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Gli Usa al voto tra molte incertezze

La cosa certa è che pochi questa volta si fidano dei sondaggi. Troppe le incognite, a cominciare dalla pandemia e dalla paura di andare a votare, unita alla non sempre facile partecipazione al voto, tra l’altro con leggi diversi da Stato a Stato. In ogni caso, scottati dalla elezione del 2016, quando nessuno aveva puntato su Donald Trump, nessun esperto si fida oggi di darlo per sconfitto, nonostante tutti i sondaggi diano il rivale democratico Joe Biden favorito.

Parole chiave: usa (53), stati uniti (32), elezioni 2020 (4)
Gli Usa al voto tra molte incertezze

Non è solo l’appuntamento con l’elezione del presidente del più influente Paese al mondo, ma qualche volta assume anche i contorni dello show con finale a sorpresa. Martedì 3 novembre, gli Stati Uniti, e il resto dei Paesi nel mondo a osservare, vivranno il loro Election day, per eleggere il 46ª presidente americano. La novità di quest’anno è che potrebbero trascorrere anche parecchie settimane prima di sapere chi sarà il vincitore, e questo a causa dell’alto voto per posta. Infatti, già una settimana prima, via posta o alle urne, hanno votato 69,5 milioni di americani, sui cui voti pesa la non remota eventualità che in parte vengano annullati, come successo in passato, magari solo perché non spediti in tempo.

La cosa certa è che pochi questa volta si fidano dei sondaggi. Troppe le incognite, a cominciare dalla pandemia e dalla paura di andare a votare, unita alla non sempre facile partecipazione al voto, tra l’altro con leggi diversi da Stato a Stato. In ogni caso, scottati dalla elezione del 2016, quando nessuno aveva puntato su Donald Trump, nessun esperto si fida oggi di darlo per sconfitto, nonostante tutti i sondaggi diano il rivale democratico Joe Biden favorito. Anche se il suo vantaggio nelle ultime settimane è sceso da 10 a 7,3 punti in più. Biden guida con un vantaggio di soli 3 punti percentuali, in cinque degli Stati in bilico, tra cui figurano alcuni cruciali come Michigan, Pennsylvania e Wisconsin dove Trump vinse, inaspettatamente, nelle elezioni del 2016 (questi Stati non votavano repubblicano dagli anni ‘80). Qualche opinionista ha azzardato che per capire quale sarà il risultato senza attendere l’assegnazione dei voti per posta, basterà vedere se questi Stati si esprimeranno ancora pro-Trump. Negli Stati Uniti, poi, è diffuso il modo di dire: “As Ohio goes, so goes the nation” (dove va l’Ohio, va la nazione): solo in due casi l’Ohio ha votato per il candidato poi perdente. E in Ohio i sondaggi danno lievemente in testa Trump.

Non resta che rimanere collegati per vedere quali e quanti Stati si coloreranno di rosso, repubblicano, o blu, democratico, cercando nel frattempo di ricordare un minimo di regole del voto americano. Non si vota direttamente il presidente, ma i grandi elettori. In totale vengono eletti 538 grandi elettori: per diventare presidente è necessario ottenerne la maggioranza assoluta, pari a 270. Vale per ogni Stato il principio del winner takes all, cioè quello per cui il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ottiene anche tutti i grandi elettori che sono a questo attribuiti. Ovviamente gli Stati più popolosi eleggono un numero maggiore di grandi elettori e dunque risultano più importanti per la corsa presidenziale. 

Si voterà contemporaneaente anche per i nuovi membri del Congresso: per tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e per 33 sui 100 del Senato.

Difficile dire cosa conterà di più nella scelta degli elettori per il prossimo quadriennio e sicuramente i confronti televisivi non hanno aiutato gli indecisi a farsi un’opinione: si è passati dalla prima bagarre con insulti e urla a una scontata esposizione dei punti di forza di Repubblicani e Democratici nel secondo confronto televisivo. Ecco allora il populistico “Prima l’America” di Trump, anche nel vaccino anti Covid, la “guerra” alla Cina, la cancellazione degli accordi internazionali, un non velato razzismo del presidente, condiviso con una buona parte dell’America, con attacchi anche contro Kamala Harris, radici indiane e afroamericane, scelta da Biden come possibile vicepresidente. E poi frecciatine sull’età di Biden, 78 anni, pronto per l’ospizio.

Dall’altra parte Biden, classico politico, ex vicepresidente per otto anni con Barack Obama, punta su riforme politiche, sociali ed economiche, tra le quali leggi a tutela dell’ambiente con investimenti nell’energia pulita, una rimodulazione delle tasse che Trump ha abbassato per i ricchi e non per la classe media e una ripresa dell’Obamacare, la legge sulla sanità con una copertura di una più ampia fascia di americani, che il presidente in carica ha cercato in tutti i modi di smantellare.

Cosa può far cambiare idea a un votante da qui a martedì 3 novembre? Una gaffe di Biden, di cui è considerato il re, qualche dossier che viene alla luce, come gli affari poco chiari del figlio di Biden in Ucraina o il conto corrente in Cina di Trump e il suo non aver pagato tasse per anni. Staremo a vedere, pronti ad assistere allo show elettorale americano.

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