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G7 a Biarritz: le nuove minacce non sono militari, ma climatiche

“Un cambiamento di paradigma politico”. È quanto l’attuale situazione di “caos climatico” sta chiedendo ai leader mondiali. Lo afferma Pasquale Ferrara, docente della Luiss e ambasciatore italiano in Algeria, a commento del G7 di Biarritz. “Non possiamo più limitare la nostra concezione di sicurezza a quella della sicurezza militare o alla sicurezza delle frontiere. Se non mettiamo mano a dei meccanismi che limitano l’influenza dell’attuale caos climatico - l’impatto cioè che il riscaldamento della terra ha sulla desertificazione, sulle risorse alimentari e idriche – non possiamo più essere sicuri”.

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G7 a Biarritz: le nuove minacce non sono militari, ma climatiche

“È positivo il fatto che in una agenda del G7 che di solito si occupa di questioni legate alla sicurezza internazionale (sul tavolo per esempio c’era la questione del programma nucleare iraniano), per la prima volta approda un tema legato all’ambiente”. Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano in Algeria e docente di diplomazia alla Luiss di Roma, commenta così la decisione presa dai leader mondiali – riuniti in Francia per il G7 di Biarritz – di “aiutare al più presto i Paesi colpiti” dagli incendi della foresta in Amazzonia. Ma – aggiunge – ci vuole “un cambiamento di paradigma politico”. E spiega: “Qui ormai non stiamo più parlando di cambiamenti climatici come se fosse un processo graduale e controllabile. Qui siamo davanti a un caos climatico che pone alla sicurezza internazionale le stesse sfide delle armi nucleari”.

In che senso?

Non si tratta di questioni ambientaliste e non si tratta di questioni marginali. La difesa dell’ambiente è un tema che ormai deve far parte dei punti principali dell’impegno internazionale. Se non capiamo questo, non capiamo che le nuove minacce non sono solo quelle di carattere militare, o quelle delle pandemie, ma sono anche legate al cambiamento strutturale del cima.

Nessuno dei leader mondiali può dire di avere la coscienza pulita. Dietro le fiamme in Amazzonia e in Siberia, la deforestazione, i disastri ambientali, ognuno ha la sua parte di responsabilità. Quali sono stati gli errori “politici” commessi?

Direi che una delle questioni oggi importanti è il sovranismo. La questione del ripiegamento di molti Paesi sui confini interni, senza rendersi conto che la caratteristica del mondo contemporaneo è quella di essere transnazionale, nonostante le frontiere. Dinanzi al cambiamento climatico, è del tutto inutile ergere confini di protezione. In più c’è un’altra questione che richiama la cultura politica. Secondo alcune analisi, noi siamo entrati in una nuova era geologica, che viene definita come “antropocene”. È l’epoca inaugurata dai cambiamenti strutturali causati sul pianeta dall’attività industriale e dal consumo. Se non ci rendiamo conto di questo, se continueremo ad avere una visione politicamente antropocentrica – l’uomo come punto di riferimento di ogni politica – e se non cominciamo a pensare non più in termini di politica internazionale ma in termini di politica planetaria, non riusciamo ad affrontare il fondo della questione.

E qual è il fondo della questione?

Non possiamo più limitare la nostra concezione di sicurezza a quella della sicurezza militare o alla sicurezza delle frontiere. Se non mettiamo mano a dei meccanismi che limitano l’influenza dell’attuale caos climatico – l’impatto cioè che il riscaldamento della terra ha sulla desertificazione, sulle risorse alimentari e idriche – non possiamo più essere sicuri. Faccio un esempio. In alcune aree del pianeta come in Africa, nel Sahel, i cambiamenti climatici provocano movimenti migratori. I movimenti migratori creano instabilità regionale e mettono in discussione le frontiere. Tutto questo ha a che fare con la sicurezza. Sarà questo il tema centrale con cui ci dovremo confrontare nei prossimi decenni.

Gli economisti invocano un cambiamento del modello di sviluppo. Non è questa una priorità per invertire la rotta?

Certo, ma poiché questo cambiamento del modello economico non sarà per domani e il tempo oggi a disposizione non c’è più, qualcosa bisogna fare e farlo adesso.

Come?

Ci sono delle iniziative importanti. Le Nazioni Unite per esempio hanno lanciato la “Trillion Trees Compaign” che punta a piantare mille miliardi di alberi entro il 2030. In Brasile, esistono esperienze interessanti come quella sostenuta dal famoso fotografo Sebastião Salgado che in 20 anni insieme alla moglie ha raccolto fondi e piantato più di 2 milioni di alberi, dando così una risposta forte alla deforestazione. Sembrano cose marginali ma sono iniziative che insistono molto sulla cultura politica di un Paese, diffondendo la coscienza di essere parte di un insieme molto più vasto. Piantare un albero è un’azione altamente simbolica: è un tributo di questa generazione per le generazioni future. Anche la politica oggi deve assumersi questo impegno per una responsabilità planetaria e inter-generazionale.

Con la sua Enciclica Laudato Si’ cosa sta chiedendo Papa Francesco all’agire politico? Il suo messaggio è ascoltato?

Sempre di più. Papa Francesco sta dicendo al mondo che l’attuale sistema delle relazioni internazionali è insostenibile, anche dal punto di vista ambientale, perché privilegia solamente gli interessi, il commercio, la difesa delle frontiere. Sono tutte questioni legittime a patto però che non si metta tra parentesi la responsabilità planetaria. Ogni paese è un agente locale di un ordine mondiale. È questa la grande intuizione di Papa Francesco. Ma richiede un cambiamento di paradigma politico.

Fonte: Sir
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