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Il Sud Sudan compie dieci anni. Auguri? No, grazie

E’ lo stato più giovane al mondo, ma c’è poco da festeggiare in un Paese uscito da una guerra per l’indipendenza e precipitato in una sanguinosa guerra civile nel dicembre 2013, due anni dopo la sua indipendenza dal Sudan. La guerra civile è seguita per la lotta di potere tra il presidente Salva Kiir, esponente dell’etnia dinka, e il suo vice Riek Machar, dell’etnia nuer, leader della ribellione.

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Il Sud Sudan compie dieci anni. Auguri? No, grazie

Oggi 9 luglio il Sud Sudan celebra i suoi primi dieci anni di vita. E’ lo stato più giovane al mondo, ma c’è poco da festeggiare in un Paese uscito da una guerra per l’indipendenza e precipitato in una sanguinosa guerra civile nel dicembre 2013, due anni dopo la sua indipendenza dal Sudan. La guerra civile è seguita per la lotta di potere tra il presidente Salva Kiir, esponente dell’etnia dinka, e il suo vice Riek Machar, dell’etnia nuer, leader della ribellione. Cinque anni di guerra hanno provocato un’escalation di violenze interetniche, scontri tra le comunità e atrocità nei confronti della popolazione civile costate oltre 400mila morti.

Sulla carta è stato raggiunto un fragile accordo di pace nel settembre 2018 tra governo e gruppi ribelli che prevede una spartizione dei posti di comando nella politica e nelle forze armate. Anche se sono calate le ostilità tra esercito regolare e fazioni armate, specie nei dintorni della capitale Juba, la situazione nelle regioni periferiche rimane altamente instabile con continui attentati. Non ultimo quello che ha visto coinvolto in un imboscata lo scorso 26 aprile il vescovo Cristian Carlassare e proprio un mese fa, il 9 giugno, due operatori umanitari del Cuamm.

Le tensioni con il Sudan restano vive: la non risoluzione di alcune questioni legate all’indipendenza (come la spartizione dei proventi del petrolio e la definizione dei confini del distretto di Abyei) hanno reso più complicata la vita del governo di Juba. 

L’indipendenza dal nord arabofono ha creato comunque uno stato profondamente segnato da grandi differenze etniche (ben 64 suddivisi in oltre 300 gruppi). Se nel sud i Dinka (l’etnia a cui appartiene anche il presidente) sono la popolazione più numerosa e ad est i Nuer (l’etnia nilocamitica del vicepresidente), vi sono molte altre minoranze (Shilluk, Nuer, Azande, Bor, Acholi e Lotuhu) che lamentano un’eccessiva concentrazione dei posti di potere nelle mani delle prime. Il cristianesimo e i culti animisti sono le due religioni più diffuse.

Paese senza sbocco al mare ma attraversato da nord a sud dal fiume Nilo e dai suoi affluenti. Doppio per dimensioni due volte l’Italia e suddiviso in 10 Stati federali. Ha una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, di cui 4 milioni sfollati in altre zone del Paese e nei campi profughi dei paesi confinanti. Lo scorso 30 giugno l’Unhcr ne contava 921mila in Uganda, poco meno di 793mila in Sudan, quasi 373 in Etiopia, poco meno di 130mila in Kenya e addirittura circa 56mila nella Repubblica democratica del Congo, a sua volta uno dei paesi più instabili e pericolosi del continente.

La favola del paese più giovane del mondo è diventato un posto infernale. Il 60% della popolazione soffre ancora di insicurezza alimentare. La popolazione è prevalentemente nomade con un età media di 19 anni, ma con un sistema sanitario ancora molto carente. Un abitante su tre sfollato. Eppure possiede enormi ricchezze strategiche del Sud Sudan: acqua, terreni fertili, petrolio e chissà quanti metalli strategici. Anche dal punto di vista delle libertà politiche e civili il paese versa in uno stato di preoccupante arretratezza: l’approvazione di una Costituzione di transizione monopartitica ha limitato molto l’organizzarsi di forze politiche alternative, tanto che il Sud Sudan viene classificato come uno stato non libero. Decisamente un compleanno amaro.

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