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In Colombia un passo sul cammino della pace. Guerriglia permettendo

Dopo la conferma di Santos, la Chiesa ha convocato per martedì 1° luglio, a Bogotà, un incontro interreligioso per la pace. I giovani cattolici: scelta la strada del male minore, ma...

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Juan Manuel Santos

Se referendum sul cammino di pace doveva essere, esso ha dato una risposta chiara, anche se sofferta. La Colombia - che nei Mondiali di calcio brasiliani sta offrendo al mondo l’immagine positiva di un Paese festoso e in crescita - spera nella pace, scommette sulla fine di un conflitto che dura da cinquant’anni. E per questo - chi in modo convinto chi controvoglia - ha dato il suo voto nel ballottaggio dello scorso 15 giugno al presidente uscente Juan Manuel Santos. Nel ballottaggio il Presidente uscente ha ottenuto oltre sette milioni e ottocentomila voti (50,95%), oltre il doppio rispetto al primo turno del 25 maggio, distanziando di novecentomila voti il suo avversario Óscar Iván Zuluaga (in vantaggio di quattro punti dopo il primo turno), che si è fermato al 45%. Le schede bianche sono state il 4,03% dei voti. In parte riassorbito l’astensionismo record del primo turno dello scorso 25 maggio, quando aveva votato il 40% degli aventi diritto. Il 15 giugno hanno votato circa due milioni e mezzo di cittadini in più, facendo avvicinare la percentuale al 50%.

Il ruolo decisivo dell’izquierda. Santos ha trionfato nella capitale Bogotà, nella città e nella regione di Cali, una delle zone più violente del Paese, e lungo la costa caraibica. Zuluaga si è affermato invece nel centro del Paese, a Medellin e nella cosiddetta “zona cafetera”. Più che di Santos, è stata la vittoria del processo di pace, aperto dal Presidente con i guerriglieri delle Farc. E per la prima volta in Colombia è stato decisivo il voto dell’izquierda, la sinistra che attraverso i suoi leader Clara Lopez (candidata del polo progressista al primo turno) e Gustavo Petro (il sindaco di Bogotà) ha apertamente appoggiato il conservatore Santos solo perché fautore del processo di pace. Ma anche una parte di elettorato non connotata politicamente, che si era astenuta venti giorni prima, si è recata alle urne. Tramonta invece definitivamente il mito dell’uribismo, che Zuluaga ha tentato di far rivivere assieme a una politica che prevedeva il pugno di ferro verso i guerriglieri.

Il 1° luglio a Bogotà un incontro interreligioso per la pace. Da parte della Chiesa, rimasta comunque neutrale durante la durissima e aspra contesa elettorale, si sta facendo ogni sforzo per accompagnare il cammino di pace, imperniato nel negoziato con le Farc e con quello, avviato nei giorni che precedevano il ballottaggio, con l’altro gruppo della guerriglia, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). Per martedì 1° luglio è stato convocato nell’arcivescovado di Bogotà un incontro interreligioso con la comunità cattolica, ebraica e islamica, che leggeranno un Proclama per la pace. Per la prima volta i rappresentanti delle diverse religioni leggeranno una dichiarazione congiunta sul cammino di pace e di riconciliazione. All’indomani delle elezioni il nunzio apostolico in Colombia, monsignor Ettore Balestrero, ha chiesto ai governanti di essere coscienti “che stanno negoziando di fronte a un Paese che reclama giustizia e solidarietà” e che l’obiettivo è di “mettere fine con verità, giustizia e solidarietà ad un conflitto che dura da troppi anni”.

Le speranze dei giovani. Ma cosa pensano le nuove generazioni del futuro del Paese, del successo di Santos e del processo di pace? Da Medellin Mario Bolaños, uno dei dirigenti dell’Azione cattolica colombiana, contattato attraverso la Fiac (Federazione internazionale di Azione cattolica), risponde: “La situazione della Colombia è molti complessa, anche rispetto alle elezioni, al processo di pace, alla situazione sociale ed economica ci sono idee molto diverse tra di loro. E tutti possono dire di avere una parte di ragione”. Riflette Bolaños: “Per alcuni non esiste un processo di pace. Pensano che questo sia solo un modo per consegnare il Paese in mano a loro che hanno creato tanti danni. Ma costoro non hanno vissuto davvero la realtà della guerra, delle sue rovine, dei suoi massacri. La maggioranza, mi pare, è però d’accordo con questo cammino, chiede la pace, ma chiede anche che le regole del gioco siano chiare e che si arrivi a un cessate il fuoco unilaterale. Per raggiungere la pace tanto agognata è necessario che tutti trovino un vero accordo. Non si tratta solo di consegnare le armi, ma anche di offrire proposte alternative di studio, di lavoro, di sviluppo sociale, agricolo e industriale”. Il Sir ha rivolto le stesse domande anche ad altri gruppi di giovani che si sono ritrovati nei giorni scorsi. Per un gruppo di giovani della città di Puerto Caicedo, nella regione meridionale del Putumayo, “il processo avviato è un buon inizio, ma la pace è qualcosa di più che firmare una carta, bisogna cambiare il cuore, abbandonare gli odi e i risentimenti”. Aggiunge un giovane che vuole mantenere l’anonimato per paura di rappresaglie: “Nella mia regione ha vinto Santos perché il popolo è stanco di tanta violenza. Appoggiare Zuluaga voleva dire tornare allo stesso clima di terrore di qualche anno fa, lasciar scorrazzare gli squadroni dei paramilitari, vederli commettere ingiustizie e crimini, senza poter dire nulla per paura”.

Ha vinto il male minore. Conclude Bolaños: “Quella appena finita non è stata una campagna elettorale pulita, i due candidati hanno giocato sporco, si sono gettati fango l’uno contro l’altro. Coloro che lo hanno votato al secondo turno lo hanno fatto soprattutto per dire chiaramente all’ex presidente Uribe Velez che non volevano più guerra, e sangue. Coloro che hanno votato per Santos hanno votato contro Uribe”. Insomma, fanno notare i giovani di Azione cattolica, il voto a Santos è stato il male minore, ma la corruzione, la compravendita dei voti, sono stati una realtà anche della sua campagna elettorale. Tuttavia, il cammino di pace, per quanto lungo, ora sembra possibile.

Fonte: Sir
In Colombia un passo sul cammino della pace. Guerriglia permettendo
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