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Giovani trevigiani in Giordania tra i profughi siriani

Sei giovani veneti, tra cui due trevigiani, sono stati nei campi profughi giordani, dove vivono centinaia di migliaia di siriani in fuga dalla guerra. Accanto ai volontari Caritas hanno visto la guerra con gli occhi dei più piccoli. Colpisce infatti la situazione dei minori.

Parole chiave: giordania (7), siria (58), profughi (220), pace (152)
Giovani trevigiani in Giordania tra i profughi siriani

La difficile situazione in Israele ha imposto un ritorno anticipato, da Amman e non, come preventivato, da Tel Aviv, ma i sei giovani veneti, tra cui due trevigiani, hanno vissuto giorni davvero intensi in Giordania, prima ad Amman, e poi nella parrocchia di Mafraq e nel campo profughi di Zaatari. Accompagnati da alcuni volontari trevigiani, che conoscevano già il territorio, in stretta collaborazione con la Caritas giordana, i giovani hanno potuto conoscere la realtà dei rifugiati siriani, che hanno “invaso” la vicina Giordania.
Dalle poche famiglie accampatesi nel giugno 2012 a dieci chilometri a nord di Mafraq, nell’omonimo Governatorato giordano, “Zaatari camp” è diventato in due anni la quarta città della Giordania, con quasi 150.000 siriani fuggiti dalla guerra civile nel loro paese.
“Una realtà incomprensibile se non la si vede da vicino e non la si vive - racconta attraverso skype Marco Provenzale, 28 anni, trevigiano, che è presidente di una ong della Rete Progetto pace -. In questa città di 60 mila giordani vivono 130 mila rifugiati siriani. Il disagio è immenso, le famiglie siriane sono ospitate in stanze, garage, buchi di case e vengono fatti pagare loro affitti esorbitanti dai residenti, con il rischio di essere sfrattati da un momento all’altro”. Visitare un campo profughi è come guardare in faccia la guerra, i conflitti, “vederne gli effetti sui bambini, sulle donne, sui vecchi ti fa dire che è uno strumento senza senso, inutile - sottolinea Tommaso Carrieri, 20 anni, vicentino, impegnato nella Consulta provinciale degli studenti -, uno strumento che non porta nessun vantaggio, ma solo devastazione e disastri, immediati e soprattutto a lungo termine, da cui difficilmente le persone potranno risollevarsi”.
Il gruppo si appoggia alla Caritas giordana e in particolare ai volontari della parrocchia di Mafraq, dove in questo periodo hanno lavorato con i bambini, nell’animazione in particolare. “I volontari della Caritas locale devono occuparsi delle famiglie e delle centinaia di richieste di iscrizione che arrivano giorno dopo giorno, faticano ad animare le giornate dei bambini che arrivano soprattutto da Homs, e così noi diamo una mano” spiega Marco. I giovani durante il giorno accompagnano anche i volontari Caritas in visita alle famiglie: “Appena varchiamo una porta, ci si apre un mondo - raccontano - bambini, tantissimi bambini, donne, spesso vedove, che hanno perso i mariti nella guerra, giovani donne che hanno appena partorito, anziani. I bambini sono le vittime più colpite da questi conflitti e dalla situazione in cui devono vivere. I bambini e i ragazzi hanno perso tutto, non solo materialmente, hanno perso il futuro, la possibilità di progettarlo, devono vivere alla giornata, pensando a che cosa mangiare il giorno dopo, nel timore di restare senza più quel minimo di rifugio che oggi hanno. Sono bambini traumatizzati - ci ha spiegato una psicologa che segue da sola centinaia di situazioni -, soffrono di incubi, anoressia, hanno paura dei suoni forti, in alcuni casi subiscono anche abusi sessuali nei campi”. Una realtà drammatica, quella dei bambini e dei giovani, che evidenzia anche Giovanni Zambon, altro vicentino, nel suo profilo facebook: “Finora non mi ero reso conto che è nata una generazione di rifugiati che non possono studiare, lavorare e sperare in un futuro migliore. Qui oggi ho incontrato una ragazza siriana di 19 anni. Due anni fa è scappata con la famiglia dalla Siria, il suo sogno è di finire le superiori, studiare legge e diventare un giudice.  Le ho chiesto se si poteva fare qualcosa per farla studiare, mi ha risposto che prima deve pensare a mangiare”.
Partiti con il desiderio di conoscere la realtà dei campi profughi e di progettare un possibile coinvolgimento delle proprie associazioni, dei propri amici, e delle realtà in cui vivono, Marco e Tommaso hanno già individuato l’ambito di impegno. “Vorremmo sensibilizzare le persone, creando anche un gruppo, per la soluzione non violenta dei conflitti - spiega Tommaso -, vogliamo raccontare nelle scuole superiori la nostra esperienza, ciò che abbiamo visto”, coinvolgendo le persone, i giovani in progetti particolari, “come il sostegno al doposcuola che fa la Caritas giordana ai bambini - aggiunge Marco - e magari creare delle borse di studio. Ci siamo resi conto che senza l’istruzione non c’è futuro per questa generazione, che sta perdendo anni di scuola. Hanno bisogno di progettare il futuro, con speranza, con fiducia, anche sapendo che qualcuno si impegna accanto a loro”.

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