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Io, trevigiana, vivo a Parigi e credo nel dialogo. Ecco perché

Originaria di Olmi di San Biagio, Egle Bonan vive a Parigi da quasi dieci anni. Ha impostato le sue scelte di vita, da quelle personali e affettive a quelle lavorative, sul rispetto delle differenze e sul dialogo tra le culture e le religioni. Insegna e scrive libri sull’interculturalità. Per questo ha vissuto in modo particolare le drammatiche giornate che hanno sconvolto la capitale della Francia. Ecco la sua intensa testimonianza e riflessione.

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Io, trevigiana, vivo a Parigi e credo nel dialogo. Ecco perché

Vivo da quasi dieci anni a Parigi. Sono arrivata fin qui per lavoro e per amore, e le due cose son diventate una. Perché amare Parigi è un vero lavoro! Città splendida e difficile, affascinante e faticosa, ricca di tutto, anche di numerosi contrasti, vissuta sempre di corsa e spesso stressante. Ma mai in questa metropoli mi sono sentita in pericolo o minacciata. Fino a mercoledì scorso. Rientrando in ufficio dopo la pausa pranzo, do un’occhiata a Facebook, che talora meglio di qualsiasi giornale mi dà la “temperatura” di quello che succede, e mi rendo subito conto dell’enormità dell’evento, che ha l’effetto di una doccia fredda: 12 persone - la redazione di un giornale satirico - uccise in un attentato da due uomini armati di kalashnikov, a meno di tre chilometri da dove lavoro. In nome di Allah, il Dio di una buona metà dei miei amici e dei miei familiari qui.
Una giornata di panico
Il suono lontano ma insistente delle sirene si mescola a notizie frammentarie e talora contraddittorie, che parlano di polizia dappertutto, di scuole presidiate, di trasporti bloccati. Con un senso crescente di malessere e di panico che si insinua malgrado lo sforzo di conservare la calma, mi rendo conto che per andare a prendere mia figlia a scuola, alle 18.00, devo attraversare la città passando per forza per il luogo della tragedia.
Poiché è diventato praticamente impossibile continuare a lavorare, parto con un’ora e mezza di anticipo. Il metrò infine funziona, ma non si ferma a Richard-Lenoir, vicino a Charlie Hebdo. Ho freddo e lo stomaco “annodato”, come dicono qui. La tecnologia mi accompagna, perché nel tragitto ricevo numerosi sms da parte soprattutto di amici italiani che seguono in diretta tivù gli eventi. E non smetto di consultare internet compulsivamente dal mio telefono, di documentarmi su Charlie Hebdo e su questi disegnatori che in fondo conoscevo poco, di condividere sdegno, tristezza, paura.
Affiorano tensioni sotterranee
Paura. Sentimento quest’ultimo strisciante ma ben presente - nonostante la situazione sia complessivamente sotto controllo -, e condiviso dagli altri genitori, che trovo in grande maggioranza abbondantemente in anticipo davanti alle porte della scuola. A qualcuno scappano delle lacrime, qualcuno si abbraccia, ci si scambiano notizie, collera e nere previsioni. Ma già i primi scambi di bordate, a mezza voce: “Se la sono cercata. E questo è il risultato dell’islamofobia”; “Con questi non è più possibile ragionare”; “Siamo arrivati allo scontro di civiltà, è un punto di non ritorno”; “Ma di che civiltà parli? Siamo civili forse noi esportando guerre dappertutto?”. E i bambini, di tutti i colori, visibili o no, escono allegri e vocianti come sempre.
Il terrore, o il suo inizio, è forse questo? Un luogo o un contesto che fino a poco prima davi per scontato diventa, anche al di là del principio di realtà, un terreno infido e disseminato di pericoli nascosti.
Amore e affetti: una vita impostata sull’incontro delle differenze
Ma dalle prime ore di quel pomeriggio, non ho avuto dubbi: Moi aussi, je suis Charlie. Sebbene non tutte le vignette di Charlie Hebdo mi abbiano divertito o convinto della loro necessità satirica (alcune le avevo giudicate a suo tempo eccessive o di cattivo gusto) mi sono sentita immediatamente e profondamente concernée (coinvolta, partecipe) da quello che è successo mercoledì e i giorni seguenti. Per differenti ragioni.
Perché mia figlia è per metà algerina, e non è per niente la metà peggiore, anzi. E’ stata concepita nell’amore e nel sogno che le differenze possono incontrarsi ed essere feconde. Ed io a questo sogno credo ancora, nonostante tutto, e a questo educo mia figlia.
Perché da anni studio e scrivo sull’interculturalità, sull’integrazione, e sulla questione dei valori comuni come condizione imprescindibile perché l’incontro delle culture non si trasformi in scontro di ignoranze (ma qui vi risparmio le mie elucubrazioni). Perché sono cristiana, e non ho mai sentito il bisogno di essere “contro” qualcuno perché diverso da me.
Bisogno di “intelligenza collettiva”
Che questo non sia un lavoro “buonista” ma un’operazione di “intelligenza collettiva” sempre più necessaria (forse la principale?) alla luce di quanto successo, certamente è una consapevolezza personale che non basta da sola a scacciare il senso di amarezza di questi giorni, soprattutto quando da più parti, anche opposte, si sente dire “siamo in guerra”.
Molte cose avrei da aggiungere. Ma vorrei qui concludere proprio sul quel “clima bellico” che le tivù hanno contribuito a descrivere e amplificare, e che certi dibattiti hanno già cominciato ad invocare. Per tranquillizzare ufficialmente i miei amici italiani che mi hanno chiamato preoccupati: mettete via le baionette, qui si gira ancora relativamente tranquilli, a differenza che in Nigeria, e la “terza guerra mondiale” per ora è solo nella testa o nei progetti di chi la vuole fare, per interesse o per miopia. Già troppe “guerre giuste” hanno ingrossato le fila di una rabbia cieca ed assassina, e ci hanno portato fin qui. Cominciamo fin d’ora a inventarci insieme strategie e forme di lotta alternative alla follia di una minoranza, senza cedere a facili manicheismi, perché altrimenti avremmo fatto il loro gioco. E a questo gioco nessuno vincerà.

La testimonianza integrale di Egle Bonan a pagina 2 dell'edizione del 18 gennaio della Vita del popolo

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