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In Sud Sudan le armi sono padrone

“Domani mattina partite”. Tre parole che non si aspettava di sentire, che non avrebbe voluto sentire, che gli è dispiaciuto sentire. Tre parole con cui mercoledì 18 dicembre, una settimana prima di Natale Stefano Bolzonello ha saputo che doveva lasciare Juba, capitale dell’ultimo nato tra gli stati africani, il Sud Sudan. Il trentunenne di Treviso ci lavora dal 2012 come educatore in un progetto di sostegno all’autonomia delle persone con disabilità di Ovci, la ong legata a “La Nostra Famiglia”, che è presente nel paese dal 1983.

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Stefano Bolzonello durante il suo servizio a Juba

“Domani mattina partite”. Tre parole che non si aspettava di sentire, che non avrebbe voluto sentire, che gli è dispiaciuto sentire. Tre parole con cui mercoledì 18 dicembre, una settimana prima di Natale Stefano Bolzonello ha saputo che doveva lasciare Juba, capitale dell’ultimo nato tra gli stati africani, il Sud Sudan. Il trentunenne di Treviso ci lavora dal 2012 come educatore in un progetto di sostegno all’autonomia delle persone con disabilità di Ovci, la ong legata a “La Nostra Famiglia”, che è presente nel paese dal 1983.
Poco prima di Natale 2013 in Sud Sudan – terra che già aveva in curriculum violenze a sufficienza- sono cominciati nuovi problemi. Militari contro militari, sostenitori dell’ex vicepresidente Machar contro sostenitori dell’attuale presidente Kiir, etnia Nuer contro etnia Dinka, a grandi linee. Se le cause possono non essere del tutto chiare, le conseguenze sono invece evidentissime. Scontri che si spostano dalla capitale Juba ad altre regioni, lasciando dietro di sé morti e strappando alle case sfollati. Perché il paese sarà in fondo alle classifiche per analfabetismo femminile e mortalità infantile, ma le due parti in guerra sono piene di armi. Anzi: mitragliette e kalashnikov, racconta Bolzonello, erano parte del paesaggio quotidiano anche prima di dicembre. Ora all’orizzonte c’è il timore di una (sanguinaria) calata dei ribelli su Juba.
Una situazione incerta e pericolosa a dir poco, che ha convinto l’Italia, come molti altri paesi, a rimpatriare i suoi cittadini dal Sud Sudan. Bolzonello e altri sono saliti su un volo dell’Aeronautica militare italiana. “Sono venuti a dirci: domani mattina partite. Abbiamo deciso di accettare. Ma mi è dispiaciuto da morire. Era come sentirsi in gabbia”.
Gli scontri sono stati una sorpresa? O li temevate?
Non ce li aspettavamo adesso. A luglio il presidente aveva sospeso il governo ed avevamo passato qualche giorno a vedere cosa sarebbe successo, ma tutto andò liscio. Si ipotizzavano magari scontri alle elezioni presidenziali del 2014.
Cosa c’è dietro?
I Nuer contro i Dinka, questa la versione popolare – scrive Bolzonello sul suo www.steinviaggio.wordpress.com -. Ma è anche la più facile per chi vuole capire qualcosa in fretta in www.steinviaggio.wordpress.comun paese che invece va capito piano. E la più immediata per mobilitare truppe di analfabeti senza scuole decenti in tutto il paese. Il Sud Sudan implode nelle sue contraddizioni, nella fragilità sociale che una classe dirigente di militari non riesce e non sembra interessata a sostenere. Perché la bandiera si fa presto a disegnare, una canzone da inno nazionale la si trova, e pure la sfilata di truppe per il giorno dell’indipendenza si riesce ad organizzare: ma le relazioni e l’appartenenza a una comunitá non sono beni acquistabili in fretta e a poco prezzo. I malcontenti sono tanti – aggiunge a voce -. E nemmeno è vero che tutti i Dinka sono con Kiir e tutti i Nuer con Machar. Aggiungiamoci ribelli e banditismo che c’erano prima di questi scontri e ci saranno anche dopo.
Le famiglie che voi incontrate sono schierate con l’una o l’altra fazione, o sono solo vittime?
Sono vittimissime. C’è stanchezza della guerra, fatica, fastidio, voglia di dire basta.
Il vostro progetto di riabilitazione a base comunitaria adesso è sospeso?
Ora sono i sudsudanesi a portare avanti le attività. Vanno avanti come possono.
Il Cuamm rimane
Nel 2012 a Juba con Ovci ci andarono anche due altri treviginani: la Piccola Apostola Francesca Villanova e il neuropsichiatra infantile vittoriese Gianni De Polo, per dare formazione al personale locale. Ai progetti Ovci in Sud Sudan è andato anche, ad esempio, parte delle quote di iscrizione dei corridori del Fregona Trail Fest dello scorso settembre.
A collegare la Marca al Sud Sudan è anche Rinaldo Bonadio, chirurgo coneglianese, medico missionario con il Cuamm – Medici con l’Africa. In Sud Sudan c’è stato più volte, per contribuire alla rinascita degli ospedali di Yirol e Lui, da tempo abbandonati e riaperti dai medici missionari. Mentre scriviamo, sei volontari italiani del Cuamm sono ancora al lavoro negli ospedali di Yirol e Lui: vogliono continuare a tenere attivi gli ospedali con i loro reparti di maternità – anche in tempo di guerra i bimbi nascono!- e fare il possibile per accogliere e curare gli sfollati della guerra sudsudanese.

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