostrato uomo forte di fronte al terrorismo di Boko Haram eppure è uomo politicamente ambiguo, capace trasformazioni. Come è visto dall’Occidente?
Idriss Déby ha mostrato, nel dopo Gheddafi, di saper occupare uno spazio militarmente e politicamente forte nella regione. Ha ripreso quota a livello internazionale, con l’intervento in Mali, in Centrafrica, in Nigeria dove è sceso in campo contro Boko Haram. Ha risolto un gravissimo problema di corruzione interno che riguardava un suo fratello a capo delle dogane del paese che aveva sottratto cifre colossali destinate al bene pubblico. Ha l’appoggio della Francia che in questo momento ha bisogno della sua collaborazione per mantenere le posizioni nell’area. E anche questo è un elemento importante.

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