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Colombia: da Castello di Godego volontario per costruire la pace "difficile"

Daniele De Felice è attualmente impegnato come volontario nella missione dell’Operazione Colomba, in Colombia, e precisamente nella Comunità di pace di San José de Apartadó, nel dipartimento di Antioquia. Dove a farla da “padroni” sono ancora i paramilitari, che minacciano continuamente questa ventennale esperienza di nonviolenza.

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Colombia: da Castello di Godego volontario per costruire la pace "difficile"

Testimoniare la pace la dove è più difficile. Con coraggio e condividendo con altri questa testimonianza attiva. E’ quanto sta facendo in questi mesi Daniele De Felice, originario di Castello di Godego, attualmente impegnato come volontario nella missione di pace dell’Operazione Colomba (il corpo di pace nonviolento della Comunità Papa Giovanni XXIII) nel nord della Colombia, e precisamente nella Comunità di pace di San José de Apartadó, nel dipartimento di Antioquia.
“Sono stato qui - ci racconta al telefono - per tre mesi nella prima parte dell’anno. Poi, dopo una pausa di un mese, sono tornato ad Apartadó per altri tre mesi, e sarà di ritorno nei prossimi giorni”. Ancora un mese di pausa, e dopo sarà pronto a ripartire, questa la modalità di lavoro dell’Operazione Colomba, con la quale Davide è stato anche in Albania, dopo aver svolto con la Papa Giovanni il servizio civile all’estero. “Ma di tutte le esperienze, questa è la più intensa”.
Molto coraggiosa è, del resto, la scelta della Comunità di pace di San José de Apartadó: vent’anni di scelta non violenta in uno dei luoghi più “caldi” della Colombia, pagata spesso a caro prezzo e continuamente messa a repentaglio, anche dopo la firma del trattato di pace tra il Governo colombiano e le Farc, nel 2016.
Comunità minacciata
Proprio nelle settimane scorse una delegazione della Comunità di pace è stata in Italia e in Europa, per raccontare questa singolare esperienza e chiedere appoggio internazionale di fronte alle crescenti minacce.
Della delegazione faceva parte Silvia De Munari, volontaria vicentina di Operazione Colomba, e due attivisti sociali colombiani: José Roviro Lopez Rivera, consigliere della Comunità di pace, coordinatore della comunicazione e membro del gruppo amministrativo, e Levis Johanis Florez Ramos, consigliere della Comunità di pace e coordinatore dei gruppi di lavoro e incaricato di monitorare la situazione nei terreni facenti parte della Comunità di pace.
I vari incontri (pubblici e nelle istituzioni, a iniziare dal ministero degli Esteri) sono stati promossi per rafforzare la rete di sostegno internazionale di cui gode la Comunità di pace, l’unica che permette a questo esempio di nonviolenza di resistere all’indifferenza delle autorità colombiane e alle minacce dei gruppi armati che ancora operano nella zona. La delegazione, tra un incontro a Pordenone e uno a Vicenza, si è fermata per qualche ora anche a Treviso. Ci ha spiegato in quell’occasione Silvia De Munari: “Quella dove sorge la comunità è una zona geo-strategica, da decenni frequentata da gruppi armati. Dopo il trattato di pace con le Farc, lo Stato non ha occupato gli spazi rimasti privi della guerriglia. Così, sono riapparsi i paramilitari. Le chiamano Ba-crim (Bandas criminales, ndr), ma sono miliziani a tutti gli effetti, con le loro uniformi. La coltivazione di coca è aumentata del 300 per cento. Da loro abbiamo ricevuto un attacco lo scorso dicembre”.
Una realtà come la Comunità di pace “disturba”, non da oggi: “L’esperienza – prosegue Silvia – è iniziata nel 1997, quando un gruppo di persone si è costituito in zona umanitaria per evitare i continui sfollamenti, in Colombia chiamati desplazamientos. La comunità si dichiarò neutrale rispetto alla guerriglia delle Farc e ai paramilitari. Dal 2005 gli abitanti della comunità non coltivano coca. Non bevono alcol, non accettano riparazioni individuali”. Ma la loro presenza è stata ostacolata a più livelli: “A un certo momento hanno costruito vicino alla comunità una base dell’esercito e una della polizia, gli abitanti della Comunità hanno dovuto spostarsi. Ma, soprattutto, hanno dovuto pagare un grave prezzo di sangue: sono 300 le vittime, in questi vent’anni. La Comunità contava inizialmente 1.500 membri, ora sono rimasti in 600. E molti sono tornati alle redditizie coltivazioni di coca”.
Comandano ancora
i paramilitari
“Contrariamente alle attese, la situazione nella zona della Colombia dove viviamo continua a essere molto brutta, in seguito al trattato di pace del 2016”, spiegano José Roviro Lopez Rivera, consigliere della Comunità di pace di Apartadó (dipartimento di Antioquia, nel nord del Paese), coordinatore della comunicazione e membro del gruppo amministrativo, e Levis Johanis Florez Ramos, consigliere della Comunità di pace e coordinatore dei gruppi di lavoro e incaricato di monitorare la situazione nei terreni facenti parte della Comunità di pace.
“In tutto il Paese – spiegano – dopo l’accordo sono stati ammazzati oltre 350 leader sociali. Noi riceviamo continue minacce. E tutto questo ha un nome: paramilitarismo, girano con le loro uniformi, sopra ci sono ancora le insegne delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia (diretti eredi delle forze paramilitari ufficialmente smantellate da oltre un decennio, ndr). Molti campesinos, per paura, collaborano con i paramilitari, la coltivazione di coca è aumentata. E un capo delle Farc, che non ha accettato la pace, ora lo troviamo con i paramilitari”.
La Comunità era e resta un’oasi assediata. “Perlopiù – ci spiega Florez Ramos – siamo contadini e produttori di cacao”. I due attivisti raccontano dell’attentato subito il dicembre scorso, delle continue minacce, che coinvolgono pure il responsabile della Comunità, Germán Graciano Posso, che anche di recente è stato raggiunto da inquietanti telefonate.
In questo contesto opera Daniele De Felice: “Noi volontari condividiamo la vita della Comunità di pace ventiquattr’ore su ventiquattro, accompagniamo soprattutto i membri del Consiglio quando si spostano nei villaggi, avvisando polizia ed esercito degli spostamenti. “Purtroppo qui in Colombia, o almeno in alcune zone, quando parli di diritti umani sei automaticamente in pericolo, come mi diceva una mamma di desapacecidos. Effettivamente i paramilitari controllano il territorio. Nelle città usano abiti civili, quando sono nei villaggi ostentano la loro uniforme”.
Daniele è molto colpito dalla forte scelta di pace dei colombiani che fanno parte della Comunità: “Hanno una grande forza e con gli anni hanno acquisito calma e autocontrollo, anche nelle situazioni più difficili, di fronte alle minacce di persone armate. E poi sono una vera comunità, parlano sempre «al noi», si danno forza l’un l’altro”.

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