Mondo
stampa

Il rapporto di Caritas italiana: Conflitti sempre più dimenticati

Presentato lo studio “Falsi equilibri”. In aumento le guerre ad alta intensità e conflitti locali, provocati da situazioni di povertà e ingiustizia, rispetto alle quali la pandemia è stata un detonatore

Parole chiave: yemen (2), conflitti (3), mondo (19), caritas (314), covid-19 (323), pandemia (36), guerra (271), siria (64), sud sudan (16), etiopia (6)
Guerra nel Tigray, Etiopia

Viviamo in un’era di relativa pace rispetto alla maggior parte della storia, tuttavia, questo non significa che non ci siano conflitti nel mondo di oggi. E’ ciò che emerge nella settima ricerca di Caritas Italiana sui conflitti dimenticati presentata nei giorni scorsi e realizzata in collaborazione con Avvenire, Famiglia Cristiana e Ministero dell’Istruzione. Nel volume si approfondiscono diversi temi: l’impatto della pandemia sui più deboli e le crisi sociali; la connessione tra conflitti e diseguaglianze; le politiche di lotta alla povertà e di contenimento degli armamenti per la risoluzione delle guerre; il ruolo di una corretta informazione che renda consapevole l’opinione pubblica. Quest’ultimo anche attraverso una rilevazione demoscopica, da cui emerge che un italiano su due non conosce le guerre attualmente in corso nel mondo.

Conflitti resilienti nell’era del Covid
Il Rapporto, dal titolo “Falsi equilibri”, si concentra sul legame tra guerre e diseguaglianze, nel mutato contesto internazionale, segnato in modo rilevante dall’emergenza sanitaria del Covid-19. La prima parte del testo offre uno spaccato dei fenomeni e delle tendenze in atto, con particolare riferimento allo scenario geopolitico dello scacchiere internazionale, allo spazio che trovano le guerre e le disuguaglianze nel diritto internazionale, a come l’intervento umanitario si trova ad agire in uno scenario di guerra caratterizzato da profonde disuguaglianze.
Purtroppo, il “binomio guerra-pandemia” ha aggravato il danno umanitario derivante dai conflitti armati ed esacerbato le vulnerabilità dei civili nei Paesi in conflitto, dove i sistemi sanitari sono vicini al collasso a causa dei continui attacchi alle strutture e al personale medico. A subirne maggiormente i contraccolpi sono state le fasce più vulnerabili della popolazione.

Esasperati dalla pandemia
La pandemia ha probabilmente acuito il malcontento generale, facendo scoppiare bombe di insoddisfazione e che da anni erano pronte a esplodere. E’ il caso di Cuba, ad esempio, dove la proibizione dei viaggi a causa dell’emergenza sanitaria ha fatto precipitare il Paese in una profonda crisi, che vede i cittadini costretti a fare ore di coda per comprare cibo e medicinali. O, anche, del Libano che con il crollo della moneta locale (ndr, la lira libanese in due anni ha perso il 90 per cento del suo valore) ha fatto crescere le proteste di piazza per la mancanza di benzina alle pompe e beni di prima necessità dagli scaffali.

Un quadro d’insieme
Dal Rapporto emerge che nel 2020 erano 21 le guerre ad alta intensità nel mondo, 6 in più rispetto all’anno precedente, quando erano 15. Tra le più gravi lo Yemen, la Siria, il Sud Sudan. Con il conflitto nella regione etiopica del Tigray salgono invece quest’anno a 22. Comprendendo tutte le crisi ed escalation violente, si sono calcolati 359 conflitti nel 2020.
Allarma, poi, l’aumento delle persone che hanno bisogno di aiuti umanitari, il 40% in più tra 2020 e 2021, pari a 235 milioni di persone coinvolte. Inoltre sono più che raddoppiati in 10 anni i rifugiati e gli sfollati, raggiungendo la cifra record di 82,4 milioni. A compensare in parte le insufficienze delle organizzazioni internazionali rimangono solo la società civile e organizzazioni come la Caritas e le ong.

Fattori di instabilità
Oltre ai cambiamenti climatici e alle disuguaglianze economiche, preoccupa l’aumento dei livelli di violenza politica all’interno dei singoli Paesi. Significativo è anche come, nonostante il crescente protagonismo di attori non-statali (milizie, paramilitari, bande armate, compagnie militari private ecc.), la maggior parte della violenza globale (52%) resti ascrivibile a forze statali.
L’edizione 2021 del Rapporto pone la diseguaglianza come aspetto trasversale. Attraverso cui leggere in filigrana le tante situazioni di violenza organizzata e di conflitto armato che segnano il nostro pianeta. “In effetti - si legge nel Rapporto -, sono proprio gli squilibri e le asimmetrie sociali, economiche, di status, di accesso alle risorse, di esigibilità dei diritti, che spiegano la genesi di molte forme di conflitto. Al tempo stesso, la guerra produce conseguenze anch’esse diseguali, contribuendo a peggiorare le condizioni di chi si trovava già prima del conflitto in situazione di vulnerabilità”.

La ricerca demoscopica
La seconda parte del volume descrive i principali risultati di una serie di rilevazioni sul campo. Vengono forniti risultati di un sondaggio demoscopico, realizzato in Italia dall’Istituto Demopolis, relativo alla conoscenza dei conflitti, dal quale emerge che solo un giovane su due è in grado di citare una guerra. Per la cronaca, i conflitti maggiormente citati sono quelli dell’Afghanistan e della Siria ovvero quelli a maggiore copertura televisiva.
Non a caso, a distanza di vent’anni da un analogo sondaggio, la televisione si conferma ancora come la principale fonte d’informazione sulle guerre, per la maggioranza degli italiani. Secondo la ricerca, l’attenzione sulle “guerre dimenticate” nel mondo resta appesa agli appelli del Papa e della Chiesa (45%) e a voci terze, non istituzionali: per il 43% degli intervistati, sono spesso il volontariato e le associazioni non governative a tenere aperto l’interesse.

Sguardo oltre il proprio cortile
Sebbene si dichiarino consapevoli che l’esistenza di conflitti nel pianeta influisca sulle dinamiche sociali ed economiche del Paese, gli italiani custodiscono una consapevolezza intermittente delle guerre ancora in corso, sopraffatta dalle contingenze, soverchiata - a livello informativo - dalle questioni nazionali. Fra gli interessi informativi dell’opinione pubblica nazionale, pesa poco il “resto del mondo”: meno di un quinto se ne informa. Ma se indotti a riflettere sull’aberrazione dei conflitti, i cittadini dichiarano di non credere all’ineluttabilità delle guerre: per il 75% si tratta di eventi evitabili e superabili grazie all’evoluzione culturale dell’umanità.

I più vulnerabili
Nel mondo un bambino su sei, più di 450 milioni di bambini, vive in una zona di conflitto e, tra questi, circa 200 milioni vivono nelle 13 aree di conflitto più letali al mondo. Cifra di circa il 20% superiore rispetto ai 162 milioni dell’anno precedente, in parte a causa delle violenze scoppiate in Mozambico e nel Tigray e ai conflitti in corso in Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria e Yemen, Paesi già gravemente colpiti dalle conseguenze della crisi climatica e con livelli di crisi alimentare potenzialmente letali. Anche il numero assoluto di minori che vivono in aree di conflitto è aumentato del 5% rispetto al 2019 ed è la cifra più alta mai raggiunta negli ultimi 20 anni.
Sono invece 337 milioni di bambini che vivono nelle vicinanze di gruppi armati e forze governative che reclutano bambini, un numero tre volte superiore rispetto a tre decenni fa, così come il numero di Paesi in cui vengono reclutati minori.

Tutti i diritti riservati
Il rapporto di Caritas italiana: Conflitti sempre più dimenticati
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento