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Il sole ritornerà a Qaraqosh. Io, trevigiana, tra le rovine dell'Iraq

La nostra collaboratrice Annalisa Milani si è introdotta, accompagnata  da un amico monaco iracheno, tra le rovine della spettrale città a venti chilometri chilometri da Mosul, abbandonata dai trecento mila cristiani della Piana di Ninive nell’agosto del 2014, a causa dell’avanzata dell’Is che ha lasciato solo morte e distruzione. Proponiamo qui una parte del reportage pubblicato integralmente a pagina 7 del numero della Vita del popolo del 25 dicembre.

Parole chiave: qaraqosh (4), iraq (33), mosul (9), ninive (2), guerra (274), isis (71), daesh (10)
Il sole ritornerà a Qaraqosh. Io, trevigiana, tra le rovine dell'Iraq

E’una pallida domenica di sole di metà dicembre quando decidiamo con Wisam, il nostro amico monaco iracheno, di partire per Qaraqosh, la città cristiana a 20 Km da Mosul e da lui abbandonata assieme ad altri 300 mila cristiani della Piana di Ninive nell’agosto del 2014, a causa dell’avanzata dell’Is o Daesh come in arabo lo chiamano. Iniziamo la nostra via crucis attraversando con un permesso curdo i molti check point che punteggiano i 70 km da Erbil, in Kurdistan, a Qaraqosh, un tempo in Iraq. Il governo di Bagdad ha lanciato l’offensiva il 17 ottobre scorso con un’operazione a cui partecipano forze di sicurezza irachene, combattenti curdi, milizie sciite, cristiane -irachene con il sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Il 19 ottobre sono entrati a Qaraqosh, combattendo strada per strada i jihadisti ed ora combattono tra i quartieri di Mosul. Siamo tutti, io, mio marito e Wisam, tesi: il silenzio è interrotto solo da qualche commento mentre otteniamo un permesso di entrata (del Kurdish Army) e attraversiamo un improvvisato ponte militare sul fiume Zabel.
Proseguiamo e dopo qualche km entriamo a Qaraqosh da est. La città fantasma ti sbatte addosso i ruderi di case bruciate, di campanili sbriciolati e di croci di chiese spezzate, di grovigli di fili elettrici attorcigliati sparsi ovunque, penzolanti da pali della luce piegati o diritti come lugubri sentinelle, di negozi svuotati. Tutte le cose della vita quotidiana di due anni fa, interrotta in una notte di fuga (a parte ciò che di prezioso è stato trafugato) sono in mezzo alla strada, dentro i cortiletti abbandonati! Il silenzio domina ovunque. Parcheggiamo l’auto nella piazzetta sistemata dai monaci, dentro l’unico quartiere di Qaraqosh, un tempo abitato per il 90% da musulmani, e, dove di proposito, i nostri tre amici monaci avevano scelto la loro casa-monastero per dare un segnale di dialogo. Sparsa nel cortile vi è tutta l’attrezzatura della cucina, del magazzino, mentre dentro l’edificio il fuoco ha divorato tutto: la piccola cappella, la saletta di incontri, le scale e le stanze sopra hanno le pareti attorcigliate dal calore. Si riesce a farsi strada con angoscia, Wisam osserva il mucchio di cenere dentro la piccola biblioteca ed esclama “I miei libri, le Bibbie!!! Cenere, niente, niente!”. Per due ore cerchiamo di raccogliere ciò che il fuoco ha salvato, e finalmente in una stanza, Wisam ritrova una busta di poche, vecchie foto. Erano tutti e quattro (uno è morto) giovani, quando decisero di formare una piccola comunità di monaci cristiani. Wisam si porta nel terrazzo integro, guarda le foto, sorride. Alla sua destra il minareto, integro, fa da sfondo ai tre campanili sbriciolati della chiesa di S’Giacomo, Immacolata e S’ Benham e S’Sara, alla sinistra (incredibile natura!) nel cortile, l’olivo, mezzo bruciato, mostra con orgoglio, rami pieni di olive nere nella parte rimasta viva e si contende il verde tra le erbe con un rigoglioso rosmarino e piccole rose giallo-viola. Ci muoviamo, entriamo ed usciamo tra le case di chi conoscevamo, dentro gli istituti religiosi e nelle scuole. L’efferatezza della distruzione e la violenza con cui i jhihadisti si sono scagliati contro ogni cosa, firmandola con scritte “Allah è grande, Viva lo Stato Islamico”, non può essere espressa con le mie parole! Oggetto di una strategia distruttiva attenta ai particolari, sono stati tutti i luoghi religiosi e soprattutto, i volti di Cristo, colpiti con mitragliate, anneriti, frantumati a colpi di martello, e le statue della Madonna. Con fatica e grande sofferenza, Anna Frank è riuscita a dare un volto al nascere del Signore in questo 2016, devastato, abbruttito, annientato a Qaraqosh. Un po’ mi consola pensare che mentre il male fa notizia, il Natale profondo e vero, “il rischio di credere” che il Bene esiste, ha un suono tenue, è un improvviso squarcio di luce nella più fitta oscurità.

IL REPORTAGE COMPLETO SI PUO' LEGGERE NEL NUMERO DELLA VITA DEL POPOLO DI DOMENICA 25 DICEMBRE A PAGINA 7

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