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Election day in America Latina: democrazia alla prova ma ancora con tante fragilità

Si è votato in contemporanea in Argentina, Colombia, Guatemala e Haiti. Lo sguardo del professor Gianni La Bella, docente di storia contemporanea all'Università di Modena e Reggio Emilia: "Assistiamo ad un arretramento della forza dei partiti politici. Al loro posto sorgono cartelli elettorali che mobilitano la partecipazione elettorale a favore del leader che si volta in volta si impone".

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Jimmi Morales, il comico eletto presidente in Guatemala

La giornata domenica 25 ottobre, è stata un vero e proprio “Election day” per l’America Latina. Si è infatti contemporaneamente votato in quattro Paesi: in Argentina per il primo turno delle elezioni presidenziali; in Colombia per le regionali e per le amministrative; in Guatemala per il ballottaggio delle presidenziali: infine, in Haiti, sempre per le presidenziali, dopo il fallimento della tornata elettorale dello scorso agosto.

Risultato a sorpresa in Argentina

Il test elettorale più atteso era quello dell’Argentina, alle prese con la conclusione della lunga stagione del “Kirchnerismo”. Il candidato del Fronte per la vittoria, Daniel Scioli, scelto dalla presidente uscente Cristina Kirchner (pur non essendo un suo fedelissimo) ha ottenuto un risultato inferiore alle attese, attestandosi al 36,86%. La sorpresa di questo primo turno presidenziale è stato Mauricio Macri, candidato della lista di centrodestra Cambiemos, che ha quasi pareggiato il confronto, attestandosi alla fine al 34,33%.  Al terzo posto l’altro peronista, ma antigovernativo, Sergio Massa, con circa il 20 per cento. Per Scioli insomma il ballottaggio che si terrà fra un mese si annuncia difficile.

In Guatemala un comico al potere

Un comico senza nessuna esperienza politica, Jimmi Morales (Frente de Convergencia Nacional), è invece il nuovo presidente del Guatemala dopo aver stravinto il ballottaggio con Sandra Torres. “Ni corrupto ni ladrón” lo slogan che ha permesso a Morales, privo di qualsiasi esperienza politica, di conquistare il consenso dopo che il presidente uscente Otto Perez Molina era stato coinvolto in uno scandalo per corruzione. Se ad Haiti, dove si fronteggiavano oltre 50 candidati, i conteggi chiederanno diversi giorni e sarebbe già un successo se le elezioni dovessero tecnicamente riuscire, risultati interessanti arrivano dalla Colombia. Qui sono stati quasi ovunque sconfitti, a cominciare dal “feudo” di Medellin, i candidati del Centro democratico, il partito dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, l’esponente politico che più si oppone all’accordo di pace tra il Governo e le Farc. A Bogotà, invece la grande sconfitta alle Amministrative è la sinistra, che perde il controllo della capitale (torna ad essere sindaco il liberale Enrique Peñalosa).

Democrazie fragili

Difficile, anzi impossibile, trarre messaggi univoci su quanto uscito dalle urne in Parsi così diversi. Ma non c’è dubbio che il voto di domenica rappresentava un interessante “termometro” sullo stato di salute delle storicamente anomale e fragili democrazie latinoamericane. E le indicazioni sono contrastanti, come spiega  il prof. Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, esperto questioni latino-americane e impegnato “sul campo” con la comunità di S. Egidio.

E’ possibile fare una considerazione complessiva su questa tornata elettorale?

Assistiamo ad un arretramento della forza dei partiti politici. Al loro posto sorgono cartelli elettorali che mobilitano la partecipazione elettorale a favore del leader che si volta in volta si impone. Il caso del Guatemala è esemplare. Morales ha vinto promettendo semplicemente che vuole cancellare la corruzione, senza nessun programma, nessuna ricetta. Una cosa inquietante. In Argentina quella che stiamo vivendo è in buona parte una partita che si gioca dentro il Peronismo. In definitiva Scioli e Macri non sono lontani tra di loro.

In Argentina qual è il ruolo del Peronismo?

Si tratta di un fenomeno complesso e profondo. Noi tendiamo a vederlo in modo folcloristico, invece è qualcosa di molto radicato nel popolo argentino, che rigetta invece altre formule politiche come il liberalismo, il socialismo… Alla fine però l’Argentina resta una sorta di democrazia bloccata, la battaglia politica si gioca tra una variante di sinistra e una variante di destra dello stesso partito. E il risultato di anni di Kirchnerismo non è esaltante. L’Argentina non ha risolto uno solo dei suoi problemi, pare che l’unica vera riforma sia stata quella di dare i diritti televisivi a tutti i cittadini per vedere le partite di calcio. E se si somma a questa situazione quella che sta vivendo il Brasile, oppure il Venezuela, che rischia di diventare la Somalia del Sudamerica, ci sono le premesse per una crisi continentale.

Il risultato in Colombia incoraggia invece le speranze di pace?

Certo, la sconfitta di Uribe è significativa, lo stesso nuovo sindaco di Bogotà è un conservatore ma non è vicino all’ex presidente. Però le incognite per il processo di pace sono ancora molte, un eventuale futuro referendum sarebbe pericoloso, il rancore è molto forte nella popolazione dopo cinquant’anni di guerra.

Bisogna però ammettere che il voto di domenica, nei vari Paesi, è stato tranquillo, senza scontri. Non trova?

Sì, è vero, c’è l’acquisizione di una certa maturità. Chi vince le elezioni non pensa di dover mettere in galera l’avversario. E non c’è dubbio che nel continente ci sono fermenti positivi, una pace consolidata, paesi in crescita economica… La vera questione riguarda però la qualità di queste democrazie, il tipo di modello sociale, la carenza dello Stato così come noi lo intendiamo, intere regioni lasciate a se stesse.

In questa situazione è importante il ruolo della Chiesa. Quanto conta oggi che ci sia un Papa latinoamericano?

Conta tantissimo. Papa Francesco è diventato punto di riferimento per tutto il continente. Basti pensare che si guarda a lui come mediatore di tutte le controversie, da quella tra Argentina e Inghilterra per le isole Falkland a quella tra Cile e Bolivia, che chiede uno sbocco verso il mare, alle trattative in Colombia. Questo per quanto riguarda l’aspetto politico-diplomatico.

E per quanto riguarda invece l’apporto alla vita sociale?

Qui le cose vanno diversamente. La Chiesa ha un compito fondamentale per intervenire nello spazio sociale, ma non sempre gli Episcopati nazionali sono mediamente all’altezza di tale compito. Non è neppure facile per loro, perché al tempo stesso c’è l’assoluta mancanza di un qualsiasi ruolo politico dei cattolici. Nel continente più “cattolico” non c’è una personalità pubblica cattolica di primo piano, neppure un sindaco. Quindi i Vescovi sono costretti a intervenire direttamente, senza mediazioni.

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