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Finlandia e Svezia nella Nato, nuovi equilibri nel Baltico

Per aiutarci a leggere quanto sta accadendo abbiamo intervistato il trevigiano Andrea Franco, professore a contratto di Storia dell’Europa orientale all’Università di Macerata

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Finlandia e Svezia nella Nato, nuovi equilibri nel Baltico

L’incubo di Putin è la presenza della Nato ai confini della Russia. E questo è stato uno dei pretesti usati per giustificare l’invasione dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio. La sua mossa ha avuto un effetto boomerang sia nei Paesi baltici, ma anche nei Paesi cosiddetti “Stan”, i cinque paesi “ex” sovietici (Kazakhistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) dove Mosca tradizionalmente gode di grande influenza politica ed economica. Findlandia e Svezia hanno chiesto di aderire all’Alleanza Atlantica, con l’obiettivo di creare uno scudo protettivo nei confronti delle mire espansionistiche di Mosca, i secondi cercando di smarcarsi dalla politica estera del Cremlino e sostenendo l’unità territoriale dell’Ucraina.

Per aiutarci a leggere quanto sta accadendo abbiamo intervistato il trevigiano Andrea Franco, professore a contratto di Storia dell’Europa orientale all’Università di Macerata.

La Russia e l’Occidente. Con l’intervento russo del 24 febbraio siamo di fronte al ripetersi delle stesse dinamiche politiche a cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre?
A mio giudizio no. Il conflitto attualmente in corso ha in sé un aspetto in parte imperialistico o, per meglio dire, derivato dall’atteggiamento paternalistico sulla base del quale la cultura russa ufficiale tende a guardare all’Ucraina come a una parte irrinunciabile di sé. Le sfere governative russe hanno così dato fuoco alle polveri percependo l’allargamento della Nato - verso quella che fu la sfera di influenza sovietica (e poi russa) - come una minaccia. Si può essere in disaccordo con questa visione, ma in effetti Putin aveva iniziato a manifestare chiaramente questo disagio dalla Conferenza di Monaco del 2007.

La fine della guerra fredda viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) e la definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica (26 dicembre 1991). Ma in questi 30 anni come si sono incontrati, ad est dell’Europa, mondi e ideologie diversi?
Il teologo gesuita Špidlík, al tempo della caduta del Muro, aveva espresso il desiderio che le due parti dell’Europa, tenute innaturalmente separate per circa 45 anni, si riunissero, dando forma a un processo di integrazione alla base del quale stava la metafora dei “due polmoni”: l’Europa occidentale non può respirare senza che quella orientale la integri e la sostenga, traendone a propria volta la linfa vitale. Purtroppo, le cose non sono andate così. L’avvicinamento fra l’Occidente (inteso come Europa occidentale e Usa) e la Russia avvenne nel contesto della vittoria del capitalismo, cui le guide politiche russe, negli anni Novanta, per la più parte si adeguarono volentieri. L’idillio politico ben presto si arrestò.

Cortina di ferro e guerra fredda: l’invasione dell’Ucraina sta riportando indietro le lancette della storia?
Sì, nel senso che una guerra in Europa non ce la saremmo mai più aspettata. Il conflitto fra Russia e Ucraina sta tutto nella complessità del nazionalismo dei due Paesi: da un lato l’Ucraina che ha scelto, a partire dai primi anni Duemila, di incamminarsi verso un orizzonte democratico e liberale, avvicinandosi all’Occidente europeo, come pure alla Nato; dall’altro, vi è la Federazione Russa, che pretende - anche in quanto potenza militare e nucleare - di veder riconosciuto uno spazio neutrale ai suoi confini (specie in Ucraina, con la quale ritiene di avere un rapporto storico privilegiato). Parallelamente, Russia e Ucraina hanno iniziato a litigare anche sulle interpretazioni della storia.

Visto con gli occhi di Mosca, questo conflitto tra la Russia e l’Occidente è una risposta all’avanzata dell’atlantismo…
Esattamente: questo è il punto di vista russo, che vede nell’adesione dei Paesi che l’Urss in precedenza controllava una minaccia. Come paiono lontani i giorni del 2002 in cui, a Pratica di Mare, Berlusconi aprì le porte della collaborazione militare fra la Russia putiniana e gli Usa di Bush figlio! I soli Paesi rimasti neutrali (tralasciando di citare i più piccoli in assoluto), in Europa occidentale, sono Irlanda, Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia (con gli ultimi tre che si stanno dimostrando inclini a entrare nella Nsto); nell’Europa mediana e meridionale, Croazia e Serbia (la prima filo-occidentale, la seconda storicamente vicina alla Russia); in Europa orientale, la Moldavia, sempre più impaurita (in ragione dell’influenza russa sulla Transnistria), la Bielorussia (unico autentico alleato fedele a Mosca), e la martirizzata Ucraina.

Sotto le acque del “Mediterraneo del nord” (cioè il Mar Baltico) si nasconde una linea di confine che ci riporta alla contrapposizione tra Est e Ovest. Quali sono le radici storiche di questo equilibrio divenuto oggi instabile?
Il Baltico rappresenta storicamente una cerniera, un luogo di contatto e di ibridazione e non di rado di contrapposizione fra i Paesi del Nord e la Russia. Già intorno agli anni Quaranta del Duecento, dopo la distruzione di Kiev per mano dei Tataro-Mongoli, il principe di Novgorod Aleksandr Nevskij sconfisse sul lago Peipus prima gli svedesi, e poi i cavalieri Portspada, che dall’area tedesca settentrionale avevano inteso muovere una crociata intraeuropea, atta a cattolicizzare gli slavi ortodossi, e le genti del Baltico meridionale, ovvero gli ultimi pagani d’Europa: grazie al sua vittoria militare, Aleksandr Nevskij permise pertanto alla Russia di sopravvivere alla rovina. Al contempo, questa pagina storica plasmò profondamente la mentalità slava-orientale: secondo i Russi le aggressioni sono sempre pervenute dall’Europa occidentale nel corso dei secoli e poi più di recente ai tempi della Grande guerra del Nord (inizio Settecento), di Napoleone (1812) e, in seguito ancora, di Hitler (1941).

Negli ultimi due secoli come sono stati i rapporti tra i Paesi scandinavi e la Russia?
Dalla sconfitta napoleonica del 1809 in avanti Stoccolma rimase sempre neutrale, avendo percepito la propria debolezza militare (figlia, probabilmente, dello scarso peso demografico). Solo gli avvenimenti odierni pare che stiano imprimendo un nuovo orientamento alla politica svedese. Comune il sentire odierno, ma diversa è la storia per la Finlandia, che pur non essendo culturalmente e linguisticamente un Paese scandinavo, può essere assimilato a questa macroregione europea in virtù dei suoi legami geo-politici con i Paesi dell’area finno-scandinava. Fino al tracollo subito dalla Svezia in occasione delle Guerre napoleoniche, la Finlandia fu parte del Regno di Svezia, inglobato poi nell’Impero zarista (1809) - avvenimento che comportò a favore della Finlandia una ampia autonomia - fino alla Rivoluzione d’Ottobre, quando divenne un Paese indipendente, per la prima volta nella sua storia. Per effetto della sconfitta patita nel contesto della Seconda guerra mondiale, la Finlandia fu costretta ad adottare una politica di rigida neutralità: per identificarla, fu coniato un termine ad hoc, per l’appunto “finlandizzazione”.

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